SANGUE PAZZO ovvero ……

Domenica e lunedì sera è andato in onda su RaiUno il film “Sanguepazzo” la tragica fine di un eroe. Tale film di Marco Tullio racconta la vita di Osvaldo Valenti, celebre attore che aderì orgogliosamente alla Repubblica Sociale Italiana, per salvare il proprio onore di italiano, e poi caduto vittima della prezzolata e sedicente “resistenza”.

Purtroppo però il film, forse e quasi sicuramente a causa della censura di potere della “democrazia” italiana, non ricalca perfettamente la verità di questo eroe quasi dimenticato, e di questo episodio che certamente come tanti altri “dimenticati” non può mettere in bella luce quella che fu propagandata come una guerra “giusta” e di “liberazione”.

Questa volta però le istituzioni, e tutto il movimento “culturale” dell’antifascismo  l’hanno fatta proprio meschina.

Infatti nel proprio film Marco Tullio da una parte si ribella alla strumentalizzazione (arma molto adottata dall’antifascismo), nel  dipingere attraverso la solita vulgata “rozza” e stantia l’attore Valenti come un torturatore di partigiani – coscientemente il registra del film evita questa ignobile messa in scena – ma non ha comunque il coraggio di andare a riepilogare fino in fondo la fine vergognosa e oscurata dell’attore.

Fortunatamente a raccontare e a mettere in luce la verità è stato Piero Vivarelli, ex giovanissimo combattente della RSI, dapprima nella X MAS, e dopo nel battaglione Nuotatori Paracadutisti dove in quel periodo si trovava proprio agli ordini dell’ attore-comabattente Valenti, e così ebbe modo di conoscerlo. Oggi Vivarelli, è membro del partito comunista cubano (ma non ha certamente intenzione, di oscurare la verità e rinnegare le proprie radici).

Attraverso il racconto di Vivarelli, utile ad evidenziare la verità sulla morte di Valenti, vogliamo rendere omaggio a Valenti anche descrivendo un altro episodio che già da tempo sapevamo.

Vivarelli infatti racconta della collaborazione che ci fu fra volontari della X MAS e taluni (ma non tutti) elementi delle Brigate Matteotti, con un pizzico di coscienza politica e morale, tesa ad evitare e ridurre il truculento bagno di sangue finale. Del resto lo stesso socialista della RSI Carlo Silvestri, all’epoca stretto consigliere di Benito Mussolini, dopo vari contatti con esponenti partigiani socialisti, dell’ala meno dura come Bonfantini, decise negli ultimi giorni gloriosi della RSI di uscire allo scoperto nelle trattative, attraverso una lettera scritta personalmente dal Duce, per trattare la consegna della RSI almeno con il partito socialista: “Poiché la successione è aperta in seguito all’invasione anglo-americana, Mussolini desidera consegnare la Repubblica Sociale ai repubblicani e non ai monarchici; la socializzazione e tutto il resto ai socialisti e non ai borghesi…” . Questa lettera che prosegue a lungo, come già accennato la scrisse proprio Mussolini, da consegnarla immediatamente all’esecutivo del PSI attraverso l’intermediario Silvestri.

Si potrebbe credere che questo fu soltanto un gesto opportunistico di Mussolini per salvarsi la vita. Ma il Duce, in quel momento, cercava di salvare prima di tutto l’Italia e il programma socialista della Repubblica Sociale, lanciando un segnale, un “ponte” ai suoi vecchi compagni socialisti. Purtroppo la lettera che fu presentata a Pertini e Nenni, allora dirigenti del Partito Socialista, fu ignobilmente stracciata dal futuro Presidente della Repubblica in maniera alquanto vile.

Un gesto che servì a svelare la vera identità di costui e della maggioranza del suo partito, cioè quell’identità da venduti al capitalismo e all’occupante straniero.

Del resto fu lo stesso ruolo portato avanti  insieme e al fianco del “rivoluzionario” (a parole) PCI, anche nel dopoguerra, fino ad oggi.

Questa è una parentesi da aggiungere alle testimonianze di Vivarelli, perché proprio come egli racconta, a volere la morte di  Valenti (simbolo della cultura rivoluzionaria fascista e della Repubblica Sociale), oltre che ai “GAP” comunisti, fu ancora una volta il cinismo meschino di Sandro Pertini, che ordinò di farlo fuori subito, dato che attraverso un regolare processo sarebbe stato sicuramente assolto da ogni accusa diffamatoria.

Subito, dopo, con altra tanta freddezza ordinò l’esecuzione anche di Luisa Ferida, con la vergognosa giustificazione che se fosse sopravvissuta avrebbe rappresentato un reale testimone alquanto imbarazzante.

Scriviamo queste cose erché chi ci legge sappia chi fu il tanto “buono e caro” Presidente della Repubblica  Sandro Pertini.

Ma forse ci auguriamo che lo sappiano già, visto che proprio lui, il “caro” Presidente Pertini fu lo stesso che osò baciare la bara del dittatore comunista jugoslavo (croato), Tito; il più grande sanguinario assassino di italiani che la storia ricordi.

Questo fu il “quel” Presidente.

Qualcuno potrebbe dire che queste accuse riportate siano soltanto opinioni di matrice fascista.

Peccato che tutto questo sia stato riportato anche sul settimanale “Famiglia Cristiana” che certamente non ci pare, e non può essere inteso sicuramente un giornale di stampo fascista.

“A buon intenditor poche parole”.

Giacomo Ciarcia

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