Una proposta geniale, IL CORPORATIVISMO COME MEZZO DI LOTTA.

Ogni giorno, trovo conferme e incentivi per la campagna che stiamo conducendo al fine di creare un interscambio sistematico tra tutti i gruppi, associazioni e pubblicazioni che, pur nel loro persistente frazionamento, testimoniano della grande vitalità della nostra Idea, difronte alla inconsistenza assoluta di un pensiero liberaldemocratico. E’ ben vero che, a petto dello stolto blaterare dei vari “zombies” della partitocrazia, di energie intellettuali, noi “reietti” ne abbiamo da sprecare, ma non è quello un motivo per sprecarle, dato che gli altri, di vantaggi materiali ne hanno un subbisso.

Giorni or sono, a un raduno a Porto d’Ascoli sullo Stato organico, cui erano presenti militanti di diverse associazioni, qualcuno mi diede il n° 6 di un periodico di cui ignoravo l’esistenza: “il Megafono”. Stranamente, sul foglio non vi è alcuna indicazione nè sulla sede, nè sul direttore, nè sui recapiti, ma a me quello che interessa sono i contenuti. Si trattava di un numero monografico dedicato a “LA SFIDA CORPORATIVA”, e l’ho quindi diligentemente letto. Ebbene, non solo vi ho trovato i segni di un’ottima preparazione e impostazione, ma un’autentica bomba, addirittura geniale perchè non riguarda l’avvenire, ma il presente, e cioè le nostre esigenze di lotta al sistema.

Una delle difficoltà maggiori, che ci pongono in condizioni di inferiorità nei confronti dei cosiddetti “grandi partiti”, è che ci troviamo costretti a operare in base a categorie mentali puramente astratte, ma inesistenti in natura. Sono quelle scritte nella costituzione antifascista del 48: l’uguaglianza, il potere che risiede (??) nel popolo, i partiti come espressioni delle varie opinioni, la libertà di parola e di stampa, i diritti umani a go-go, e così via dicendo, fino alla tutela del paesaggio. Che si tratti di cibo per i gonzi, lo sanno benissimo anche i “politici” emergenti, le cui fortune derivano infatti da “fattori” di tutt’altro genere, di cui nella costituzione non è traccia, come l’umile obbedienza al nemico tuttora occupante, le direttive massoniche e l’assoluta mancanza di scrupoli morali, oltre che l’arte di ingannare il prossimo loro.

Ma noi, che non intendiamo obbedire al nemico, che non abbiamo “orienti” o P2 a menarci per le dande, che abbiamo in pregio l’onore e sdegnamo l’inganno, come ci regoliamo?

Nulla di più stolto di quanto alcuni di noi fanno, appellandosi alla costituzione, studiata proprio contro di noi, e piangendo sulle violazioni di essa. Va a finire che, come ai tempi del MSI, in tutto lo schieramento democratico, gli unici veri democratici eravamo noi ! E si è visto come è finita. Come possiamo allora, oggi, tornare ad operare tra gli uomini, e non tra i fantasmi ipotetici? Nel 1920-22 funzionò molto bene il sistema delle squadre d’azione. Ma è facile intendere come oggi manchino tutti i presupposti umani ed oggettivi perchè vi si possa ricorrere con un minimo di sensatezza.

Ed ecco il formidabile suggerimento che ho trovato nel Megafono: le corporazioni!. Perchè le corporazioni esistono ancora. Non esistono giuridicamente; non esistono organizzativamente; ma esistono psicologicamente e come esigenza avvertita dai produttori italiani, ora che il neo-capitalismo li mette alle corde.

Non i sindacati: attenzione ! Le corporazioni, nel senso tradizionale e fascista del termine. Quelle, cioè, che esprimevano l’interesse globale (non solo economico !) e l’organizzazione gerarchica di tutto un settore produttivo, dai più grandi Maestri all’ultimo apprendista. Sembra quasi che esse non attendano altro che qualcuno che le renda auto-coscienti, che le organizzi, che dia loro nuovamente il potere di condizionare i politici. Ebbene: chi, meglio di noi, ha le carte in regola per assumersi il compito ? Estraggo dal Megafono: “Si può iniziare già nel nostro ambiente, con operazioni semplici e alla portata di tutti.

1) si riuniscano tutti coloro che lavorano nello stesso settore (artigianato, agricoltura, costruzioni, insegnamento, libere professioni o altre;

2) si diano un riferimento sacro, in sintonia con la nostra tradizione ;

3) creino una Carta con gli obbiettivi della Corporazione, una sorta di catalogo di diritti e doveri;

4) si fissi il giusto compenso per le proprie prestazioni e/o prodotti …;

5) si organizzino inoltre forme di risparmio e di investimento interne alle corporazioni….”

E continua l’elenco di compiti che le corporazioni potrebbero svolgere, ponendo i propri appartenenti al riparo da parecchie delle aberranti conseguenze della c. d. politica di mercato. “Partendo dal nostro ambiente – osserva ancora – il sistema si estenderà ai tanti lavoratori onesti, che vedranno nella corporazione uno strumento più agile, più giusto e più umano del sindacato.” E ancora. ” La corporazione, zona per zona, finirà per costruire un contropotere che, allargandosi sempre più e usando le proprie autonome facoltà decisionali, arriverà in prospettiva ad esautorare gli organi della democrazia liberale.”

L’unico punto in cui dissento dal periodico citato è che, per il “nostro ambiente”, le operazioni in quel senso siano “semplici e alla portata di tutti”. Mancano tuttora, infatti, due requisiti indispensabili.

Uno è l’assenza di unità, o almeno di accordo operativo, che permetta di impegnarci tutti, sistematicamente, in tale attività di creazione e sviluppo delle corporazioni; l’altro è che i nostri militanti, pur ferventi di fede, mancano della preparazione necessaria per farsi promotori e guide del legame corporativo nei rispettivi ambienti di lavoro. Sono inconvenienti rimediabili con la volontà, ma implicano un ingente sforzo, che deve necessariamente precedere l’azione auspicata dal Megafono. Ciò non esclude, peraltro, che in qualche zona dove esista un’incoraggiante presenza di una organizzazione antagonista, o di più d’una collegate, non si possa fin d’ora, parallelamente alla effettuazione di un severo corso di formazione corporativa per i militanti, fare qualche tentativo sperimentale in settori che forniscano un buon “humus”.

In politica, ci ha insegnato Mussolini, non si “inventa” niente. Si da soltanto impulso, forma e disciplina a impulsi già esistenti. E, che l’impulso corporativo, sia pure in forma rudimentale, esista, e proprio in direzione anti-sistema, non è lecito dubitarlo, date le continue spontanee ribellioni di settori, particolarmente in agricoltura, artigianato, professioni, trasporti, che turbano le paciose gozzoviglie dei parassiti partitici.

I sindacati – o, meglio, i sindacalisti – sono riusciti ad addomesticarli, ma con le corporazioni sarebbe impossibile. Esse sono sorte in tutto il mondo dall’autentico spirito dell’Homo faber, dai “collegia” romani alle “etairie” greche e alle “sherenis” indiane, mille anni prima che qualcuno inventasse la lotta di classe. E la tirannia liberale le ha sempre osteggiate, cominciando dalla legge Le Chapelier del 1790. Le corporazioni, come prefigurazione della società futura, ma intanto come strumento di lotta nel presente, contro cui nulla potrebbero le leggi repressive. Pensiero e azione, disse il Capo.

Io ritengo che, da parte di voi tutti e di altri come voi, il nostro pensiero si sia convenientemente sviluppato. L’impegno qui accennato, se seriamente assunto, potrebbe avere finalmente, dopo decenni di impotenza, la virtù di trafonderlo finalmente in azione mirata ed efficace. Per tacere dei suoi effetti…terapeutici.

RSMC (Rutilio Sermonti)

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