(DIS)EQUILIBRIO

A 65 anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale il sistema dei (dis)equilibri che pervicacemente si ostina a rivendicare il suo diritto di regolare la coesistenza tra le nazioni continua indefesso a produrre mostruosità di politica internazionale di cui sono puntualmente vittime i non allineati al pensiero unico mondialista, che di quel sistema è padrino e mentore allo stesso tempo. Le misure sanzionatorie, che già 70 anni fa condussero il mondo intero allo scoppio del peggior conflitto che l’umanità avesse fino ad allora visto, torna in auge in questi giorni per l’Iran, reo di utilizzare tecnologie per lo sfruttamento dell’energia nucleare conosciute da decenni. Come per l’Iraq, prima foraggiato a suon di miliardi di dollari per combattere l’Iran salvo poi essere annientato con la scusa degli armamenti non convenzionali mai ritrovati, scatta puntualmente la giustizia transnazionale targata ONU (e in questi giorni anche UE).

Nella cecità assoluta di un’opinione pubblica mondiale, ormai ridotta ad una massa di armenti al pascolo, ecco riproporsi l’ipocrisia di quel gioco delle parti che già nel 1936 portò l’Italia, colpevole di aver conquistato un pezzo di deserto africano senza il benestare di Londra, ad essere antesignana degli odierni stati canaglia ed una delle prime vittime della giustizia sanzionatoria. Ma torniamo all’Iran; ciò che è strano per quello stato è che le sanzioni arrivano non già per aggressioni a stati limitrofi, per la qual cosa – si è detto – fu invece largamente armato e sovvenzionato, bensì per aver rivendicato il suo pieno diritto di paese sovrano di dotarsi di una industria energetica nucleare per scopi che avranno finalità civili e, forse, anche militari. Esaminiamo dunque la duplice valenza delle attività nucleari di Teheran e cerchiamo di comprenderne finalità e strategie.

Se l’Iran intendesse veramente dotarsi di una tecnologia nucleare completa per un uso civile dell’energia atomica, riservando all’esportazione o all’accantonamento le sue riserve di idrocarburi e gas, non si vede dove sia il problema: lo hanno fatto tutti e pure l’Italia ha da poco varato un nuovo piano nucleare che prevede la costruzione di ben sei centrali nucleari. A meno che il consiglio di amministrazione di qualche potentato economico dell’energia non abbia messo gli occhi sulle riserve iraniane, come già fatto con l’Iraq (e si sa come è finita) e come si è tentato più volte di fare con il Venezuela. A meno che nel disegno geostrategico delle multinazionali dell’energia, che per inciso hanno la piena libertà di distruggere il pianeta senza pagare un dollaro di danni, l’Iran libero risulti – come è – una spina nel fianco per la costruzione degli immensi oleodotti che interessano l’area del medio oriente e dell’Afghanistan e che dovrebbero arrivare fino all’Oceano Indiano.

Certo è che, nell’uno o nell’altro caso, gli interessi sono talmente spropositati che non meraviglierebbe più di tanto se a qualcuno venisse in mente di riproporre uno scenario simile all’Iraq e all’Afghanistan, onde giustificare interventi umanitari a suon di bombe, cui si aggiungerebbe poi anche il business della conseguente ricostruzione. Se invece l’Iran intendesse costruire l’arma atomica varrebbe un altro ragionamento, senz’altro più difficile da far digerire all’opinione pubblica imbavagliata, ma pur sempre limpidamente logico. Almeno ai nostri occhi di osservatori SION FREE.

Ed è questo: le recentissime vicende storico-politiche hanno dimostrato ai governanti dei paesi dell’area mediorientale e non solo che possedendo la deterrenza atomica, anche se a livello tattico e non strategico con vettori in grado di avere gittata di 1000-1500 km., si può essere senza dubbio più sicuri della propria integrità territoriale che il non possederla. Ne è stato un caso lampante proprio l’Iraq di Saddam, colpito prima da sanzioni indecenti e poi distrutto, con la scusa di quelle armi di distruzione di massa che, se invece avesse realmente posseduto, sarebbero forse state la sua salvezza. La conferma di quanto diciamo l’abbiamo con la Corea del Nord, che ad oggi rimane arroccata nelle sue posizioni proprio grazie al possesso di ordigni nucleari in grado di colpire il suo storico antagonista del Sud in caso di irrimediabile escalation. Per l’Iran, dunque, possedere ordigni non convenzionali in grado di giungere a Tel Aviv o nelle principali basi NATO che si trovano in un raggio di poche centinaia di km. dai suoi confini può essere, alla luce degli avvenimenti recenti, questione di sopravvivenza o meno.

E la ragione dello strepitare contro Teheran da parte di Israele e di tutti i circoli sionisti sparsi per il mondo sta proprio in questo: con la deterrenza nucleare iraniana Tel Aviv finirebbe di esserne la monopolista in quell’area del mondo e, con ogni probabilità, non sarebbe più lo spauracchio che è stato fino ad ora. Infatti, in uno scenario di guerra in cui fosse coinvolto un Iran con potenziale nucleare, verrebbe meno quel buon margine di sicurezza che fino ad oggi ha permesso ad Israele di fare il vaso di ferro tra i vasi di coccio. Certo, con ogni probabilità rimarrebbe sempre al vertice del potenziale aggressivo esprimibile sul campo, anche grazie all’incondizionato appoggio dello Zio Sam, ma la certezza di rimanere del tutto indenne da ritorsioni enormemente distruttive in caso di escalation non ce l’avrebbe mai più. Ed è proprio qui la sua frenetica ed incontrollabile paura; quella di un vicino che può rispondere alle offese e che, in situazioni di estrema ratio, non avrebbe troppi condizionamenti.

Detto ciò, viene da chiedersi chi sia il cattivo da sanzionare. Il governante “fanatico” e “canaglia” che ha cuore l’integrità presente e futura della sua Nazione e si adopera per fare né più e né meno ciò che altri per decenni hanno fatto in barba a tutte le risoluzioni ONU? Oppure chi, ammantandosi di valori e principi democratici che non ha, vuol continuare ad essere l’unico padrone del ferro e del fuoco, con la minaccia di usarli a suo piacimento contro chi riterrà unilateralmente suo nemico? Per chi ha ancora un minimo di sobrietà mentale ed onestà intellettuale il ragionamento non è poi così difficile da fare. Certo è che per quelli che da decenni sono abituati a portare le armi altrui, comprendere la scelta dell’Iran è e rimane al di fuori e ben oltre i propri orizzonti di pavidi, meschini e sciocchi servi.

FERNANDO VOLPI

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