NOI PROLETARI E RIBELLI.

Fatte le debite proporzioni e contestualizzati gli elementi ambientali condizionati dalle nuove tecnologie, possiamo affermare che la cosiddetta globalizzazione voluta e pianificata dalla cupola usurocratica ha ricreato le condizioni per cui il lavoro umano é nuovamente valutato come una merce la quale, nel gioco della domanda e dell’offerta, influisce per la formazione del prezzo. In questo contesto si é andato ricostituendo un sottoproletariato sottoposto ad un progressivo impoverimento ed esposto senza adeguatra tutela a subire le cicliche, devastanti crisi economico-finanziarie caratteristiche del sistema liberal-capitalistico, crisi che i media asserviti al sistema tentano di far passare come un fatto ineludibile, ineluttabile ed imprevedibile al pari di un disastroso terremoto o di una improvvisa alluvione.

Tutto questo non é accettabile e non possiamo farlo passare senza una adeguata e tempestiva reazione, reazione che non possiamo certo aspettarci da parte della massa dei “moderati” che esprimono a loro volta la cosiddetta “classe dirigente”, né tanto meno dai classici “riformisti”, dei quali potremmo elencare i loro storici e ripetuti fallimenti del passato. L’equivoco andato avanti per anni e che ha ingannato e tradito milioni di lavoratori va smascherato ed occorre che da parte delle forze minoritarie antagoniste e cioé dei “proletari consapevoli”, si abbia il coraggio di porsi come punto di riferimento rivoluzionario per abbattere il muro dell’ipocrisia dietro il quale si nascondono i conservatori, i moderati, i riformisti, i convertiti di tutte le parrocchie di destra e di sinistra ed i chierici della religione multietnica. Adesso stiamo attraversando una crisi che non é solo globale, la crisi non é solo economico-finanziaria, la crisi é soprattutto sistemica e pertanto é dal fallimento del sistema che deve partire una analisi seria ed obiettiva.

Affidare il superamento della crisi ai metodi, alle strutture ed ai gruppi di potere del sistema (Banca Mondiale, Fondo Monetario internazionale, Banche centrali, Commissione Europea e ad altri organi sovranazionali gestiti dalla plutocrazia giudaico-massonica), é non soltanto inutile ma folle. I dibattiti, gli scontri, le proteste settoriali delle varie categorie, le promesse occasionali di correttivi, sono tutti elementi attraverso i quali la “casta” tenta di confondere la massa dei “sudditi” e altro non sono che manifestazioni fuorvianti rispetto all’unico problema fondamentale che, viceversa, non viene affrontato da alcuno.

Tutti sono impegnati a proporre singole alternative, ognuno per interessi particolari, ma nessuno che osi dire veramente come stanno le cose, nessuno che abbia il coraggio civico di affermare che occorre riscrivere le regole del rapporto tra i cittadini, le categorie e lo stato.

Presupposto di tale dottrina é la nozione stessa dello “stato” (comunità nazionale) quale unità morale, politica ed economica trascendente i fini degli individui divisi o raggruppati che vivono in essa. Siffatta nozione spiritualista della comunità nazionale considerata nella sua perennità storica e nella pienezza delle energie e delle aspirazioni del popolo, dà un nuovo tito9lo alla proprietà dei beni destinati alla produzione. In concreto si realizza così la socializzazione dell’economia. Pertanto é il cosiddetto “modello di sviluppo” che va rovesciato, é quel modello turbocapitalistico che va abbattuto, perché sta portando al collasso non solo le economie nazionali ma lo stesso territorio, lo stesso ambiente naturale che rappresenta la base della vita, un modello di sviluppo che mette in discussione la coesione sociale delle collettività nazionali.

Dai governanti viceversa arriva l’invito a non cambiare i rapporti e le abitudini di vita, quelle stesse abitudini che si sono  formate e consolidate sugli stimoli di quella perversa religione che ha come fondamento il “consumismo”. Usa e getta, produci e consuma velocemente sotto la spinta frenetica di un meccanismo infernale che travolge, che non lascia il tempo per pensare, per rfilettere, che ti fa perdere il senso della vita. Quanto vuole la cupola plutocratica: ma adesso che il giocattolo si é rotto, occorre approfittare della crisi per volgere in positivo le attuali gravi difficoltà che pesano soprattutto sulle classi sociali più deboli e meno protette. L’appello é lanciato ai “proletari consapevoli e incazzati” della più grande Nazione Europa che si devono unire per realizzare un progetto che sappia coniugare il sociale ed il nazionale e che dichiari guerra totale all’ “homo aeconomicus”.

L’appello é rivolto all’Europa delle Nazioni e dei Popoli e non certamente all’eurolandia di Maastricht, espressione quest’ultima di una “superfinanza” che vuole controllare le economie degli europei per incrementare i suoi profitti.

Alla base della necessaria rivoluzione del sistema sta la individuazione delle parti che si devono scontrare. Da una parte la demoplutocrazia usurocratica portatrice del progetto mondialista:  dall’altra i proletari consapevoli della loro forza e dei loro diritti, portatori di quel progetto socialista nazionale che solo può realizzare la Federazione degli stati europei quale punto di sintesi e di equilibrio nell’interesse delle collettività nazionali. Per salvarci dal collasso totale non c’é altra soluzione, non esistono vie di mezzo o compromessi.

Altrimenti rassegnarci ad assistere impotenti all’eutanasia delle nazioni europee perché, inj politica, l’insuccesso dovuto ad una inesatta valutazione della forza in gioco, é un errore considerato come tale dalla Storia.

Stelvio Dal Piaz.

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