TERNI, 4 GIUGNO 2011: LA STORIA MUTILATA DELLA RESISTENZA. Il revisionismo storico in difesa della ricerca scientifica.

Plaudiamo all’iniziativa dei ragazzi ternani di Nadir:

Cosa è assente dalla storia delle nostre terre, ovvero le province di Rieti, Terni e Perugia? Quale tassello manca al mosaico tragico della guerra civile italiana?

Il convegno La Storia Mutilata. La rimozione della memoria come strumento politico, organizzato dal Centro Studi Nadir di Terni, ha cercato di dare una coerenza agli avvenimenti che interessarono Umbria ed Alto Lazio tra l’8 settembre 1943 e il 13 Giugno 1944, quando Terni fu occupata dalle avanguardie dell’8a Armata britannica.

Marco Petrelli, curatore del Centro Studi Nadir, ha introdotto la conferenza ricordando come la storiografia resistenziale abbia taciuto e ignorato eccessi delle formazioni partigiane comuniste ai danni di civili, sovente inermi, denunciati come presunte “spie” germaniche, ed esaltato una presenza sul territorio di bande partigiane in realtà limitata, sia a livello numerico che organizzativo.

Nel corso della presentazione, Petrelli ha citato alcune righe scritte da Rutilio Sermonti con le quali il Professore marchigiano ha sottolineato il grave atteggiamento di quegli studiosi che, abbandonata la metodologia di ricerca ed analisi  scientifica delle fonti, hanno seguito un iter apologetico in funzione meramente ideologica.

Marco Petrelli non ha mancato di ricordare i “grandi assenti” della storia post-bellica, a partire dai soldati del Regno del Sud e i caduti di Cefalonia, Montelungo e Porta San Paolo, dimenticati per il fatto che non erano ideologizzati e perché – a differenza dei noti guerriglieri  politicizzati – indossavano una divisa militare.

A Rutilio Sermonti e a Vincenzo Pirro è stata dedicata La Storia Mutilata; la presentazione si è chiusa con un minuto di silenzio in memoria del Maestro Prof. Pio Filippani Ronconi.

E’ stata, poi, la volta degli interventi dei due illustri relatori invitati: il Prof. Stelvio Dal Piaz e il Dott. Mag. Pietro Cappellari docente in Storia contemporanea dell’Accademia Delia.

Ha ottantadue anni Dal Piaz e, malgrado l’età, una mente molto lucida e una grande capacità di sintesi. E proprio la sintesi delle vicende armistiziali che condussero progressivamente il Paese sull’orlo della guerra civile, trova riscontro reale nel ruolo avuto dalla massoneria nel pianificare la caduta del Fascismo e la scelta di Pietro Badoglio quale successore di Benito Mussolini.

Il Professore aretino, nel volume La sconfitta necessaria (La Biblioteca di Babele Edizioni, Modica 2004), ha illustrato le Sette Direttive del Grande Oriente Universale (1935-36), ovvero una raccolta di decreti del G.O. miranti, di fronte a una guerra imminente, a indebolire la forza del Regime fascista, dal sabotaggio degli apparati militari (con il beneplacito dei “confratelli” in divisa) al razionamento sempre più pesante dei generi alimentari, al fine di accrescere l’avversione della popolazione contro i governanti.

Badoglio, nel cosiddetto “armistizio corto” (3 Settembre 1943), avrebbe garantito agli Alleati la consegna dei militari germanici presenti in territorio italiano, fatti giungere dallo stesso Capo del Governo durante i quarantacinque giorni; in cambio gli Angloamericani si sarebbero impegnati ad occupare l’intera Penisola, in pochi mesi. Fiduciosi di poter concludere la guerra, gli Alleati si scontreranno, però, con la dura realtà di venti mesi di combattimenti senza quartiere.

Subito dopo, ha preso la parola Pietro Cappellari, ricercatore di Nettuno, membro, insieme a Dal Piaz, della Fondazione della RSI – Istituto Storico di Terranuova Bracciolini (AR).

Autore di alcuni volumi sulla RSI – tra i quali Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma 22 Gennaio – 4 Giugno 1944 (Herald Editore, Roma 2010) – Cappellari è da anni impegnato nell’analisi della realtà Umbra e Reatina nel periodo della Repubblica Sociale Italiana. Ha rinvenuto, nel 2004, una fossa comune nei pressi di Leonessa, aiutando così le Autorità a ricostruire le ultime ore di vita di alcuni militi della RSI scomparsi in  circostanze misteriose e mai più ritrovati.

Cappellari ha rivelato come, nell’autunno 1943, nelle province di Terni e di Rieti, i primi nuclei resistenziali fossero guidati da Ufficiali del Regio Esercito riparatisi in montagna in attesa dell’arrivo degli Alleati. Di fronte alla necessità di dover contrastare la rinascita del fascismo e la presenza dei Germanici, gli Ufficiali avevano dato alla luce piccole unità che operavano in zone franche. Attraverso un tacito accordo, i Tedeschi non intervenivano in queste aree, a patto che i partigiani non colpissero reparti germanici.

Tale accordo naufragò solo nel marzo 1944, poiché, nei pressi di Piediluco (Terni), un Ufficiale medico tedesco, curatore di una farmacia da campo aperta anche ai civili, venne assassinato da guerriglieri comunisti. E’ l’inizio della fine per i civili italiani che si ritrovano in balia dei Germanici furibondi: nei primi giorni dell’Aprile 1944 (Operazione Osterei), si registrarono 296 ostaggi fucilati in seguito a un vasto rastrellamento che toccò le province di Rieti, Terni e Perugia, e provocò la liquefazione di tutte le bande partigiane presenti sull’Appennino umbro-laziale che non opposero resistenza ai reparti italo-tedeschi.

La formazione comunista “Antonio Gramsci” fu costretta alla fuga, con la popolazione disperata e sfiduciata dall’operato dei partigiani, rei di avere provocato l’inutile rappresaglia.

Qui subentrò il PCI che, con precise disposizioni, ordinò ai superstiti delle formazioni della “Gramsci” di catturare e uccidere presunte “spie tedesche”, riversando su esse la responsabilità della rappresaglia.

Come distinguere una “presunta spia” da un comune cittadino?

Iolanda Dobrilla, 16 anni, di Capodistria, sapeva parlare il tedesco. Ciò bastò per una esecuzione che la vide dapprima dilaniata da una granata, poi arsa in una carbonaia. I resti dati in pasto ai maiali. Sia chiaro: una “legittima azione di guerra”…

Saranno decine le vittime di un terrore cieco che, nell’immediato dopoguerra, verrà debolmente affrontato dalla magistratura, sino all’amnistia Togliatti che rese vana ogni “verifica” giudiziaria.

Nel corso del convegno, entrambi i relatori hanno ricordato come, nel lavoro della Fondazione RSI di recuperare nominativi e storie di ex-appartenenti alle Forze Armate Repubblicane, si sono spesso imbattuti in vere e proprie rimozioni del passato familiare da parte dei parenti delle vittime che, a fine guerra, avevano indicato congiunti della RSI come “caduti partigiani”.

Ne è un esempio la lapide che ricorda, a Terni, i caduti della “Gramsci”: alcuni di essi (il “Cappellano della Brigata”, ad esempio) erano completamente estranei alla Resistenza; altri avevano indossato l’uniforme fascista prima e dopo l’8 Settembre. Oggi, invece, sono tutti considerati “partigiani combattenti”…

La rimozione della memoria non era avvenuta solo per mano di familiari, ma anche di partiti politici desiderosi di cancellare passati a loro parere poco gloriosi e scomodi.

A confermare ancor di più la tesi della “rimozione” è l’ultimo intervento di Cappellari, in merito all’esperienza partigiana di Bruno Zenoni, sintetizzata in un libro dall’emblematico titolo La memoria come arma, che evidenzia un uso non proprio ortodosso della storia. Nel testo, stranamente, viene “dimenticata” la lettera con la quale, nel Giugno del 1939, il futuro partigiano simbolo della lotta armata antifascista, scriveva a Mussolini chiedendone il perdono, assicurando di avere rinnegato il passato, esaltando la figura del Duce, implorando di fornire mezzi di sostentamento alla famiglia e all’anziano padre. La lettera è a disposizione di tutti gli studiosi nell’Archivio Centrale dello Stato, tra le carte del processo Bracci del Tribunale Speciale.

I lavori si sono chiusi con l’auspicio che conferenze come La Storia Mutilata abbiano seguito, al fine confrontare e dibattere della storia locale, raccontando momenti drammatici, resi ancor più amari da silenzi scellerati che inquinano e macchiano la dignità della Storia e l’onore delle vittime.

Marco Petrelli ha ringraziato i relatori e il pubblico, dando ai presenti appuntamento per una nuova iniziativa e narrando un’altra vicenda poco nota, quella degli internati italiani del campo di concentramento statunitense di Hereford.

Nel frattempo, il Centro Studi Nadir continuerà ad occuparsi della “storia mutilata” di Terni, in costante contatto con ricercatori e studiosi per restituire agli occhi della gente la realtà dei fatti.

«Sarà dura – ha commentato Petrelli – e la toponomastica cittadina ce lo conferma. Ma è impossibile fermarsi: il desiderio di conoscenza è legittimamente irrefrenabile».

Ufficio Stampa Centro Studi Nadir

Terni

 

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