LETTERA APERTA ALLA PROFESSORESSA ELSA FORNERO.

Questa lettera aperta esige una breve premessa che prenda in esame anche l’aspetto comunicativo e psicologico della rappresentazione scenica messa in atto dal professor Monti e dai suoi colleghi e sodali, nel momento della conferenza stampa in cui è stato presentato ufficialmente “il pacchetto anti crisi” lacrime e sangue riservato agli italiani.

Viviamo nel mondo dell’immagine per cui sappiamo bene che nella distinzione filosofica tra l’essere e l’avere che ha accompagnato l’umanità per secoli, si è inserito adesso l’apparire, cioè in concreto, la realtà è stata sostituita dal virtuale.

Il passaggio di potere tra il governo Berlusconi, cioè un governo con un tasso elevato di nani e ballerine, esigeva, in primis, un messaggio di discontinuità visivamente evidente e – per la verità – il presidente Monti è pienamente riuscito nel ruolo scenico affidatogli, egregiamente supportato dai suoi colleghi.

Gli italiani, abituati all’avanspettacolo berlusconiano, hanno assistito pazientemente ( non sappiamo in quanti ! ) alla riedizione – opportunamente adattata – del famoso film “La corazzata Potiomkin” (non conosco esattamente la grafica, ma chi mi legge mi comprende lo stesso !).
Torniamo all’argomento: professoressa Fornero, è più che evidente che a lei sia stato affidato il compitino più arduo, cioè quello di dimostrare che la nuova normativa previdenziale si ispira a principi di equità e giustizia sociale, attraverso l’abbattimento di “privilegi” non più sostenibili e a tutto vantaggio, quindi, delle giovani generazioni. Non potrà negare che si tratta di un tipo di “equità” che ha livellato in basso i diritti di tutti i lavoratori, compresi quelli “potenziali”, giovani e anziani, uomini e donne, occupati, precari e disoccupati, il tutto giustificato con il fatto che c’è la crisi.

Ebbene, la crisi c’è, ed è crisi sistemica ed è la crisi del liberai-capitalismo, giunto al suo punto estremo di degenerazione. Una crisi che si svolge secondo schemi obsoleti e che vede contrapporsi gli arricchiti e i proletari, i datori di lavoro e i lavoratori, nella logica economicistica del “mercato” e quindi del mercato del lavoro. Lei ha cercato di risolvere il problema dell’equilibrio dei fondi previdenziali (ancora gravati delle passività assistenziali, fra l’altro ! ), sul piano rigidamente contabile, volendo così dimostrare che il sistema contributivo è l’unico che risponde a principi di equità mentre quello retributivo rappresenta un privilegio non più sostenibile. Vorrei ricordarLe che le ritenute previdenziali in regime retributivo venivano, una volta, investite in patrimonio immobiliare di pregio proprio a garanzia delle pensioni, e che questo patrimonio è stato dai suoi predecessori male amministrato, poi gestito in maniera clientelare e quindi svenduto per tappare le falle dei bilanci pubblici. Adesso voi, freddi giuslavoristi cresciuti nel sistema capitalistico, rivendicando il principio dell’equità, colpevolizzate i pensionati solo perché le pensioni sono garantite dai versamenti dei lavoratori occupati. Di chi la colpa ? Lei dimentica che la previdenza è una conquista del lavoratore ma è anche e soprattutto una componente essenziale del lavoro inteso quale esercizio ordinato delle facoltà fisiche, psichiche e spirituali dell’uomo.

Pertanto non si può scindere la previdenza dal concetto di lavoro inteso quale realizzazione umanistica della persona. Dietro il sistema contributivo e quello retributivo, ci sono due filosofie inconciliabili, due concezioni del mondo e della vita, due interpretazioni del lavoro che non possono essere messe a confronto solo su di un piano aziendalistico e contabile, perché nel calcolo va conteggiata l’utilità sociale del lavoro, cioè quella componente extra contabile che rappresenta la fonte primaria dell’arricchimento della intera comunità nazionale.

Cioè, noi socialisti nazionali, vogliamo rovesciare i termini e contrapporre il diritto al lavoro che, tra l’altro, il sistema capitalistico non garantisce avendo come finalità il profitto, e il dovere sociale del lavoro. Dunque il lavoro non più concepito da un punto di vista strettamente economicistico.

Noi socialisti nazionali consideriamo inoltre, anche l’aspetto etico perché per noi il lavoro significa il realizzarsi pieno della personalità dell’uomo, l’essenza stessa della sua socialità, in quanto il lavoro è uno dei vincoli di unione più sicuro tra, uomo e uomo, tra uomo e società se è vero che ogni società è sorta inizialmente come comunità di lavoro, come gruppo produttivo, in quanto gli uomini per dominare il mondo esterno debbono unire le loro forze. Noi respingiamo così le concezioni economicistiche propense ad identificare il lavoro con la pena.

In realtà chi concepisce il lavoro come una pena, come una condanna, confonde un fatto contingente – cioè le condizioni particolari del lavoro e la sua durata – con un fatto immanente. In ciò – sia chiaro – non siamo utopisti nel credere nel sogno del “lavoro-diporto” per tutti, ma non neghiamo che il singolo individuo e la società possano annettere all’elemento di pena un elemento di gioia, sia come gioia del dovere sociale compiuto, sia come gioia dell’atto creativo.

Il lavoro come legge naturale dell’uomo, perché appunto il lavoro, non solo è il mezzo che procura il necessario per l’esistenza, ma è anche un mezzo di conquista sociale e di elevazione spirituale.

Per tutto questo, noi socialisti nazionali, vediamo nel lavoro, in tutte le sue componenti compresa quindi la previdenza, il principio di ogni progresso civile e un grande strumento di elevazione individuale e sociale.

In questa filosofia i risultati del lavoro rappresentano l’affermazione della volontà umana e perciò divengono anche criterio di valutazione del cittadino. Il lavoro, pertanto, diventa il mezzo unico con il quale si misura l’utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi.

E’ questa utilità sociale, cioè l’arricchimento morale e materiale della comunità nazionale, che va portato in bilancio a sostegno del sistema previdenziale retributivo, da contrapporre al sistema contributivo che risponde soltanto ad una filosofia pauperistica tipica delle dottrine materialistiche. Certo, se l’aspetto politico è assorbito dall’aspetto economicistico-aziendale che viene considerato come l’aspetto esclusivo del lavoro essendo il lavoro ordinato direttamente o indirettamente alla produzione o, come altri erroneamente affermano, essendo il lavoro compiuto solo dietro una prospettiva economica, è inevitabile che si consideri solo l’ “homo oeconomicus”.

Ma per noi socialisti nazionali, come già sostenuto a suo tempo dall’Innominato: “l’uomo integrale è politico,  economico, religioso, santo e guerriero.

Capitalismo e marxismo sono le due dottrine materialiste che rimangono chiuse e prigioniere nel cerchio fatale delle loro contraddizioni, perché misconoscono il valore etico del lavoro nella sua valenza di arricchimento morale e materiale della comunità nazionale. E’ in questo contesto di vecchio modello di stato ottocentesco nato dalla restaurazione imposta all’Italia dalle forze plutocratiche vincitrici della 2° Guerra mondiale, che i giovani sono risultati i grandi emarginati della società. Il tentativo di innescare strumentalmente una lotta tra le generazioni in nome di una “equità” al ribasso, è l’ennesima mascalzonata di un sistema capitalistico alle corde. Viceversa, è solo attraverso una più alta visione sociale che si può risolvere il problema economico del lavoro e della previdenza, non certo con alchimie di carattere contabile. Occorre rivoluzionare il modello di sviluppo e la struttura della società attuale e riconsiderare il lavoro come la manifestazione più alta della personalità dell’uomo integrale.

Il lavoro non è una merce, professoressa Fornero, e le sue lacrime sono l’effetto dello stress a cui è stata sottoposta dal suo presidente, perché lei è consapevole che, nel pacchetto “lacrime e sangue” la sua è una vera riforma strutturale permanente che andrà ad incidere, a regime, sulla vita e l’avvenire di milioni di cittadini italiani, giovani ed anziani, uomini e donne. Con la sua riforma lei ha fatto sfoggio di erudizione giuslavoristica di stampo economicistico, ma ha dimostrato la totale mancanza di cultura del lavoro, di cui la previdenza è una componente inscindibile.

Professoressa Elsa Fornero, purtroppo Lei in questo momento è vincente, perché anche le forze politiche e sindacali che si oppongono alla sua riforma e criticano aspramente le soluzioni da lei prospettate, lo fanno secondo la logica obsoleta della lotta di classe, logica che fa riferimento ad una tipologia di società che non esiste più.

La società attuale è più articolata e complessa ( oltrechè complessata ), è una società in crisi di identità perché la plutocrazia mondialista ha corroso e corrotto i fondamenti della convivenza civile, anche attraverso quella perversa religione consumistica che pone a base della sua filosofia il raggiungimento irraggiungibile della felicità e del benessere per tutti.

E’ il trionfo del materialismo edonistico di stampo capitalistico che ha coinvolto in particolare l’Europa, dopo il fallimento del materialismo storico del comunismo.
Per uscire dal tunnel del degrado morale e materiale, per ricostruire una coesione sociale e nazionale, occorre edificare quella democrazia partecipativa in cui il lavoro non sia più l’oggetto dell’economia ma il soggetto, perché è il lavoro e solo il lavoro che forma ed accumula li capitale della nazione. E’ evidente che in questo concetto non c’è solo l’affermazione di un principio economico, ma è innanzitutto l’affermazione di un principio politico che, con piena giustificazione logica e storica, si pone al centro di quella rivoluzione di cui, noi socialisti nazionali ci sentiamo avanguardia, e che riaprirà  “il varco alla umana vera civiltà del lavoro.”

(Stelvio Dal Piaz)

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2 risposte a LETTERA APERTA ALLA PROFESSORESSA ELSA FORNERO.

  1. wids72 ha detto:

    Il mondo nella visione economicista capitralista è l’emanazione di un mercato globale dove gli stati rappresentano un appendice virtuale da manipolare. Numeri e profitti rappresentano insieme alla limitazione delle perdite i fonadamenti di questo sistema. Anima, spiritualità e bisogni dell’uomo in quanto tale, in questa visione meccanicistica, sono dissolti ineluttabilmente…Ora viene il tempo che nella ribellione culturale lo Stato nella sua concezione di comunità di uomini riprenda il suo cammino nella funzione primordiale di equilibratore di tutte le forze politiche, sociali ed economiche affinchè le comunità ritornino ad essere completamento dell’uomo stesso in tutte le sue componenti!!!! In alto i cuori!!!!

  2. Anonimo ha detto:

    AVE STELVIO! E’ sempre un piacere dissetarsi alla fonte dell’umanesimo gentiliano che sgorga dalle righe del tuo scritto.

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