LEGA NORD. IPOTESI DI SCENARI FUTURI

L’attenzione dell’opinione pubblica è da settimane ormai tutta concentrata su quello che sta accadendo all’Italia, con le “grandi” manovre di Governo al centro dell’attenzione di tutta l’opinione pubblica. Purtroppo fra i cittadini solo in pochi si rendono veramente conto dell’attacco che le lobby transnazionali atlantiste stanno portando alla Comunità Nazionale; i contribuenti, quasi del tutto inconsapevoli, sono chiaramente concentrati su quello che riserverà loro la manovra elaborata dal Governo Monti e non hanno certo la lucidità necessaria per capire l’origine dell’attacco. Soprattutto non hanno gli strumenti necessari a percepire che i Tecnocrati “fittiziamente eletti” alla guida del Parlamento con un vero e proprio “blitzkrieg politico”, stanno consegnando definitivamente l’Italia nelle mani dei banksters europei e mondiali. I veri italioti li abbiamo visti scendere in piazza la sera delle dimissioni del governo Berlusconi e festeggiare l’avvento del governo dei tecnocrati, che affonderà la pugnalata finale a quel poco di Sovranità Nazionale ancora in mano allo stato (in primis attraverso privatizzazioni e commissariamento del debito pubblico a BCE e FMI).

L’unico partito che si è posto immediatamente all’opposizione, tra l’altro in maniera comoda e confacente alle sue caratteristiche di un tempo, è stata la Lega Nord, pronta da subito a rispolverare i vecchi slogan “Federalismo e Secessione”. L’attenzione è ora tutta concentrata sulle pittoresche mosse del Carroccio che in quel ruolo di perenne picconatore trova sempre una solida base militante.

Ma in pochi però, hanno notato che Domenica 10 ottobre per la Lega Nord potrebbe essere stato un giorno di svolta (non apparente) da annotare nei taccuini politici. Una bollente domenica fra militanti, che, di fatto, potrebbe concretizzarsi nell’inizio effettivo della guerra di Successione. Emerge chiaro che la crepa che si è aperta quella domenica a Varese non è di quelle semplici da richiudere, nonostante la calma bulgara ostentata della dirigenza, che Domenica 4 dicembre si è ritrovata al Parlamento Padano di Vicenza intorno al suo leader.

Lo scorso 10 ottobre ha destato sicuramente impressione leggere le cronache della giornata convulsa di Varese, dove, fra spintoni, fischi e urli, si è squarciata una piaga difficile da lenire tra dirigenza e militanti, tale da far dichiarare a Bossi la singolare frase «Ho visto in seconda, terza fila dei fascisti…» (N.d.R. ex Alleanza Nazionale), come se il Senatur facesse finta di non sapere che alcuni dirigenti leghisti come Borghezio frequentano (o meglio vorrebbero frequentare) in maniera più o meno palese le commemorazioni dei reduci della Repubblica Sociale, alla ricerca di qualche voto da convogliare.

L’importanza di quella giornata sta principalmente nel certificare che le danze adesso sono cominciate ufficialmente; sono già diversi mesi che avvengono scaramucce più o meno sotterranee fra dirigenti, in pratica da quando la malattia del Senatur pare irreversibile, e adesso non resta che vedere chi tirerà la volata per la successione al timone di comando del Carroccio.

Un primo segnale lo abbiamo avuto lo scorso giugno, quando dopo la solita adunata di Pontida, Bossi si è sentito in dovere di rilasciare queste dichiarazioni: “Sono ancora giovane, la gente a Pontida era venuta per me e gridava secessione, non successione”.

Interessante in tal senso, rileggere l’analisi di Pietro Senaldi risalente a quelle settimane e pubblicata su Libero del 17 Giugno[1]:

Bossi è adorato dai militanti, ma sa di essere un uomo malato. Ha accusato il ko elettorale ma è uomo di grandi cadute e grandi risalite, i cali di consenso non lo hanno mai preoccupato oltre misura. È tuttavia rimasto  molto impressionato dalla parabola dell’amico Berlusconi e farà di tutto per non ripeterla. Per questo è quasi pronto a delegare un po’ di potere. Le recenti uscite di Maroni e Calderoli contro il fisco, Tremonti, la guerra in Libia e Berlusconi, accusato di far prendere sberle alla Lega, sono da leggere per lo più in chiave di quanto sta succedendo all’interno del Carroccio. Sono dichiarazioni che in altri tempi avrebbe fatto Bossi e che ora toccano ai due delfini, un po’ perché il Senatur non se la sente di pugnalare l’alleato né tantomeno l’amico Giulio, molto perché i due hanno bisogno di rafforzare i rapporti con la base, sempre più anti-berlusconiana, e di rassicurare gli amministratori locali padani, i quali devono sostenerli nella loro scalata, che per quanto decisa è ancora lontana dall’avere successo.”

L’analisi di Senaldi spiega in maniera chiara quello che è accaduto nelle scorse settimane: un Tremonti che non digeriva le critiche di alcuni dirigenti del PDL e che mal sopportava le esternazioni populiste di Berlusconi, ed un Bossi quasi dispotico che come al suo solito si appigliava (e si appiglia tuttora) al suo sbiadito carisma nei confronti della base leghista. Vista da fuori, la Lega Nord appariva fino a qualche mese fa granitica e compatta, ma, come ogni partito (in)degno di menzione, la realtà si rivela essere un’altra, anche se gli accadimenti politici delle ultime settimane hanno provveduto a far ritrovare una certa compattezza “formale” al partito.

  1. Le correnti

Nel Carroccio esistono almeno 4 o 5 correnti interne ben identificate ed ufficiose. Fa sorridere il nome del gruppo dei “fedelissimi” del Senatur che i più definiscono come “Il Cerchio Magico” a cui dovrebbero appartenere la fidata Rosy Mauro, Marco Reguzzoni, Federico Bricolo e naturalmente il “prescelto” Renzo Bossi. Ecco come li definisce Gilberto Oneto in un intervista al Fatto Quotidiano[2]: ”“Quelli della “banda del buco” che generalmente i giornali definiscono come quelli del “cerchio magico” fatto dalla moglie all’ interno del quale stanno, come dei figuranti, i vari Francesco Belsito (tesoriere della Lega), Marco Reguzzoni, Federico Bricolo e Rosi Mauro. Bossi di tanto in tanto cerca di sfuggire a quella presa mortale perché si è reso conto che è arrivato il momento delle consegne. Sono convinto che proprio nel discorso di Pontida, quando ha parlato dei 15 anni di politica, abbia cercato di farlo capire anche a Berlusconi.”

Tralasciando la figura del pittoresco “trota” che, vista l’esperienza e lo spessore politico del giovane erede appare quasi ridicolo che un Umberto Bossi, seppur padre padrone del partito, possa avanzare una candidatura che non si può certamente definire credibile. La sponsorizzazione del figlio pare più assomigliare ad un semplice desiderio da parte del Senatur di voler garantire una certa continuità di “nome” ben sapendo che il figlio non ha le capacità per guidare un partito così complesso, ma ben sapendo anche che il cognome è una cambiale che Renzo potrà sempre escutere.

Visto il suo ruolo istituzionale, e giudicata la sua indubbia capacità di muoversi nei palazzi, in questo momento il ruolo di favorito, se ci passate il termine, sembra ad appannaggio di Roberto Maroni e di giovani e loquaci dirigenti che possono appoggiarlo quali Matteo Salvini. Maroni sa come muoversi sia in ambito costituzionale sia in ambito territoriale, dove sa come accarezzare la base leghista; una strategia ben concertata. Il Ministro dell’Interno ha molta considerazione nell’elettorato leghista propria per  la sua indubbia capacità di portare risultati concreti a beneficio del partito, e di questa situazione ne trarrà sicuramente giovamento. Lo stesso ex leghista Roberto Formentini, ottimo conoscitore dell’ambiente, in una recente intervista parlando di Maroni ha dichiarato[3]: “Maroni aveva alcuni problemi con la comunicazione, difficoltà di carisma. Ma è cresciuto anche lì. Un ottimo ministro dell’Interno, che ha mandato in carcere più boss mafiosi di tutti quelli che sono venuti prima di lui. Ha lavorato bene, piace alla base e ha soddisfatto tutti. Sarebbe una Lega a guida maroniana, con grandi praterie nel centrodestra, impostazione nordista e benedizione del fondatore, l’Umberto. Ecco il futuro che vedo io per il Carroccio.”

Una variabile non di poco conto potrebbe essere quella del gruppo di dirigenti vicini a Calderoli, e da sempre, assoluti estimatori dell’ex ministro Giulio Tremonti. Calderoli ha come sua arma molto efficace quella della “battaglia per il Federalismo” e questa sua vicinanza all’ex Ministro dell’Economia potrebbe essere una carta da giocare nei futuri equilibri interni del partito.

E come non ricordare i piemontesi vicini a Roberto Cota oppure i veneti di Luca Zaia e Flavio Tosi. Senza poi accantonare pedine intransigenti come Gentilini e Borghezio, che pur muovendosi in maniera caricaturale, sul territorio possono vantare un buon seguito in termine di voti, posizionandosi in prima linea sulle tematiche care alla base leghista quali sicurezza, immigrazione e religione, e quindi possono mettere sul piatto qualche richiesta da accondiscendere. A tutto ciò va aggiunta, il solito refrain “Secessionista”, battaglia che dopo la dipartita dal governo, ha ripreso più che mai vigore.

Come detto, sulla questione interna del Carroccio aleggia velata anche la figura di Giulio Tremonti, da sempre simpatizzante leghista. Vista la sua appartenenza all’Aspen Institute, difficilmente potremo vedere un Tremonti come portavoce ufficiale della linea economica leghista, ma visto il modo in cui la vecchia maggioranza di governo aveva scaricato l’ex Ministro, questa ipotesi potrebbe farsi interessante anche in chiave elezioni future.

  1. Il futuro elettorale

E proprio questo appuntamento sarà decisivo per il futuro della  Lega Nord.

Per il Carroccio, infatti, presentarsi al prossimo appuntamento elettorale a livello nazionale (2012 o 2013 cambia poco) con la guida di un Bossi appannato e senza un successore già nominato in maniera cristallina potrebbe rivelarsi assai dannoso, ma, al contempo una scelta fatta adesso sul cavallo su cui puntare potrebbe paradossalmente rivelarsi fatale, spaccando in maniera netta dirigenti e le relative base militanti. Ed è infatti proprio in questo momento, in cui la Lega nonostante il default governativo appare sempre accreditata del 8-9%, che una mossa interna palesemente frettolosa ed errata potrebbe creare delle crepe inaspettate nella base, mettendo a serio rischio sia il risultato elettorale sia il futuro del partito.

Non sarà facile per Lega Nord affrontare contemporaneamente sia il fronte esterno (opposizione intransigente al governo Monti) sia le questioni interne (successione di Bossi e riassetto del partito). Il Senatur e tutto il gruppo dirigente sono perfettamente consapevoli del fatto che la caduta dell’attuale Governo, oltre alla immediata rinuncia alle cariche istituzionali, provocherà gravi ripercussioni anche sul territorio. Uno che l’ha capito immediatamente è stato Formigoni[4]: “Con la Lega abbiamo una grande alleanza sul territorio e vogliamo ricostruire questa alleanza a livello nazionale in vista delle elezioni politiche del 2013”.

Nelle prossime amministrative nelle Politiche del dopo Berlusconi vedendosi mancare l’alleato corposo, il Carroccio potrebbe perdere il controllo di diversi comuni, provincie e regioni, vanificando il lavoro di oltre 20 anni. Perdita che potrebbe anche rivelarsi definitiva perché rimane difficile immaginare una Lega Nord vincente in solitaria, se non in qualche caso sporadico nelle ormai consolidate ma minoritarie roccaforti leghiste.

Vero è che in tutta la Padania (che ancora non si capisce bene storicamente e geograficamente a cosa corrisponda nella concezione leghista spesso antistorica e caricaturale) la presenza e la militanza leghista è ben radicata, e questo potrebbe far gola a diverse coalizioni (specie a sinistra), ma, ad oggi, rimane difficile vedere una Lega Nord alleata con Udc o con il Partito Democratico,

Per tutti questi motivi, adesso il Senatur non può più sbagliare. La forzatura di Varese, dove Bossi ha voluto letteralmente imporre il proprio candidato potrebbe rivelarsi una mossa non felice. La figura del Senatur infatti, è sempre stata quella di coagulare la base, il popolo verde, e l’ira di alcuni tesserati di Varese sarebbe altamente rischiosa se si diffondesse una pandemia di malcontento fra i militanti. Paradossalmente Mario Monti assomiglia sempre di più ad un provvidenziale aiuto divino nei confronti del Carroccio.

Ogni giorno che passa la parabola di Bossi pare assomigliare pericolosamente a quella del suo partner politico di Arcore. D’altronde la scelta fatta nel 2001 è stata chiara: fedeltà all’alleato Berlusconi. Rimanere attaccato al carrozzone di Arcore ha giovato assai alla Lega Nord che con la sua strategia identitaria ha saputo fecondare al massimo le fiches a sua disposizione, spesso a discapito dello stesso PDL. Ma è chiaro che aver appoggiato il ducetto (con la minuscola) di Arcore fino all’ultimo respiro politico esalato, costerà caro al Carroccio in termini di consensi.

  1. I rapporti tra il Cavaliere ed il Senatur

A darci un’idea di cosa abbia spinto la Lega Nord a sorreggere Berlusconi fino ad esalare l’ultimo respiro politico, oltre ad una ovvia convenienza elettorale sul territorio, riportiamo le interessanti dichiarazioni di Gigi Moncalvo, ex direttore della Padania, rilasciate nel programma di Lucia Annunziata “In mezz’ora” e riprese dal Fatto Quotidiano[5]:

Moncalvo, direttore del quotidiano del Carroccio dal 2002 al 2004, ha spiegato le origini del patto di ferro che lega Silvio Berlusconi a Umberto Bossi e che avrebbe spinto la Lega, fra l’altro, a votare per il salvataggio di Marco Milanese e Saverio Romano, il ministro indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il giornalista, che cita tra le altre fonti la ex giornalista di Radio Padania Rosanna Sapori e il giornalista di Famiglia Cristiana Guglielmo Sasimini, ci sarebbe un “vero e proprio contratto stipulato davanti a un notaio”. L’accordo, datato gennaio 2000, sarebbe stato firmato un anno prima delle politiche del 2001 in cui Bossi e Berlusconi erano alleati. Nel giugno del 2000 infatti, come aveva documentato Mario Calabresi su Repubblica, Giovanni Dell’Elce,, allora amministratore nazionale di Forza Italia e oggi deputato del Pdl, scrisse alla Banca di Roma per comunicare una fideiussione di “due miliardi di vecchie lire a favore della Lega”. Moncalvo ha aggiunto che “Berlusconi aveva fatto un intervento economico pesante a favore della casse della Lega” che allora versava in uno stato finanziario critico: la sede del partito era stata pignorata e i giornalisti non ricevevano più lo stipendio. A quel punto Berlusconi avrebbe rinunciato “a un serie di cause civili per gli slogan e le paginate” de La Padania in cui il premier “veniva accusato di essere mafioso” in cambio della cessione della titolarità del simbolo del Carroccio. (…)  Oltre alla titolarità del simbolo, il patto prevedeva anche la formazione di un think tank per la formulazione di una riforma costituzionale per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. E se fosse passata col referendum, Napolitano, aggiunge Moncalvo, sarebbe stato “costretto a dimettersi”. Dall’altra parte Berlusconi, “convinto di essere eletto dal plebiscito popolare”, sarebbe andato al Quirinale. A fare parte del think tank, aggiunge l’ex direttore de La Padania, anche “Tremonti, Calderoli e La Russa” mentre “Follini e Fini combatterono fino in fondo” affinché la riforma non passasse.”

Le dichiarazioni di Moncalvo, oltre che esaustive, fissano bene i cardini del “particolare rapporto” tra i due partiti dell’ultima coalizione di governo. Alla luce di quanto letto appaiono fin troppo chiari gli strani “ammorbidimenti” politici della Lega che negli ultimi due anni era passato dalla sua prerogativa di partito semirivoluzionario e federalriformista.

Di questo “patto“ il 22 giugno 2011 ne aveva parlato sempre sul Fatto Quotidiano[6] anche Gilberto Oneto, militante ventennale del partito padano che, oltre ad essere nominato nel 1996 responsabile dell’identità culturale nel “Governo della Padania” è stato per anni amico e collaboratore di Gianfranco Miglio. Ecco alcuni passi: “Un fatto risaputo da tutti nel partito e scritto anche in diversi libri. Quel patto esiste. Un accordo tra due persone che quindi non ha la valenza legale ma poco importa. Quel pezzo di carta per Bossi è un patto d’onore che verrà rispettato fino alla morte.

Oneto ci fornisce anche il suo interessante punto di vista sul futuro leghista: “Bossi pensa che Roberto Maroni sia l’uomo giusto, anche se non sarà mai un leader semplicemente perché non ne ha le caratteristiche. In fondo Maroni è uno che preferisce stare tranquillo, ma è l’unico che può evitare lo sfacelo della Lega. Un’altra ipotesi è che a Maroni venga almeno concesso di fare da traghettatore verso i diversi appuntamenti congressuali dove si scanneranno gli uni con gli altri. Alla fine vincerà il migliore magari proprio riuscendo a fare fuori i vari “leccachiappe e cadregari”.[7]

L’intervento di Napolitano ha tolto diverse castagne sul fuoco alla Lega Nord, che poche ore dopo la “santificazione” di Mario Monti a senatore a vita, aveva immediatamente dichiarato di schierarsi all’opposizione, ben conscia che tale passo il Pdl e Berlusconi non se lo sarebbero potuti permettere.

Il motivo per cui Berlusconi è stato costretto alle dimissioni è stato lo stesso Umberto Bossi a dircelo il 24 Novembre sempre a Varese: “Silvio Berlusconi non si è dimesso per effetto del voto sul rendiconto di bilancio, che lo scorso 8 novembre aveva sancito la mancanza di una maggioranza alla Camera. La politica non c’entra: il Cavaliere avrebbe gettato la spugna «perché è stato ricattato», in particolare perché «gli hanno ricattato le imprese»[8].

  1. Il rilancio della tematica secessionista

Ormai il Carroccio non usa più mezze misure, e dopo il cambio di governo i “falchi” come Calderoli ritornano a svolazzare tranquillamente con i loro proclami[9]:

“«Spero possa nascere quella separazione consensuale sul modello della Cecoslovacchia che noi cerchiamo da tempo… «meglio star bene separati, che star male rimanendo insieme». «Lunedì – ha proseguito Calderoli – incontreremo Formigoni per vedere se ci sta. Poi tocca al Friuli, al Trentino per formare quella macroregione che è la Padania». «Roberto Maroni sarà il nostro ambasciatore a Roma. Chiedo il mandato all’assemblea per affidargli l’incarico perché Maroni vada a fare «un ….» così in Parlamento…”

A Calderoli ha fatto eco il Senatur[10]:

“«La Padania vincerà. Lo stato italiano ha perso la partita. La guerra economica ha visto la sconfitta dell’Italia». «Alla fine della guerra economica noi dobbiamo essere pronti per scrivere i trattati per l’Europa dei popoli. Adesso siamo pronti a partire. È il tempo di scatenarci e già si vede da oggi, siamo pronti a partire con la Padania e oggi si apre una finestra storica». «Quando si parla di Padania – ha proseguito Bossi – poi la gente arriva, la gente è stanca di essere oppressa e vuole uscire da sistema centralista come quello italiano», ha detto il Senatùr, «se vai a Roma devi avere i voti per fare riforme l’altra via è quella popolare ossia quella di scatenarci. E i nostri vogliono la Padania». E conclude: «Dobbiamo unirci, compatti, lottare per la Padania. La storia farà la sua parte». Nel corso del suo intervento Umberto Bossi cita più volte Gianfranco Miglio e la sua idea di macroregione europea. «Noi allora non capivamo perché Miglio era convinto delle sue idee – spiega mostrando una mappa dell’Europa con una regione costituita dalle regioni del Nord Italia, l’Austria e parte della Germania meridionale – La Padania la si deve mettere in rapporto ai lander tedeschi e all’Austria. C’è un documento per la cooperazione e lo sviluppo per l’Unione Europea che prevede collegamenti transnazionali con i lander tedeschi e l’Austria», aggiunge Bossi. «Si apre una finestra importante per la storia – aggiunge – Noi dobbiamo essere pronti perché dopo le guerre si riscrivono i trattati. Dobbiamo essere pronti a lanciarci nelle finestre che le storia aprirà».

Umberto Bossi, come non faceva da tempo, ha rispolverato il vecchio cavallo di battaglia, il teorizzatore (mai dimenticato) della nascita leghista, Gianfranco Miglio. Ricordiamo cosa teorizzava nei decenni scorsi il prof. Miglio[11]:

…Ma oggi – proprio, e in primo luogo, per le sue grandi dimensioni, e per la sua vocazione all’unità – lo Stato non è più in grado di soddisfare, rendendole prima uniformi, le sempre più diversificate esigenze dei cittadini: esigenze che, sospinte dall’incoercibile capacità inventiva delle nuove tecniche produttive, si moltiplicano e si specificano senza posa, a tutti i livelli, sfuggendo a ogni pretesa, appunto, di uniformità, e possono venire fronteggiate soltanto da strutture politico-amministrative incomparabilmente più articolate e diversificate di quelle tradizionali. Ciò che sta andando in crisi è la nozione dell’unità dei grandi aggregati politici.

In secondo luogo – e ancora più in profondità – tende ormai ad essere contestata la staticità, l’immutabilità della struttura “Stato”. (…)

Una ricerca condotta anni fa dal compianto professore Innocenzo Gasparini (e purtroppo mai pubblicata) ha dimostrato che le relazioni economiche fra le Regioni padane, fra quelle dell’Italia centrale e quelle dell’Italia meridionale configurano l’esistenza di almeno tre potenziali “macroregioni”. Sono probabilmente proprio queste aggregazioni i futuri soggetti della struttura federale, che potrebbe nascere, pertanto, spontaneamente, senza traumi ideologici e psicodrammi, soltanto assecondandosi il comportamento dei cittadini. (…) Il crisma di un assetto costituzionale formale dovrebbe consacrare, ad un certo punto, questo nuovo modo di essere dell’unità degli Italiani: aggiungendo, alle tre grandi unità particolari di cui ho parlato, le isole, le altre Regioni a statuto speciale, e un “territorio federale” intorno a Roma (anche per risolvere il problema difficile della “città capitale” e del suo statuto).

In questa cartina tratta dal sito della Lega Nord[12] appare più chiara l’idea federalista di Gianfranco Miglio:

 

 La soluzione di Miglio illustrata nella cartina appare molto similare a quella prospettata il 4 dicembre da Bossi sulla Padania dove ha parlato di “separazione consensuale” come se ci fosse un progetto già ben definito che attende soltanto il via ufficiale[13]:

“«Indipendenza unica via. Bossi: ma sia consensuale». Con questo titolo a tutta pagina, La Padania, il quotidiano della Lega Nord apre il giornale di domenica in edizione speciale per il giorno della riapertura del Parlamento Padano a Vicenza. «Occorre ragionare su una possibile indipendenza condivisa. Occorre pensare a una trattativa tra le aree del Paese, perché è ormai evidente come così non si possa proseguire» è il virgolettato che il quotidiano attribuisce al leader della Lega.“

Curioso come proprio uno dei più importanti quotidiani economici dell’area anglosassone avalli questa ipotesi. Il 29 Aprile 2010 l’Economist, all’inizio della sua campagna disgregatrice nei confronti dell’Euro e alla vigilia dell’attacco mediatico contro l’ex Presidente del Consiglio, ha pubblicato all’interno di un articolo intitolato “Europe.view. Redrawing the Map[14] questa cartina che (a detta degli osservatori) avrebbe dovuto avere valenza umoristica, ma che alla luce degli eventi susseguitisi negli ultimi mesi, sembra tutt’altro che una provocazione:

 

 L’articolo descrive in maniera umoristica la cartina[15]:

Belgium’s incomprehensible Flemish-French language squabbles (which have just brought down a government) are redolent of central Europe at its worst, especially the nonsenses Slovakia thinks up for its Hungarian-speaking ethnic minority. (…). Belarus, currently landlocked and trying to wriggle out from under Russia’s thumb, would benefit greatly from exposure to the Nordic region, whose influence played a big role in helping the Baltics shed their Soviet legacy. So it should move northwards to the Baltic, taking the place of Estonia, Latvia and Lithuania. These three countries should move to a new location somewhere near Ireland. Like the Emerald Isle, they have bitten the bullet of “internal devaluation”, regaining competitiveness by cutting wages and prices, rather than taking the easy option of depreciating the currency, or borrowing recklessly as Greece has. The Baltics would also be glad to be farther away from Russia and closer to America. Amid the other moves, Kaliningrad could shift up the coast towards Russia, ending its anomalous status as a legacy exclave of the second world war and removing any possibility of future Russian mischief-making about rail transit. Into the slots vacated by Poland and Belarus should come the western and central parts of Ukraine. Germany, with the Ukrainian border now only 100km from Berlin, would start having to take the country’s European integration seriously. The Ukrainian shift would allow Russia to move west and south too, thus vacating Siberia for the Chinese, who will take it sooner or later anyway. (…)

Germany can stay where it is, as can France. But Austria could shift westwards into Switzerland’s place, making room for Slovenia and Croatia to move north-west too.* They could join northern Italy in a new regional alliance (ideally it would run by a Doge, from Venice). The rest of Italy, from Rome downwards, would separate and join with Sicily to form a new country, officially called the Kingdom of Two Sicilies (but nicknamed Bordello). It could form a currency union with Greece, but nobody else.

E’ curioso come questo articolo sia stato preceduto solo 2 anni prima (10 aprile 2008) da un documento similare apparso sempre sull’Economist avente il titolo “European Security. Redrawing the MAP in Europe[16] che in un passo recitava così:

The job of NATO used to be straightforward: keep the Americans in, the Germans down and the Russians out. These days things are less certain. A week after the alliance’s acrimonious summit in Bucharest, and an inconclusive follow-up meeting between presidents George Bush and Vladimir Putin to discuss anti-missile defences, NATO’s future role in Europe’s security seems particularly unclear. The most controversial question for the coming months, even years, will be how far the alliance should expand; in particular whether it should take in Ukraine and Georgia. (…) Indecision in NATO leaves plenty of room for the European Union. But the EU shows little sign so far of wanting to take the lead in the continent’s security policy—for example in reaching out to Ukraine. It is still struggling to digest its most recent expansion to Romania and Bulgaria—countries that seem to be going backwards rather than forwards on issues such as the rule of law and organised crime. This week the European Commission reiterated that Bulgaria needs to tackle gangsterism and corruption. Despite 150 assassinations since 2001, nobody has been convicted, nor has any senior Bulgarian official successfully been prosecuted for corruption. (…) The other big issue is America’s planned missile defence bases: ten interceptor rockets in Poland and a radar in the Czech Republic. In its dying months, the Bush administration is keen to settle the issue with Russia, but has so far been unable to do so. It has offered several “transparency” measures—such as a promise not to switch on the system until a threat (from Iran) emerges, and access for Russian liaison officers—to reassure Mr Putin that the missile shield is not an attempt to neutralise Russia’s nuclear arsenal. (…) America’s policy in eastern Europe is running out of steam. Earlier successes, such as expanding NATO to the Baltic states, are now overshadowed by disunity. Some newer NATO members even view Germany as something of a “fifth column” for Russia. Given the uncertainty over what a new American presidency will bring, the outlook for many in Europe’s ex-communist states is worrying.

Conclusioni.

Alla fine della nostra analisi abbiamo deciso di considerare alcune variabili (anche concatenabili tra loro) come possibili scenari per il  futuro leghista:

1)      Vista la sua particolare conformazione politica e territoriale potrebbe essere probabile un forte ridimensionamento della Lega ed una sua normalizzazione politica con accordi sul territorio (sia a destra che a sinistra) senza sconvolgimenti a livello nazionale dove potranno comodamente rimanere all’opposizione e lucrare sul malcontento sociale contro l’attuale governo tecnocratico

2)      Accelerazione sia amministrativa (vedi posizione di Formigoni) sia sociale della spinta “secessionista” per riprendere consensi, con rischi di degenerazione perfino in disordini sociali anche armati, in caso di diffuso malcontento in tutto il paese. Ricordiamoci che al Nord i disordini potrebbero avere come lo Stato Centrale come obiettivo, e potrebbero “contagiare” in maniera virale anche le regioni del Sud, dove alcune pulsioni contro-secessioniste già si notano. Situazione che potrebbe andarsi ad inserire in uno scenario di dissoluzione della moneta unica europea (o dell’Unione Europea stessa) con conseguenze amministrative pesanti anche sull’Italia

3)      Disgregazione del partito con fuoriuscita della parte più “istituzionale” della dirigenza verso lidi più destroconservatori o filocattolici e ritorno della Lega come partito d’origine esclusivamente “padano” con caratteri ancora più marcatamente identitari (anti-islamismo, sicurezza, immigrazione, antieuropeismo)

Come osservato gli scenari proposti sono concatenabili fra di loro, e molto saranno influenzati anche dagli eventi a carattere europeo.

Ovviamente al momento l’ipotesi 2 è peregrina, ed abbiamo forti dubbi sulle velleità rivoluzionarie del popolo padano, ma nella completezza di un’analisi tutto va messo in conto, comprese le ipotesi al momento scartabili, ipotesi che potrebbero rivelarsi più probabili fra qualche tempo, in scenari macroeconomici, geopolitici e sociali, assai peggiori.

Certo è, che la battaglia per la successione di Umberto Bossi ha in questo momento diversi sbocchi ed una valenza molto importante, in cui, solo apparentemente, si prospetta più fattibile la soluzione Maroni.

Ma il Carroccio ci ha da sempre abituati alle sorprese e alle centrifughe politiche.

Rimane difficile pensare che la Lega rimarrà ai margini della scena politica italiana ed europea dei prossimi anni.

Riccardo Berti

Fonte: http://www.statopotenza.eu/775/lega-nord-il-futuro-del-partito-e-il-ritorno-alla-suggestione-di-miglio

PUBBLICATO SU STATO E POTENZA IL 7.12.2011

***

Note

[1]http://www.liberoquotidiano.it/news/762971/Lega__successione_morbida__dopo_Bossi_il_triumvirato.html

[7] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] Tratto dal libro di Gianfranco Miglio “Una Costituzione per i prossimi trent’anni”

[15] Ibidem.

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Una risposta a LEGA NORD. IPOTESI DI SCENARI FUTURI

  1. Mario G ha detto:

    Bologna;

    Interessante articolo, di cui condivido in pieno l’ analisi che viene esposta, per quanto concerne le prerogative interne alla Lega Nord, in ambito di sucessione alla guida del partito stesso, il quale un tempo fu un movimento dalle caratteristiche, anche se dal mio punto di vista non condivisibili, sociali.
    Altra cosa però è poter prendere per credibile la possibilità strategico-politica, avanzata dal gruppo dirigente storico della Lega Nord, di una eventuale affermazione, nei fatti, di politiche secessioniste.
    Al di la delle artificiose “cartine geoPolitiche”, che ridisegnano i confini della nazione, in chiave separatista e non più federalista, mi viene da pensare che sia improponibile e surrealistico poter credere che un Partito come la Lega Nord, possa muovere efficacemente una rivoluzione di carattere nazionale, impegnando i cittadini in una svolta così epocale. Stiamo comunque parlando di una “!forza politica” dell’ otto, nove percento sul settanta percento dei votanti, quindi in definitiva per gli aventi diritto, nei fatti è un partitino.
    A mio avviso è più realistico pensare, alla luce di tutto ciò che sta accadendo, compreso la malattia del Leader Maximo Umberto Bossi, che la Lega Nord si appresta a vivere un futuro molto incerto, soprattutto a causa di coloro che nel progetto secessionista non hanno mai creduto, come ad esempio lo stesso Gentilini, che quando puà sventola ancora con grande fierezza la bandiera degli “Alpini”, onore a loro. Quindi è plausibile una secessione, si, ma loro, interna, non sarebbe la prima volta, con la nascita di varie realtà indipendentiste ed autonomiste nelle regioni che nella secessione ci hanno veramente creduto, e per la quale molti militanti hanno pagato anche con il carcere. (Esempio su tutti il veneto).

    Naturalmente questa è la mia analisi, molto probabilmente piena di incongruenze e mancante di fatti specifici originali, ma rimango fermo nella mia convinzione, nella quale vedo il disgregarsi lentamente di quello che un tempo fu un “movimento rivoluzionario” che però per meri interessi ha venduto l’ anima al “Drago”.

    Nel caso poi io mi sbagli e la Lega Nord manifesti tutta la sua capacità politica e movimentistica nel tentar di spezzare l’ Italia in due o tre stati, be allora senza alcuna remore e con grande decisione io sicuramente non mancherei di servire il “Tricolore”!

    Viva l’ “Unione per il Socialismo Nazionale”

    Mario Guido

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