“ ….NON C’E’ POSTO PER LORO…”

E’ di queste ore la notizia di una dichiarazione del capo di Hamas secondo la quale parrebbe prospettarsi un avvicinamento delle posizioni dello storico movimento antisionista con quelle dell’amministrazione Obama, degli sceicchi del petrolio della penisola arabica e di Fatah, antico rivale interno e collaborazionista del gendarme americano. Ad essere sinceri la notizia, che comunque andrà valutata secondo l’ evoluzione temporale dei fatti, ci coglie abbastanza di sorpresa e va registrata come una spia di ciò che nel medio e breve periodo potrà accadere in Medio Oriente. Innanzitutto va detto che le difficoltà logistiche e materiali che ogni giorno opprimono gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania occupata sono da anni al limite (se non oltre) di una condizione di cattività che ha un termine di paragone solo in alcuni precedenti storici quali lo stato in cui sopravvivevano i nativi americani nelle riserve, oppure i bantustan sudafricani dove erano relegati i neri dell’apartheid. E’ evidente che tutti hanno un limite di sopportazione fisica e psicologica e forse la pervicace prepotenza israeliana, con l’appoggio diretto degli Usa e quello connivente di una UE priva di attributi, ha fiaccato la resistenza di un movimento decimato fisicamente tra le sue fila e non più in grado di accollarsi il peso e la responsabilità di uno stillicidio di sofferenze e privazioni per milioni di persone, in gran parte donne, bambini e vecchi.

Questa potrebbe dunque essere una delle ragioni che ha spinto la dirigenza di Hamas a scegliere la strada senza uscita del compromesso. Anche se -almeno così crediamo – ci può essere benissimo dell’altro.

Proviamo allora a fare alcune valutazioni che vadano oltre la considerazione del naturale sfinimento di un popolo che combatte e subisce da oltre 60 anni. Ad esempio c’è il fatto che ogni volta che si avvicinano le elezioni presidenziali americane, come per un riflesso condizionato, si ripropone la questione palestinese e quella dei territori occupati: questa volta, poi, la cosa sembra ancor più plausibile visto che il signor Barack (Hussein) Obama è stato il presidente che più ha “toccato” le corde dei cuori palestinesi, in virtù di quella sua alterità razziale rispetto a tutti i suoi predecessori. Poi, però, si è ben visto come sono andati i fatti e come il nero Obama, che in un discorso del giugno 2009 tenuto a Il Cairo aveva paragonato la sorte dei palestinesi a quella della segregazione dei neri nordamericani, sia stato incapace di andare oltre le mere enunciazioni. E’ ovvio che Obama, incalzato da una crisi interna senza precedenti, da oltre 5000 morti nelle guerre a distanza e da pseudo riforme poco coraggiose, non può permettersi il lusso di perdere voti da nessuna parte; tanto meno tra i milioni di afro-americani ed arabo-americani che ancora sperano nella “nuova frontiera” e nel “sogno americano”. E’ dunque ben ipotizzabile che l’amministrazione Obama stia cercando in tutti i modi di risolvere l’annosa questione dei territori cercando di adoperare l’unica pedina che è in grado di muovere e di far digerire agli israeliani, ovvero la promessa di aiuti e di denaro per le stremate popolazioni di Gaza e per la dirigenza dell’ANP.

Vi è poi un secondo aspetto da riscontrare, che può davvero diventare il termometro di una febbre che sta crescendo e che rappresenta il segnale di una pericolosa infezione pronta ad esplodere. Ci riferiamo alla possibilità che Hamas sia ormai alle strette di fronte ad uno scenario dato per certo nelle cancellerie e nelle ambasciate più influenti, scenario in cui i suoi principali (ed unici) alleati, vale a dire la Siria e l’Iran, essendo prossimi a finire sotto il maglio giustizialista dei gendarmi del pianeta, potranno non essere più in grado di fornirgli aiuti e sostegno. Se così fosse, allora vuol dire che entro la fine dell’anno assisteremo all’inizio di una nuova guerra o comunque al varo di misure sanzionatorie senza precedenti nella storia.

Ma c’è una terza opzione, che potrebbe consistere in una pacificazione interna tra Fatah e Hamas, pilotata dagli Usa e mediata dagli sceicchi del petrolio (nel senso che questi ultimi diventerebbero i munifici sponsor), che tornerebbe utile solo alle dirigenze di entrambi i movimenti ma che sarebbe irrimediabilmente di ostacolo alle legittime aspirazioni di quei milioni di profughi, cacciati dalle loro abitazioni e che ancora vivono nei campi profughi in Libano, Siria e Giordania; per non parlare poi del definitivo tramonto della possibilità di vedere una nazione palestinese autenticamente sovrana in un territorio degno di questo nome e non in un coriandolo di terra inglobato e perennemente assediato dai bulldozer israeliani, da dove per uscire bisogna far code interminabili a posti di blocco dichiarati illegali anche dalle Nazioni Unite. L’avverarsi di questa terza opzione sarebbe la sconfitta definitiva del popolo palestinese e la fine di ogni sua aspirazione di giustizia. Diverrebbe una resa senza condizioni con la contropartita di un miglioramento delle condizioni materiali di vita, alla stregua di tanti altri capitoli di una storia, che ben conosciamo, iniziata nel lontano 1945.

Comunque vadano le cose, resta una certezza: quello che si profila è l’ennesimo e forse definitivo assedio alla libertà ed alla identità di un popolo, ormai spossessato di tutto ciò che aveva. Persino della propria dignità. Un crimine che si reitera ininterrottamente dal 15 maggio del 1948 e che nel giugno 2009 ha avuto l’ennesima conferma dalle parole dell’appena insediato neo primo ministro Netanyahu: <<i palestinesi dovranno riconoscere Israele come Stato ebraico e non c’è posto per loro in questo Stato>>.

Purtroppo quando i “giusti” ti riducono alla fame, non puoi guardare i tuoi figli morire!

L’Unione Socialismo Nazionale denuncia ancora una volta l’ignobile trattamento che un popolo senza santi in paradiso, quello palestinese, è costretto a subire nell’indifferenza totale dell’opinione pubblica italiana, presa come è dal parossismo economicistico iniettato a forza nel dna di un paese che aveva invece nel rispetto e nella cooperazione con il mondo arabo una sua peculiarità, molto spesso apportatrice di benessere e ricchezza materiale. Ma come un tempo fummo tutti irlandesi del nord e amici di Bobby Sand, oggi siamo e continuiamo ad essere tutti palestinesi ed amici fraterni di chi lotta per la libertà della Palestina.

FERNANDO VOLPI

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