USCIRE DALLA LOGICA CAPITALISTA.

ANALISI: la crisi economico-finanziaria di stampo capitalistico comporta  disoccupazione, precarizzazione del lavoro, disaggregazione sociale, alienazione. La realtà economica presenta un incessante dinamismo. La scienza economica si è rivolta, specialmente in questi ultimi anni,  all’esame della dinamica economica con discreti risultati, ove si consideri la difficoltà che presenta lo studio del sistema economico, parte del sistema sociale la cui dinamica è determinata da fattori , oltre che economici, politici, giuridici, etici, anche da fattori di carattere interno a ciascun paese ed internazionali. Le interferenze dei vari fattori mutano di intensità e direzione, variano di qualità e si differenziano nel tempo e nello spazio. Particolarmente difficoltosa si presenta  l’analisi della dinamica del mondo del lavoro. Le variazioni delle condizioni di ambiente, delle innovazioni tecnologiche, dei gusti, delle mode, della domanda e offerta dei vari fattori produttivi, delle combinazioni produttive, delle correnti commerciali, ecc., producono variazioni  nella produttività marginale del lavoro.

Se non che a causa di attriti vari, dovuti ad irregolare distribuzione dei servizi produttivi, non si verificano le immediate e rapide variazioni  nella domanda di mano d’opera e nel saggio delle mercedi.

In concreto si presentano differenze di intensità e di cronologia nelle variazioni tra le diverse imprese, sicché lavoratori licenziati da alcune imprese sono assunti da altre, ma la dinamica del “mercato” dà luogo a una differenza  tra la massa dei lavoratori esistenti  e la massa di quelli effettivamente applicati al lavoro presso le imprese,  dà luogo cioè all’esistenza di “mano d’opera disoccupata”. Da quanto precede risulta che, anche in tempi di normalità, la massa disoccupata è una peculiarità dell’economia capitalista con la sua grande divisione del lavoro, i suoi metodi di produzione, distribuzione ed accumulazione del reddito, tutti condizionati dal meccanismo del mercato e dei prezzi e dal complesso sistema del credito. In una economia autoritaria a base corporativa socializzata, poiché le forze economiche sono strettamente controllate, anche il fenomeno della disoccupazione risulta controllato, per cui è più facile predisporre i mezzi per combatterla. La vita economica  non si svolge con ritmo uguale. Le sopraccennate variazioni imprimono al sistema economico delle fluttuazioni di breve, media o lunga durata le quali dànno luogo a varie specie di disoccupazione, sebbene non sia sempre facile stabilire, in concreto, se l’eccesso dell’offerta  sulla domanda di lavoro sia dovuto a questa piuttosto che a quell’altra specie di ritmo dell’attività economica.

Comunque, si suole distinguere la disoccupazione stagionale, da quella ciclica e da quella permanente. Vi è anche una parte di disoccupazione dovuta al “lavoro intermittente” , cioè al  lavoro  abitualmente occasionale ed irregolare per la natura stessa del “mestiere”  che deve essere retribuito con un salario superiore alla media di classi analoghe, rendendosi così possibile la distribuzione del guadagno globale su un lungo periodo di tempo e la compensazione effettiva delle punte di occupazione e di disoccupazione.

Ciò premesso, in presenza attualmente di una crisi economico-finanziaria devastante per intensità e durata,  assistiamo anche al fenomeno di una disoccupazione crescente e ad una precarizzazione del lavoro che comportano  una notevole diminuzione della domanda interna, diminuzione però a cui non fa riscontro una contemporanea diminuzione dei prezzi al consumo.  Ciò è dovuto all’alta pressione fiscale e ai tassi di interesse usurai applicati  dalle banche, nonché all’aumento incontrollato delle tariffe dei servizi primari essenziali ormai tutti nelle mani dei privati portati naturalmente alla speculazione e alla logica del massimo profitto. Considerare, quindi, le liberalizzazioni e le privatizzazione la medicina utile a raffreddare la tempesta speculativa, non è soltanto inutile, ma addirittura criminale. Infatti la cura da cavallo messa in atto dal governo dei “professori”, in pochi mesi ha già provocato l’aumento del debito pubblico, l’aumento dell’inflazione, l’aumento della disoccupazione e del lavoro nero, in un crescendo negativo che ha portato il paese Italia alla tanto temuta recessione di lunga durata.

La crisi è di origine e natura capitalistico-speculativa, per cui  non occorre essere degli scienziati per comprendere che la cura debba essere trovata nelle soluzioni di stampo anticapitalistico, in primis con la riappropriazione della sovranità monetaria. Tamponare il buco con la moneta a debito e a tasso esponenziale, è come voler spegnere il fuoco con la benzina. Tutte queste considerazioni valgono a chiarire che tutti, ma proprio tutti –  professori e politici –  vanno al più presto mandati a casa e sottoposti alla condizione di vita della massa proletaria che, da sola  – in questo momento – sta soffrendo e pagando il conto. Occorre infrangere gli steccati, superare gli antagonismi e gli schemi ottocenteschi che ancora sono tenuti in vita strumentalmente dai nemici del lavoro e dei lavoratori, trovare nella Nazione e nella Socializzazione la sintesi politico-istituzionale per risollevare le sorti dell’Italia, tornare alla centralità dell’uomo che si realizza nel lavoro inteso quale dovere sociale,  riprendere quel filo rosso che è stato spezzato alla fine della 2° Guerra mondiale. “La vita è come l’onda del mare: si spoglia dell’amaro  levandosi in alto”   scriveva Mazzini  che aveva veduto dissolversi la sua costruzione repubblicana del 1849, ma aveva dato l’impronta rivoluzionaria al processo unitario italiano. La Storia archivia e non tralascia nulla  degli eventi di cui è scrupolosa nutrice e v’è ragione di credere che il sogno di una generazione vinta ma non doma, possa e debba tornare realtà.

Nel merito voglio riportare parte di quanto pubblicato nel giornale “Il Tricolore Nazionale” dell’11 aprile 1964 a cura di Giuseppe Carlucci:   “ Il mondo del lavoro, da sempre alla ricerca della strada maestra della vita, ha nella SOCIALIZZAZIONE la grande realizzabile idea della libertà e della giustizia umana e sociale: l’idea dell’avvenire. La nostra società, quella che NOI vediamo, sarà una società organica  con un complesso di unità organiche. Al liberismo che propugna l’interesse individuale e al marxismo che è lotta di classe, noi opponiamo un principio sacro ed umano nello stesso tempo: la collaborazione di classe, per arrivare al superamento del concetto stesso di classe. Collaborazione di classe nel paese, nelle aziende. E nelle aziende, l’operaio artefice del suo avvenire, l’operaio al quale sarà ridata per intero la sua dignità, l’operaio parte viva dell’azienda. Il lavoratore che partecipa alla gestione delle aziende, siano esse di Stato o private, e che ne divide gli utili.  Tutto questo nell’interesse spirituale e materiale del singolo che è però cellula di un grande organismo: la Nazione. La SOCIALIZZAZIONE non ripudia l’iniziativa privata né la proprietà, ma entrambe perdono il loro aspetto egoistico, libere così di operare  per il progresso. La SOCIALIZZAZIONE farà del lavoro non abbrutimento, lotte, sangue, ma l’alto mezzo attraverso il quale l’uomo si sentirà finalmente utile a se stesso, alla famiglia, alla Nazione. La SOCIALIZZAZIONE farà del lavoro il soggetto dell’economia e la base infrangibile dello Stato. Contadini, operai, tecnici, impiegati, professionisti ed artisti, lo Stato che uscirà dall’immenso travaglio sarà il nostro e il vostro e come tale lo difenderemo e lo difenderete. “

Il compito di noi socialisti nazionali è quindi quello di lavorare con impegno ed umiltà  per la realizzazione dello Stato Nazionale del Lavoro. Lavorare, quindi, è un dovere irrinunciabile che è comandato a NOI e alle coscienze di quanti credono ancora nei valori perenni della vita e dello spirito: così è stato sempre, così è per l’Italia di ieri, di oggi e di domani.

Stelvio Dal Piaz

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