IN RICORDO DI GIOVANNA DEIANA.

E’ deceduta la Presidente Nazionale dell’Associazione Culturale S.A.F. Ausiliaria del Corso FIAMMA Giovanna Deiana. Cieca di Guerra, decorata di Medaglia d’Argento al Valor Civile, nonostante la sua grave menomazione fisica richiese direttamente al Duce l’autorizzazione a partecipare al Corso Ausiliarie, autorizzazione concessa con il plauso e l’elegio del Capo della RSI. Durante il servizio nei Centri di ascolto contraerea e anche nel lungo dopoguerra, le pupille spente di Giovanna sono state la luce di quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla e di apprezzarla per le sue elevate doti morali. Il suo amore per l’Italia e la sua fede fascista sono state una costante di tutta la sua esistenza. Per tutta la Comunità dei Combattenti della RSI la sua dipartita rappresenta una dolorosissima perdita.

AUSILIARIA GIOVANNA DEIANA: PRESENTE !

Qui di seguito un ricordo di Stelvio Dal Piaz:

Passato il momento del dolore e dello sconforto per la morte di Giovanna Deiana, in cui ci siamo limitati all’annuncio, è doveroso approfondire la conoscenza di un “personaggio” prestigioso e le caratteristiche morali di una Donna che, nella sua normalità, può e deve essere presa a modello di una generazione cresciuta ed educata nel “famigerato” ventennio fascista. Niente di meglio che far parlare Lei stessa, riportando stralci di una intervista rilasciata al giornalista Ulderico Munzi, intervista poi riportata nel suo libro “Donne di Salò” (anche i giornalisti più noti insistono nel trasmettere per vera una bufala conclamata !), edito da Sperling Paperback. ”Sono cieca dal 21 ottobre del 1940 a causa di un bombardamento. Furono gli aerei inglesi a strapparmi la splendida avventura  della vista. Avevo quattordici anni  e abitavo a Verona  perché mio padre vi era stato trasferito in agosto come impiegato della Questura. Il nemico arrivò di notte e le bombe caddero negli stessi istanti in cui echeggiavano le stesse sirene dell’allarme. La casa fu colpita. Si sollevò una vampata di calore e io mi lanciai sui miei fratelli. Salvai il mio Aldo e la mia Piera, lui aveva  dodici anni, lei nove. Li buttai contro un muro  e feci scudo con il mio corpo. Le schegge mi colpirono gli occhi  e tutto divenne nero.”

Così continua il suo racconto: “Vennero i soldati. Uno di loro mi volle accompagnare all’infermeria. Rifiutai di essere presa in braccio, andai a piedi e il giovane in divisa mi disse che loro non erano stati colpiti. Risposi: Meglio che sia stata ferita una ragazzina piuttosto che un soldato. Eravamo fatti così, eravamo tutti così.”

Prosegue il suo racconto: “Venni ricoverata e restai cinque mesi in ospedale. I medici dissero: <Giovanna, tu hai perso per sempre la vista, non c’è nulla da fare. Coraggio. Solo un miracolo……>. Non avrei più visto con i miei occhi Mussolini. Non avrei più guardato le stelle che adoravo…. Ma non mi va di parlare della mia intimità nella sciagura. Mi fu data la medaglia d’argento al Valor Civile. Avevo compiuto, secondo le Autorità, un atto eroico.  Achille Beltrame  disegnò il momento più drammatico della mia storia sulla copertina della ‘Domenica del Corriere’.  Qualche tempo dopo il partito mi offrì un soggiorno a Roma nel Collegio Littorio, alla Camilluccia, collegio propedeutico all’ingresso all’Accademia dove venivano formati i futuri insegnanti di educazione fisica. Nell’estate del 1941 ebbi il mio primo incontro a tu per tu con Mussolini.  Era venuto a visitare il collegio. Mi presentarono. M’ero rassegnata al fatto di non vederlo, ma supplicavo i sensi che  mi restavano  di venirmi in aiuto. Cominciava a svilupparsi in me uno strano modo di vedere  attraverso le mani, i suoni, gli odori.  Ricordo la data: il 27 luglio.  Certe cose noi non possiamo scordarle.  L’incontro con Mussolini durò dieci minuti. Gli porsi un mazzo di fiori e lui ebbe parole dolcissime per me: <Coraggiosa bambina….>  mormorò.  Mi baciò proprio qui, sulla guancia destra…………….. Mi fece tante domande. Che cosa facevo ? Avevo ripreso i miei studi alle Magistrali ? Soffrivo ? <Vedrai con gli occhi dello spirito>  mi assicurò.

Passa qualche anno denso di avvenimenti luttuosi per la Patria e che incidono sull’anima degli italiani veri. Il racconto di Giovanna riprende partendo ancora da un incontro con Mussolini, un incontro che le ripropone le stesse intense emozioni:  “Ebbi ancora la stessa sensazione quando andai da lui il 1° ottobre 1944. Eravamo già in piena Repubblica Sociale. Il nostro incontro durò quattordici minuti. Né quindici, né tredici: quattordici minuti. Ogni minuto con Mussolini era storia.  Era indimenticabile.  Fu una sensazione più intensa: un conto è una ragazzina di quattordici anni, un altro è una ragazza che ormai ne ha diciotto. La memoria, adesso, non mi deve tradire, voglio ricostruire il ricordo in ogni dettaglio. Fu una svolta per me.  Ecco.  Avevo ascoltato una trasmissione dell’EIAR, nome della nostra radio a quell’epoca. Annunciava che ci sarebbe stata una possibilità per le donne di fare qualcosa di più che non visitare le caserme e assistere i soldati, attività disposte dalla federazione Femminile.  Decisi subito di scrivere una lettera a <La voce del partito>, affermando che sarei stata felice di dare il mio contributo nonostante le mie condizioni fisiche. Arrivò una raccomandata del Comando generale dell’Opera Balilla. Ne era Presidente Renato Ricci che poi doveva diventare Comandante della Guardia Nazionale Repubblicana. Tutto un tono ufficiale. Insomma, il mio gesto era molto apprezzato , ma potevo solo dare la mia collaborazione scrivendo per il giornale dei <giovani fascisti>.  Eh, no ! Mi sentii umiliata. Mi sentii dimenticata anche da Mussolini.  Cieca e inutile per il nuovo fascismo che si batteva disperatamente.  Inutile per il Duce, Lui, che era stato così dolce con me.  Mi scese nell’anima una cappa di piombo.  Non riuscivo a consolarmi.  Una voce interiore mi sussurrava: Giovanna, hai già pagato, hai sofferto il bene della vista, Giovanna, hai già dato. Un’altra voce reagiva: ma la cecità non è pagare e la vicenda della R.S.I. è sublime per la gioventù fascista.  Non potevo restare a impiastrare parole dietro le quinte. Mi ripetevo: come può Mussolini abbandonarmi con una lettera raccomandata ? L’8 settembre mi ero subito schierata con lui. Mi era sembrato così vile l’armistizio. Erano i miei diciotto anni che si rivoltavano.  Avevo bollato definitivamente i Savoia. Io, Giovanna, figlia di gente sarda che aveva avuto sempre il culto della monarchia. Il 25 luglio all’arresto di Mussolini, mamma e io avevamo litigato con parole dure. Il mio non era una specie di innamoramento per Mussolini, non era fascino morboso. Mussolini mi aveva cresciuta. Rimuginavo, rimuginavo….. La raccomandata si stava trasformando in una ferita spirituale. Il fascismo non era una realtà avulsa dalla mia italianità.”

In questo stato d’animo di Giovanna ritroviamo il sentimento di tutti noi giovani che poi ci siamo arruolati volontari nei reparti RSI. Afferma con forza Giovanna:  “Sì, mi sentivo tradita nei miei sentimenti per quella lettera raccomandata. La mia sensibilità diventava sempre più carne viva.  Ero  tornata in una Verona martellata dai bombardamenti. Un giorno, in un campo di sfollati, incontrai Carlo Borsani, grande invalido di guerra, medaglia d’oro e presidente dell’Associazione dei Mutilati. Era un poeta, un uomo meraviglioso.  Era cieco come me e doveva essere ucciso a Milano, a Piazzale Susa, il 29 aprile 1945.  Il giorno dopo Mussolini.  Gli confessai che soffrivo di non poter dare di più alla Patria.  Forse il gesto non fu così puro perché approfittai della mia infermità: < sono cieca, ma vedo con gli occhi della fede>. Alle donne della mia età e anche alle giovani che mi ascoltano, dico: non ridete dei sentimenti d’una donna. Che i vostri sguardi immaginari non mi facciano male all’anima.  Erano i miei diciotto anni. Capite o no? Carlo Borsani mi suggerì: <Vai dal Duce>.  E il 30 settembre, con una automobile che mi aveva concesso il federale di Verona, mi misi in viaggio. Mi accompagnava la signorina Lenotti, una vecchia fascista che aveva fatto la Marcia su Roma. Arrivammo a Gargnano. Mussolini mi avrebbe ricevuta l’indomani.  Alle 11 entrammo nel palazzo delle Orsoline.  Indossavo un soprabito grigio, ero agitata, avevo dei brividi come se avessi la febbre.  Ecco un salone pieno di voce. Tra le persone che aspettavano c’era una fetta di storia di quei giorni. C’era Alessandro Pavolini, segretario del partito, al quale fui presentata. <Dirò al Duce che state aspettando>, promise galantemente…………. Doveva essere ricevuto Ferdinando Mezzasoma, Ministro della Cultura Popolare. Quest’ultimo varcò la soglia dello studio di Mussolini ma riapparve subito. La mia guida, la signorina Lenotti, mi riferiva ogni particolare. Seppi più tardi che Mussolini gli aveva detto: <Mi aspettano delle signore, ti vedrò dopo>. Ricordo un lunghissimo corridoio. In fondo a sinistra c’era una porta. Mussolini ci aspettava davanti alla sua scrivania e, appena entrate, ci venne incontro. <Scusate, scusate se vi ho fatto aspettare>, ripeteva. Sentii l’odore della sua divisa. Aveva la stessa voce dolce di quando lo avevo incontrato nel 1941 alla Camilluccia, ma c’era qualcosa di diverso. La mia sensibilità di cieca percepì come un’incrinatura o una nota di tristezza. Scacciai via il pensiero che ciò riguardasse la sorte della R.S.I., Pavolini e Mezzasoma m’erano sembrati pieni di vigore e d’energia. Disse: <Addio, Deiana>. Usava la parola <addio> nel senso di ciao. Mi abbracciò e mi baciò. <Non si può dimenticare il coraggio che hai dimostrato nel tragico frangente del tuo sacrificio. >.  Ricordo le sue mani che strinsero le mie per tutta la durata dell’incontro. Erano calde, morbide, mani bellissime anche se non potevo vederle……… Era tenero, <Venite da Verona ?.>, chiese. Si Duce, rispondemmo in coro la signorina Lenotti e io………………………. Ci fu un silenzio che mi apparve interminabile. Le sue mani strinsero più forte le mie. <Che cosa posso fare per te?> chiese.  Mi dava del tu.  Duce, io voglio fare l’ausiliaria come desiderano tutte le ragazze d’Italia. <Tutte ? Ma tu sei cieca Deiana>. Quando alla Patria si è dato tutto , non si è dato troppo. Disse: <Bene, bene, parlerò domani al generale Nicchiarelli, Capo di Stato maggiore della G.N.R.. Vedremo come si può risolvere il tuo caso. ………………………………………. La Comandante provinciale di Verona, Elena Ranzi mi comunicò che a fine gennaio sarei dovuta partire per Como, dove si trovava la sede del Comando generale del Servizio Ausiliario Femminile. Feci un corso da marconista e mi specializzai in aerofonia per sorprendere l’arrivo delle formazioni nemiche. ………. Il mattino del 23 aprile 1945, la Comandante Generale Piera Gatteschi Fondelli, avendo avuto sentore dello sfacelo imminente, mi ordinò di andare a Lecco, dove si trovava l’Ospedale dell’Ordine di Malta. …………. Rimasi in Ospedale fino al 4 maggio, poi andai a Milano dalle suore canossiane di Via Bramante……….. Non potevo tornare a Verona. Mia sorella Piera era stata rapata a zero.  L’odio ardeva come un incendio. Il 30 luglio 1945, i partigiani uccisero mio fratello Aldo  – (quello salvato da Giovanna N.d.R.). Era stato la mascotte della Brigata Nera.  Lo buttarono nell’Adige dopo averlo picchiato. Fu una vendetta politica contro la mia famiglia. Gli aerei inglesi non erano riusciti  a uccidere Aldo. Ci riuscirono i partigiani. Gli occhi del mio spirito, come disse Mussolini, ricordano il mio fratellino, tutto impaurito, bianco come uno straccio, quando quella notte di guerra vennero dal cielo le bombe.”

Fin qui la testimonianza di Giovanna. Cos’altro aggiungere se non il dolore infinito che ci dà la Sua dipartita e il desiderio che le Sue pupille spente possano ancora illuminare la nostra esistenza. Giovanna ha raggiunto in quell’angolo di cielo riservato ai Combattenti dell’Onore, tutti i Camerati che l’hanno preceduta e sono certo che Mussolini l’accoglierà fra le Sue braccia e gli dirà ancora una volta: “Addio, Deiana”.

Stelvio  Dal Piaz

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11 risposte a IN RICORDO DI GIOVANNA DEIANA.

  1. wids72 ha detto:

    Presente!!!!! e in alto i cuori

  2. Gian Franco Spotti ha detto:

    Camerata Giovanna, sarai sempre nei nostri cuori. A NOI!!!!!

  3. Francesco d'Auria ha detto:

    ogni camerata che se ne va.. porta con se un pezzo del mio cuore.. Sogni infranti, speranze deluse, rabbia contenuta… Uno dopo l’altro i nostri de ne andranno tutti lasciando forse solo un ricordo.. ma nella memoria di chi? Chi raccoglierà degnamente la bandiera che i nostri camerati hanno orgogliosamente fatto garrire nei cieli di tutta l’Europa? Se mi guardo in giro lo sgomento è infinito… Non vedo chi possa raccogliere il retaggio dei nostri amatissimi camerati..
    A NOI Giovanna

  4. silvano ha detto:

    posso solo dire di essere ORGOGLIOSO di far parte di un mondo che ha dato queste DONNE,unico
    grande rammarico non averla conosciuta.
    CAMERATA GIOVANNA la terra ti sarà lieve certo piu’ di questa vergogna chiamata italia
    baldini silvano

  5. Anonimo ha detto:

    E’ stata un grandissimo esempio, c’ solo da inchinarsi e meditare

  6. gianni correggiari ha detto:

    presente !

  7. Angelo Abis ha detto:

    sono Angelo Abis, nel 2009 ho pubblicato il volume : “L’Ultima frontiera dell’onore – I Sardi a Salò”. Sono molto interessato alla vicenda di Giovanna Deiana,di cui intendo pubblicare un profilo biografico. Poichè è di cognome sardo, vorrei sapere se lei, i genitori e il fratello sono nati in Sardegna e in quale paese. Dove lavorava il padre prima di recarsi a Verona e ogni altra notizia, oltre a quanto avete già pubblicato, utile a tracciarne un bel profilo, comprese eventuali fotografie del periodo. Ringraziandovi vi invio un cameratesco saluto.

  8. Maria Teresa Deiana ha detto:

    Buonasera sono la nipote (figlia del fratello Vittorio di Giovanna Deiana) a mio padre farebbe piacere contattarla. Sono utente facebook se vuole mi può contattare (cerchi Maria Teresa Deiana) per fare da tramite. Distinti saluti.

  9. Antonio Fasoli ha detto:

    Ciao Zia ! sarai sempre nel mio cuore.

  10. fabio ha detto:

    Partigiani assassini !

  11. Antonio Fasoli ha detto:

    Ciao zia
    Ti penso sempre.
    Il tuo Antonio.

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