I TECNOCRATI VOGLIONO SOCIALIZZARE LE PERDITE

Un paio di giorni fa siamo rimasti incredibilmente sorpresi nel leggere su varie testate e su alcuni giornali “di AREA DESTRA” (ambiente che rifuggiamo) alcuni curiosi paragoni fra ambiti e decreti “socializzatori” approvati durante il periodo della R.S.I. e i mendaci tentativi dei Tecnocrati che (mal) governano l’Italia, strategie in questo momento estrinsecate in curiose dichiarazioni di stampo populista che proprio non sono nelle corde di questi signori che stanno distruggendo la Comunità Nazionale a forza di prelievi forzosi di stampo feudale e attizzando divisioni di classe. In particolare Cesare Maffi su ItaliaOggi chiosava in questo modo alcune dichiarazioni del Ministro Fornero: “Che il governo intenda emanare i relativi decreti delegati l’ha dichiarato la stessa Fornero, in un’intervista al Corriere della Sera: «È un tema delicato per le imprese; la partecipazione non va imposta. Ma ci stiamo lavorando e vorrei riuscire a condurre la delega in porto».  Quanto norme al riguardo siano utili alla produzione, all’impresa, al mercato, e insomma alla ricchezza nazionale, sarebbe tutto da vedersi. In qualche sito legato all’estrema destra non sono mancate citazioni del provvedimento mussoliniano del 1944: la «socializzazione delle imprese» (…) Il decreto sulla socializzazione, pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale d’Italia, 30 Giugno 1944-XXII, n. 151» (era la Gazzetta che usciva al nord), venne dichiarato «privo di efficacia giuridica», come tutti gli altri «provvedimenti legislativi, le norme regolamentari e gli atti di governo adottati sotto l’impero del sedicente governo della repubblica sociale italiana», dal decreto legislativo luogotenenziale 5 ottobre 1944, n. 249, «Assetto della legislazione nei territori liberati». Dunque, quelle disposizioni socializzatrici né nel Regno d’Italia né nella Repubblica Italiana hanno mai avuto vigore, mentre limitata applicazione ebbero nella Repubblica sociale. Adesso, però, Roberto Calderoli con i suoi falò e i suoi provvedimenti taglia-leggi ha abrogato il d.lgs.lgt. n. 249 del 1944, attraverso l’esplicito riferimento che si legge nell’allegato al decreto legislativo n. 212 del 2010.

E’ chiaro che per il nostro movimento politico che fa della Socializzazione uno dei punti cardine del proprio programma , leggere e vedere accostart politiche socializzatrici al lavorio del Ministro Fornero, esecutrice di riforme antisociali e di pasticci come quello sugli Esodati, crea non pochi scompensi.

Pertanto sarà bene ricordare, sia agli esimi giornalisti che accostano fantozzianamente la Fornero alle politiche economiche della R.S.I., sia ai nostri lettori e simpatizzanti che potrebbero avere qualche dubbio di tipo storico ed economico, quali erano alcuni punti del Decreto Legislativo n. 375 approvato il 12 dicembre 1944:

Art. 2. (Organi delle imprese socializzate) – Gli organi delle imprese socializzate sono:a)  per le società per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata: il capo dell’impresa; l’assemblea; il consiglio di gestione; il collegio dei sindaci:b)  per le altre società e per le imprese individuali: il capo dell’impresa e il consiglio di gestione:c)  per le imprese di proprietà dello Stato e per le imprese a carattere pubblico che non abbiano forma di società: il capo dell’impresa; il consiglio di gestione; il collegio dei revisori.

 Art. 4. (Assemblea, consiglio di gestione, collegio sindacale) – All’assemblea partecipano i rappresentanti dei lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, con un numero di voti pari a quello dei rappresentanti del capitale intervenuto.Il consiglio di gestione, nominato dall’assemblea, è formato per metà di membri scelti fra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi.Il collegio sindacale, pure nominato dall’assemblea, è formato per metà di membri designati dai lavoratori e per metà di membri designati dai soci. Il presidente del Collegio sindacale è scelto fra gli iscritti all’albo dei revisori dei conti.  

Art. 5. (Consiglio di gestione delle società che non sono per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata) – Nelle società non contemplate nel precedente articolo il consiglio di gestione è formato da un numero di soci che verrà stabilito dallo statuto della società, e di un egual numero di membri eletti fra i lavoratori dell’impresa, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi.  

Art. 6. (Poteri del consiglio di gestione) – Il consiglio di gestione delle imprese private aventi forma di società, sulla base di un periodico e sistematico esame degli elementi tecnici, economici e finanziari della gestione:  a)  delibera su tutte le questioni relative alla vita dell’impresa, all’indirizzo ed allo svolgimento della produzione nel quadro del piano nazionale stabilito dai competenti organi di Stato;b)  esprime il proprio parere su ogni questione inerente alla disciplina ed alla tutela del lavoro nella impresa;c)  esercita in genere nell’impresa tutti i poteri attribuitigli dallo statuto e quelli previsti dalle leggi vigenti per gli amministratori, ove non siano in contrasto con le disposizioni del presente provvedimento;d)  redige il bilancio dell’impresa e propone la ripartizione degli utili ai sensi delle disposizioni del presente decreto e del Codice Civile.  

Art. 9 (Capo dell’impresa) – Nelle società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata il capo dell’impresa è eletto dall’assemblea fra persone di provata capacità tecnica o amministrativa nell’impresa o fuori.Nelle altre imprese aventi forma di società il capo dell’impresa è nominato fra soci con le modalità previste dagli atti costitutivi, dagli statuti e dai regolamenti delle società stesse.  

Art. 10. (Poteri del capo dell’impresa) – Il capo dell’impresa dirige e rappresenta a tutti gli effetti l’impresa stessa; convoca e presiede l’assemblea, nelle imprese in cui esiste; convoca e presiede altresì il consiglio di gestione.Egli ha la responsabilità ed i doveri di cui ai successivi articoli 22 e seguenti e tutti i poteri riconosciutigli dallo statuto, nonché quelli previsti dalle leggi vigenti, ove non contrastino con le disposizioni del presente decreto.

Art. 22. (Responsabilità del capo dell’impresa) – Il capo dell’impresa è personalmente responsabile di fronte allo Stato dell’andamento della produzione dell’impresa e può essere rimosso e sostituito a norma delle disposizioni di cui agli articoli seguenti, oltre che nei casi previsti dalle vigenti Leggi, quando la sua attività non risponda alle esigenze dei piani generali della produzione e alle direttive della politica sociale dello Stato.

 Art. 26. (Procedura dinanzi alla Magistratura del Lavoro) – La Magistratura del Lavoro, sentito l’imprenditore, il Pubblico Ministero, il consiglio di gestione dell’impresa, il Ministro per l’Economia Corporativa e l’Istituto di Gestione e Finanziamento in quanto interessato, premessi gli opportuni accertamenti, dichiara con sentenza la responsabilità dell’imprenditore.Contro la sentenza è ammesso ricorso per cassazione a norma dell’articolo 426 del Cod. Pr. Civ.  

Art. 27. (Sanzioni contro il capo dell’impresa) – A seguito della sentenza che dichiara la responsabilità dell’imprenditore, il Ministro per L’Economia Corporativa adotterà quei provvedimenti amministrativi che riterrà del caso affidando, se occorre, la gestione dell’impresa ad una cooperativa da costituirsi tra i dipendenti dell’impresa medesima con l’osservanza delle norme da stabilirsi caso per caso.  

Art. 29. (Responsabilità dei membri del consiglio di gestione) – Qualora il consiglio di gestione dell’impresa dimostri di non possedere sufficiente senso di responsabilità nell’assolvimento dei compiti affidatigli per l’adeguamento dell’attività dell’impresa alle esigenze dei piani di produzione e alla politica sociale della Repubblica, il Ministro per l’Economia Corporativa, di concerto con il Ministro per le Finanze, puo disporre, premessi gli opportuni accertamenti, lo scioglimento del consiglio e la nomina di un Commissario per la temporanea gestione dell’impresa.L’intervento del Ministro per l’Economia Corporativa può avvenire d’ufficio o su istanza dell’Istituto di Gestione e Finanziamento, se interessato, o dal capo dell’impresa o dell’assemblea o dei sindaci, ovvero dei revisori.

Art. 46. – Gli utili dell’impresa, detratte le assegnazioni di cui all’articolo precedente, verranno ripartiti tra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, in rapporto all’entità delle renumerazioni percepite nel corso dell’anno.
Tale ripartizione non potrà superare comunque il 30 per cento del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell’esercizio.Le eccedenze saranno destinate ad una cassa di compensazione amministrata dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e destinata a scopi di natura sociale e produttiva.Con separato provvedimento del Ministro per l’Economia Corporativa di concerto con il Ministro per le Finanze sarà approvato il regolamento di tale cassa. 

La LEGGE SULLA SOCIALIZZAZIONE recitava quindi in maniera chiara i suoi intenti socializzatori e antipadronali. Cogliamo in questo ambito l’occasione per salutare Manlio Sargenti, combattente della R.S.I. ancora fieramente vivo, che partecipò alla stesura della legge sopra menzionata.

Abbiamo volutamente omesso la parte della Legge riguardante le aziende di Proprietà Statale, in quanto, nel 2012, sarebbe prima opportuno poter procedere alla NAZIONALIZZAZIONE DEI COMPARTI STRATEGICI e poi valutarne successivamente le possibilità socializzatrici. In questo momento in cui i Tecnocrati stanno cercando di PRIVATIZZARE LA NAZIONE sarebbe già un successo fermare l’emorragia e riportare il controllo dei comparti strategici in mano allo Stato.

Fatto e letto quanto sopra, chi scrive vi pone una domanda:

RITENETE POSSIBILE CHE UN GOVERNO DI BANCHIERI POSSA EMANARE DECRETI COSI’ SBILANCIATI IN FAVORE DELLA CLASSE LAVORATRICE PRODUTTIVA LASCIANDOGLI IN GESTIONE AZIENDE CHE COMUNQUE UN DOMANI POTRANNO GENERARE REDDITO D’IMPRESA ?

Se la risposta che il lettore si fornisce è affermativa, amare sorprese lo attenderanno.

A chi invece è gia parzialmente o totalmente “sveglio e libero” preferiamo ricordare che l’attuazione fattiva del Decreto Legge approvato dal governo della RSI era prevista per il 25 Aprile 1945, e che uno dei primi decreti del fantomatico COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE recitava così: “Il Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia, considerati gli obiettivi antinazionali del decreto legislativo fascista del 12 febbraio 1944 n. 375 sulla pretesa “socializzazione” delle imprese, con la quale il sedicente Governo fascista repubblicano ha tentato di aggiogare le masse lavoratrici dell’Italia occupata al servizio ed alla collaborazione con l’invasore, considerata l’alta sensibilità politica e nazionale delle maestranze dell’Italia occupata che, astenendosi in massa da ogni partecipazione alle elezioni dei rappresentanti nei consigli di gestione, hanno manifestato la loro chiara comprensione del carattere antinazionale e demagogico della pretesa “socializzazione” fascista.”. Tradotto: “Noi (finti) vincitori e Guardiani della Reazione ristabiliamo i privilegi dei Padroni industriali del Nord Italia“.

Ma torniamo alla stretta attualità. Sarà utile far capire alla Comunità Nazionale che le parole del Ministro sono mendaci: il progetto latente dei tecnocrati (specialmente in un momento in cui le imprese sono al collasso) è quello infatti di SOCIALIZZARE LE PERDITE. Il progetto governativo, non è quello di “collocare e socializzare” le aziende (e quindi socializzarne la gestione e relativi mezzi di produzione, peraltro dove esista ancora la produzione e dove non siamo in presenza di mere importazioni di merce orientale) ma quello di socializzare le perdite, ossia “collocare” l’azionariato fra i dipendenti lasciando il controllo dell’azienda al Padrone, lo stesso Padrone magari colpevole del pessimo andamento aziendale

La funzione originaria della Socializzazione peraltro non sarebbe quella di “salvare le aziende” ma si svilupperebbe in maniera più efficace e più “sociale” nei periodi di espansione economica dove i benefici per le aziende socializzate (e quindi per i proprietari dei mezzi di produzione) sarebbero ancora maggiori. E’ fin troppo chiaro che l’intento dei legislatori tecnici in un periodo in cui la crisi divora le aziende è quella di “mostrare la carota socializzatrice” in modo da drenare liquidità ai dipendenti ed inserirla nel circuito aziendale gestito ancora dai proprietari magari in cambio di una quota di azionariato minoritaria.

QUESTO E’ INACCETTABILE !

La nostra formazione politica sta proponendo un percorso formativo in merito alla vera Socializzazione, oggi più che mai necessario perchè i cittadini, specialmente i “nostalgici” non cadano in mendaci tranelli.

LA VERA SOCIALIZZAZIONE E’ UN’ALTRA COSA.

J.G.

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2 risposte a I TECNOCRATI VOGLIONO SOCIALIZZARE LE PERDITE

  1. wids72 ha detto:

    L’intento dei governi tecnocrati è ampiamente chiaro ovvero abbattere in tutte le sue forme lo stato sociale, di conseguenza la nazione e la sua identità in nome del profitto illimitato del sistema usocratico-bancario-industriale con il beneplacido degli apparati “democratici” d’importazione atlantista…In alto i cuori!!!!

  2. gold price ha detto:

    …Decreto Legislativo del Duce 12 Febbraio 1944 – XXII, n. 375. Socializzazione delle imprese Art. 3 – Organi delle società per azioni e delle società a responsabilità limitata. Nelle società per azioni ed in quelle a responsabilità limitata con almeno un milione di capitale, fanno parte degli organi collegiali di amministrazione rappresentanti eletti dai lavoratori dell’impresa: operai, impiegati amministrativi, impiegati tecnici e dirigenti. Art. 4 – Assemblea, consiglio di gestione, collegio sindacale. All’assemblea, ferme restando le disposizioni degli artt.2368 e seguenti del Codice Civile sulla sua regolare costituzione, nonché quelle relative ai suoi poteri, partecipano i rappresentanti dei lavoratori con un numero di voti pari a quelli del capitale intervenuto. L’assemblea nomina un consiglio di amministrazione, formato per metà dai rappresentanti dei soci e per metà dai rappresentanti dei lavoratori. L’assemblea nomina altresì un collegio sindacale che deve avere tra i suoi componenti almeno un sindaco effettivo ed un supplente, proposti dai rappresentanti dei lavoratori, ferme restando le disposizioni del Codice Civile per i collegi sindacali.

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