LE RAGIONI PER ELIMINARE LE REGIONI.

Da tempo denunciamo la cecità indotta di un’opinione pubblica non più in grado di orientarsi nel mare magnum della disinformazione artatamente pilotata. Ma, vuoi per le lotte tra le varie bande di predoni che si spartiscono il tessuto vivo del Paese, vuoi per l’impossibilità di rendere del tutto impermeabile il sistema generalizzato del ladrocinio, ogni tanto (per la verità molto spesso) viene a galla una nuova perla di ordinaria grassazione. L’ultima è quella dello scandalo dei fondi del Consiglio Regionale del Lazio. Ma l’ultima da quando? Beh, se fosse stato qualche lustro fa avremmo potuto dire che è ragionevolmente accettabile (chissà poi perché!) che ogni tanto venga fuori qualche mela marcia. Ma siccome l’ultima è solo di qualche settimana fa, non possiamo non iniziare a fare una scaletta degli orrori dello spreco regionale di questi ultimi tempi. Senza tornare troppo indietro con il tempo e andando a memoria quasi breve riportiamo la seguente felice casistica:
1) Regione Lazio: sanitopoli ed altre varie gestione Storace; peculato e utilizzo “allegro” pubblici denari gestione Marrazzo; fondi pubblici consiglio regionale per acquisto beni ed arricchimento personale gestione Polverini.
2) Regione Lombardia: sanitopoli ed interessi privati di svariato tipo con coinvolgimento del presidente, di assessori e consiglieri regionali gestioni Formigoni.
3) Regione Umbria: sanitopoli e appaltopoli con coinvolgimento assessore e presidente gestione Lorenzetti; concorsopoli con coinvolgimento assessore della gestione Marini.
4) Regione Puglia: sanitopoli con coinvolgimento assessori e presidenti sia della gestione Fitto che di quella Vendola.
5) Regione Abruzzo: sanitopoli gestione Del Turco.
6) Regione Campania: monnezzopoli gestione Bassolino.
7) Regione Sicilia: di tutto di più, financo alla condanna di Totò Cuffaro per mafia.

Non ne ricordiamo altre, ma se facessimo una ricerca un po’ più approfondita troveremmo di sicuro dell’altro. E di certo già dell’altro c’è se si pensa a quanto si sta muovendo in Campania in queste ore sulla scorta del verminaio laziale.
Alla fatidica domanda “che fare?” occorre iniziare con l’analisi oggettiva del problema, il quale ci dice inequivocabilmente almeno due cose: il primo che in quasi tutti i casi c’è di mezzo la gestione della Sanità, ovvero di un servizio primario ed essenziale per la vita di ogni essere umano, che costituisce circa l’80 per cento delle spese di bilancio di una regione a statuto ordinario; il secondo che il magna magna non si polarizza su un colore o una fazione politica in particolare, ma è praticamente trasversale, quasi come se chi governa una regione debba necessariamente diventare un pubblico profittatore: sinistricentrodestri e leghisti accomunati in storie di ordinaria grassazione.

Ma diventa importante fare anche una valutazione sul passato e sulle origini di questo splendido sistema. E già qui troveremmo molta meno consapevolezza da parte del cittadino comune, che dopo un paio di settimane ha già dimenticato l’ultima perla, magari perché una più recente si è aggiunta alla lunga corona.

Ma noi tentiamo lo stesso. E in questo tentativo non si può non ricordare che l’istituzione del sistema regionale così come lo conosciamo oggi passa per due momenti essenziali, che portano con loro  il vulnus – o se preferiamo l’aspetto patologico – dell’architettura istituzionale che oggi conduce a maturazione i suoi putridi effetti. Il primo va fatto risalire all’istituzione stessa dell’impianto regionale nel lontano 1970, che fu una vera e propria emanazione del compromesso storico e che garantì l’allargamento della base politico-clientelare che avrebbe dovuto gestire ogni ganglio della vita politica italiana.

In buona sostanza i due principali partiti di allora (DC e PCI), che insieme facevano il 70 per cento del consenso e che agli occhi del popolino bue fingevano di farsi la guerra perpetuandosi l’un altro in un sistema di auto legittimazione, si accordarono per spartirsi le
sfere di influenza: la DC governava lo stato centrale assieme ad un gruppuscolo di insignificanti cespugli, il PCI avrebbe dovuto gettare il suo apparato alla conquista delle Regioni.

Il secondo momento fu quello dei primi anni novanta dei governi Prodi-D’Alema quando, pur di ottenere l’appoggio di una forza regionalistica ed antinazionale come la Lega, il centrosinistra regalò la riforma costituzionale del Titolo V della Costituzione a Bossi e company, che poi il centrodestra berlusconiano si guardò bene dal riformare o cambiare. Anzi, da allora, con l’ampliamento dei poteri delle Regioni (che possono legiferare creando innumerevoli conflitti di legittimità con lo Stato) e con il sostanziale passaggio alla sanità regionale, tutti si sono trovati a loro pieno agio ed hanno cominciato a sguazzare nel letamaio che nel frattempo ne è venuto fuori.

Se nel lontano 1970 ci fu una forza politica che si oppose strenuamente a quello che già allora si prefigurava come la nascita di una vera e propria mangiatoia fu l’MSI (ancora senza la mefitica DN), che con alcuni suoi lungimiranti elementi mise in chiaro l’errore fatale che si sarebbe commesso con la creazione di quegli enti inutili che erano le Regioni. Oggi ne dobbiamo rilevare la bontà delle vedute, così come dobbiamo prendere atto, dati alla mano, del fallimento totale dell’opera dei cosidetti “governatori”, che gestiscono un fiume di denari pari a 120 miliardi di euro all’anno, soldi che non possono più non transitare attraverso un vaglio centralizzato.

Dicevamo “che fare?” Innanzi tutto riportare la sanità pubblica ad una diretta gestione del Ministero della Sanità ed alle sue direzioni centrali, delegando in periferia solo le funzioni esecutive e materiali. Poi abolire l’impianto regionale partorito negli anni ’70, con la conseguente chiusura di tutti i “parlamentini” regionali e la dipartita di una pletora immonda di consiglieri regionali da destinare ad un lavoro vero (a mille euro al mese, così vedono quante ostriche ci escono).

E poi rivedere l’intero impianto amministrativo dello Stato, alla luce del quarantennale fallimento di un sistema che ha spolpato e grassato il tessuto sano dell’Italia.
Non sarebbe così difficile da un punto di vista tecnico. Se solo lo si volesse.

FERNANDO VOLPI

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7 risposte a LE RAGIONI PER ELIMINARE LE REGIONI.

  1. Egeo Francois ha detto:

    Condivido in pieno. i guai per l’Italia sono cominciati quando la corte costituzionale ha iniziato ad abrogare le Leggi Fasciste e quando sono entrate in funzione le regioni ,vere e proprie macchine divora soldi e fonti di ogno corruzione.

  2. lorenzo ha detto:

    Le regioni sono state un errore fin dall’inizio, in quanto costruite in maniera sbagliata, io sono tra i pochi, credo, a sostenere ancora la bontà delle provincie come unico livello intermedio di territorio. La verità è che si abbattono i poteri dei comuni e li si vincola con dei patti di stabilità ridicoli che di fatto li mettono in condizione spesso di non poter operare (parlo dei virtuosi) e si lasciano alle regioni competenze stratosferiche. L’Italia non è mai stato uno stato federale ne federalista, ma territoriale, e solo con una ridefinizione storica dei confini delle provincie e l’abolizione degli enti regionali si potrà addivenire ad una giusta suddivisione di compiti e poteri, dove al potere locale si deve affiancare un forte potere di controllo governativo attraverso la rivalutazione della figura e delle competenze delle prefetture.

  3. Stelvio Dal Piaz ha detto:

    Voglio ricordare agli immemori che il vecchio MSI fece una battaglia storica contro le regioni e proprio ad Arezzo fu indetta una contromanifestazione contro i regionalisti venuti da ogni parte d’Italia. Ma questa è acqua passata ! Stelvio

  4. Fernando Volpi ha detto:

    Lorenzo, condivido la tua valutazione e dirò di più: come USN abbiamo inserito nel nostro programma politico l’abolizione delle Regioni e la creazione di realtà territoriali intermedie vicine al cittadino che abbiamo chiamato Distretti Territorialmente Omogenei. Queste dovrebbero sostituire le vecchie provincie e fare da tramite tra lo Stato centrale ed i comuni. Perchè Distretti territoriali omogenei? Perchè è ridicolo che una entità territoriale omogenea geograficamente e per storia socio-economica debba oggi essere divisa magari in due o tre provincie e regioni. Esempio: dove abito io, la Valtiberina, siamo divisi da un confine di Regione (Umbria e Toscana) e uno di provincia (Arezzo e Perugia) che separa in due realtà amministrative diverse adddirittura uno stesso condominio!! Cose da pazzi!! Si eliminano allora le Regioni, si creano dei Distretti Territtoriali Omogenei ove possibile e si tengono i comuni come ultimo gradino. Si eliminano ovviamente le Comunità Montane e tutti gli enti inutili che non servono a niente altro che ad alimentare il magna magna.

  5. Antonio Faro ha detto:

    … Se solo lo si volesse… appunto

  6. wids72 ha detto:

    Da quando si ha memoria storica di questo sessantennio di democrazia assembleare, per chi è avanti con gli anni certamente è anche oltre, non si è mai visto un provvedimento, riforma o un atto legislativo di qualsiasi natura che avesse garantito un assetto stabile all’apparato statale, bensì assistiamo in ogni epoca la comune caratteristica tipica ormai a quanto sembra dei sistemi democratici, il malaffare e l’ingordigia degli amministratori pubblici eletti “democraticamente”. Un paravento è la democrazia dei poteri forti, delle lobby bancarie che in ogni decennio hanno dettato i tempi della storia e della vita politica nostrana e di cui sono stati i protagonisti occulti…In alto i cuori

  7. ANGELO LIGUORI ha detto:

    L’UNICO MODO PER SALVARE L’ITALIA è eliminare le regioni. costituiscono il bubbone unico di sprechi infiniti anche quando in alcune regioni non si vedono. basta andare a guardarci dentro e si scopre quello che il cittadino comune sente sulla pelle. ABOLIAMO LE REGIONI E SALVIAMO L’ITALIA

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