LABORATORIO USN: LA VIVISEZIONE COME INFAME STRUMENTO DI TORTURA

L’argomento della vivisezione necessita di essere approcciato senza più falsi miti miracolistici nei confronti della salute umana e senza più correre il rischio di essere stigmatizzati per meri “buonisti”. Una traccia concreta per un valido percorso comunicativo di sensibilizzazione, può essere rappresentata da una citazione di un grande personaggio che del buon senso e del bene comune, ne ha fatto strumenti di vita: La grandezza di una nazione e il suo progresso morale possono essere valutati dal modo in cui vengono trattati i suoi  animali ” (M. Gandhi). Ispirandoci a tale concetto, giungiamo anche al criterio di civiltà di un popolo, che per manifestarsi dovrebbe fondare le sue basi sul criterio di responsabilità nei confronti dell’intera comunità umana, dell’ambiente e di quegli esseri viventi, indifesi e senzienti che sono gli animali. Per introdurre l’argomento in maniera diretta, possiamo partire dalla consapevolezza che gli esperimenti sugli animali conducono tendenzialmente ad un vicolo cieco, in quanto le malattie vengono indotte artificialmente (elevandone peraltro forzatamente i tempi di proliferazione) su animali perfettamente sani; il successivo parametrare i risultati desunti agli esseri umani, così geneticamente e biologicamente diversi da loro, viene a rappresentare ennesima dimostrazione dell’ipocrisia di questa pratica crudele .

Al contrario è stato dimostrato che metodi scientifici più moderni ed aggiornati, che si focalizzano sui dati riguardanti la nostra specie (studi clinici, epidemiologici, studi su tessuti umani, le moderne tecniche non invasive di analisi), sono sicuramente da preferire alle risposte inaffidabili ottenute dai test su animali: in primo luogo per il progresso della medicina, in secondo luogo per gli animali, a cui verranno risparmiate atroci sofferenze.

A supporto delle analisi sopra esposte, desidero riportare una testimonianza diretta e scientifica di una biologa, affetta da sclerosi multipla, che nonostante la sua malattia ha attivato uno studio rivolto a dimostrare l’inutilità e la crudeltà della pratica della vivisezione sugli animali: “Mi chiamo Susanna Penco, ho 49 anni, vivo a Genova e da 16 anni sono affetta da sclerosi multipla. Sono biologa e lavoro come ricercatrice all’Università di Genova. Da sempre sono obiettrice di coscienza verso la sperimentazione animale per due motivi: perché non ho alcuna fiducia scientifica in tale pratica, e perché provo un grande senso di pietà nei confronti di tutti gli animali, umani e non umani”. “La mia esperienza professionale inizia tanti anni fa, quando decisi, ancor prima di laurearmi, di dedicarmi alle colture cellulari come alternativa a una ricerca da me ritenuta cruenta ed inutile. Ebbi la fortuna di incontrare le persone giuste e fu così che divenni brava a coltivare cellule esclusivamente “in vitro” e poi, da anni, esclusivamente umane. Con l’avvento di attrezzature avanguardistiche e se la ricerca in vitro fosse finanziata come dovrebbe, si potrebbero ottenere grandi risultati applicabili all’uomo. Ma qui non voglio parlare delle ricerche “in vitro”, voglio parlare di quelle “in vivo”. In vivo su chi? Ma sull’uomo, certamente, ovviamente, naturalmente. E chi, sennò?!

Mi spiego, vorrei proporre ricerche che potrebbero essere immediatamente disponibili ed applicabili al vero “bersaglio” della ricerca: la nostra specie. Ecco perché ho premesso di essere vittima di una precisa malattia. Io sono assolutamente disponibile a fare da cavia: no, non sono una visionaria fanatica pronta al sacrificio della vita per un ideale che, tra l’altro, sarebbe ritenuto ridicolo e assurdo dai più. La mia malattia è “mia”, io ne sono affetta, ma certamente c’è qualcosa in comune tra me e tutti gli altri malati: qualcosa che dovrebbe essere indagato tramite, naturalmente, accuratissime anamnesi, banche dati, analisi statistiche ed epidemiologiche, ed altro.

Qualcosa si fa, ovviamente. Ma è poco, e sapete perché? Perché la parte del leone, per i fondi stanziati o “raggranellati”attraverso varie vie, anche molto nobili, dalla beneficenza, alle donazioni in tv, ai premi, ecc, la fanno le ricerche sui topi. Insomma, si riesce a far tornare quasi normali i topi, fatti ammalare artificialmente (nessun animale al mondo, a parte l’uomo, si ammala di sclerosi multipla!) con varie terapie, che poi si rivelano, il più delle volte, o inutili per la nostra specie, oppure ci scappa addirittura il morto, come del resto per altri farmaci, altre malattie, ma stessi metodi di ricerca (animali).

Sappiamo che per ammalarsi di sclerosi multipla ci vuole, consentitemi il paragone un po’ strano, una sorta di “fedina penale sporca”: è il Dna. Dunque, verosimilmente, tutte le persone che hanno la sclerosi multipla hanno una “predisposizione”, scritta nei geni, che, quando malauguratamente si combina con altri fattori ambientali ancora sconosciuti, dà la manifestazione della malattia. Questa predisposizione è condizionata dal famoso Mhc (Major Histocompatibility Complex), che è una specie di “codice fiscale” naturale che ciascuno di noi ha, e che, come un codice fiscale burocratico, è diverso da persona a persona. Ma qualcosa in comune c’è. O non esisterebbero i trapianti, le somiglianze tra parenti, l’identità dei gemelli “veri”, ecc. Ebbene, a tutt’oggi io, e coloro che mi curano, ignoriamo il mio Mhc.

Perché, se è così importante? Perché identificare l’Mhc comporta un esame del sangue costoso… Ma perbacco, costerà sempre meno delle migliaia di ricerche su migliaia di topi che conducono al quasi nulla: i topi si rimettono dalla malattia indotta (sono state usate anche le scimmie, a dire il vero, senza risvolti utili!) eppure i risultati, incoraggianti su altre specie, non sono trasferibili all’homo sapiens sapiens.

Ecco che mi piacerebbe essere utile a me stessa e ai posteri, futuri malati di sclerosi multipla: sarebbe opportuno identificare il mio “codice fiscale biologico” (l’Mhc), propormi di sottoporre a monitoraggio, continuo nel tempo, il mio stile di vita: ad esempio, abitudini alimentari, attività fisica, farmaci assunti, e cento altre cose, sottopormi con regolarità ad esami innocui (diagnostica per immagini, dalle risonanze agli ecocolordoppler, a prelievi di sangue ed eventualmente di liquor, ad esempio). Non solo non mi peserebbe prestarmi a seguire certe regole, monitorare me stessa e “accudirmi”, magari con un accurato “diario di bordo”- né peserebbe a molti altri pazienti, lo so – ma mi sentirei utile a me stessa e agli altri. Nessuna follia, dunque. Solo buona ed etica ricerca medica sui malati, i veri protagonisti. Io degli studi sugli animali mica mi fido.

Esistono già ricerche cliniche su pazienti umani, ma, a mio modesto avviso, ancora poco coordinate, poco gestite, frammentarie, ritenute secondarie alla ricerca su animali – che comporta, a dirla tutta, una grande produzione scientifica di lavori su prestigiose riviste e… aiuta la carriera dei ricercatori. E poi, ditemi, perché nessuno mi “usa”, se sono attenta, lucidamente consenziente, diligente ed affidabile e per di più con competenze scientifiche?

Delusa dal disinteresse nei confronti di Susy viva, ho cercato di consolarmi pensando al futuro (spero lontano): quando  di me resterà la salma. Sì, avete inteso bene: ho deciso, molto tempo fa, di donare il mio cadavere all’Aism (Associazione Italiana Sclerosi Multipla) affinché il mio sistema nervoso centrale difettoso (ma anche altri organi) sia indagato, studiato, osservato, analizzato, in rapporto anche con quello dei miei parenti stretti che, persuasi della bontà del gesto, hanno seguito il mio esempio, generoso verso i miei simili e pietoso verso chi non c’entra nulla (gli animali, topi, cani, gatti o scimmie che siano). Naturalmente il tutto, come un testamento, è revocabile in qualsiasi momento, se si cambiasse idea. A me non capiterà!

È su animali vivi che si pratica la sperimentazione animale. Si fanno nascere apposta. Fate caso al linguaggio comune giornalistico e televisivo: gesti, avvenimenti, fatti e persone è tutto “straordinario”. Un aggettivo inflazionato. Ebbene, io desidero qualcosa di assolutamente ordinario! Nulla trovo di eroico, strano, eccezionale o straordinario nel mio auspicio, nei miei propositi. Sono alla ricerca di qualcosa di buono, che sia buono, che produca risultati buoni. Per tutti. Senza vittime” (Susanna Penco)

 Al di sopra delle strutture atte alla pratica della vivisezione (che peraltro usufruiscono di ingenti finanziamenti),  prosperano gli interessi delle multinazionali del farmaco, dei cosmetici e degli stessi allevamenti preposti alla produzione ed alla vendita di animali destinati a tale forma di tortura; molti di questi sono clandestini e non apertamente dichiarati.

Articoli inerenti a supporto: http://www.ilmegafononline.com/content/irresponsabilit%C3%A0-carrierismo-e-business (da allora, fortunatamente, almeno green hill è stato chiuso)   http://petslife.tv/blog/dossier/le-multinazionali-del-terrore/

Questo articolo sarà soltanto il primo di una serie che dedicheremo alla lotta contro la vivisezione e contro la sofferenza animale, al fine di far emergere dal sommerso vari aspetti scientifici e soprattutto di compassione e di tutela nei confronti di Esseri Viventi e Senzienti che come noi umani provano Paura e Dolore e ai quali una società, che vuole definirsi civile, deve garantire la Qualità di Vita della quale hanno diritto e che meritano.

Daniela Roccella

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Laboratorio. Contrassegna il permalink.

6 risposte a LABORATORIO USN: LA VIVISEZIONE COME INFAME STRUMENTO DI TORTURA

  1. stelvio dal piaz ha detto:

    Complimenti a Daniela che ha affrontato un argomento importante supportandolo di documentazione scientifica. La vivisezione è uno strumento capitalistico intorno al quale circola denaro sporco e speculazione pseudo-scientifica sostenuta dalle multinazionali del farmaco. E’ una battaglia che dobbiamo prendere a cuore come socialisti nazionali !

  2. Daniela Roccella Usn ha detto:

    Ottimo il manifesto contro la vivisezione! Eja!

  3. Mitteleuropeo ha detto:

    La non violenza di Gandhi è sociale e nazionale? A me pare mondialista e frutto di quella cultura!

  4. Daniela Roccella USN ha detto:

    Grazie di cuore a Stelvio Dal Piaz! Eja!

  5. Daniela Roccella USN ha detto:

    …rispondo a Mitteleuropeo:…la “Non-Violenza” è una “Scelta”, un “Concetto”, un “Etica” da adottare….non può essere incatenata secondo schematismi o appartenenze….

  6. Mitteleuropeo ha detto:

    La cultura della non violenza fine a se stessa è un concetto che nulla ha a che vedere con il socialismo nazionale, le Scelte, le Etiche e i Concetti fini a se stessi sono vuoti e sterili masturbazioni mentali, il concetto di non violenza è sicuramente figlio del sessantotto, di Marcuse, si Sartre, di Camus, di Cohn Bendit e di Lewy Strauss…tutta gente figlia del mondialismo e che il mondialismo usa per instillare i suoi germi di morte…il mondialismo usa la non violenza come una delle tante bandiere solo per nascondere la violenza che esso stesso pratica soprattutto ai giorni nostri: quella del denaro, dell’usura, dello strozzinaggio con cui le popolazioni produttive sono incatenate. Quello di Non Violenza è uno squallido strumento di comodo dell’internazionalismo mondialista per distruggere i popoli e le loro tradizioni e culture originarie….ti ricordo George Sorel: “elogio della violenza” e ti consiglio di studiartelo, fa parte molto più lui delle radici di sinistra nazionale che un pannellismo da quattro soldi….

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...