IL RICORDO MAI CONDIVISO

sn 10 normaAbbruniamo le insegne in questo giorno per noi solenne, 10 Febbraio 2013: Giorno del Ricordo dei Martiri delle Foibe e dell’Esodo giuliano-dalmata. Abituati alla recente prassi commemorativa, la domanda sorge spontanea: a quale ricordo si fa riferimento? Solamente negli ultimi anni, dopo decenni di silenzio ed oblio, si è iniziato lentamente a strappare quel velo di omertà con il quale erano state coperte le vicende relative al confine orientale d’Italia tra il 1943 ed il 1945. Tuttavia, come ogni anno assisteremo all’abituale balletto mediatico fatto di fugaci accenni alla solennità da parte delle istituzioni, che con le classiche parole vuote di rito, assolveranno il proprio “dovere”. Non una sola parola al di fuori delle tradizionali litanie del politicamente corretto sarà spesa, sia per non urtare la sensibilità estera, memori delle ire croate in risposta alle (per una volta adeguate) parole di Napolitano nel 2007, sia per non offrire il fianco ai negazionisti nostrani, pronti ad azzannare chiunque si dimostri aperto ad un dibattito seriamente obiettivo. 

La palese faziosità della storiografia ufficiale nell’affrontare la questione giuliano-dalmata è stata da più parti denunciata e le tesi confutate. Ancora oggi però inevitabilmente dobbiamo assistere all’identico copione messo in scena all’approssimarsi di ogni 10 Febbraio. I soliti e arcinoti revisionisti politici, tramite una chirurgica opera di indottrinamento delle coscienze facente leva su un antifascismo aprioristico, si impegneranno in dibattiti televisivi, comunicati stampa, articoli, manifestazioni, conferenze, tutte con un unico obiettivo, lo stesso di sempre: strumentalizzare la storia per darne una rilettura utile alla versione storiografica propagandata dal dopoguerra ad oggi.

L’errore alla base degli studi sugli eventi in Venezia Giulia e Dalmazia, risiede nella limitata visione storica che puntualmente viene adottata, più precisamente nell’accettazione del 1922 come anno zero, origine e causa di tutti i mali che in Istria e sulla costa dalmata non si erano mai verificati. La storia ha invece molto da dire in proposito, ed è bene cogliere l’occasione per fare un po’ di quella chiarezza che viene sempre volutamente evitata. Come dimenticare ad esempio il decreto imperiale di Francesco Giuseppe del 1866, con il quale venne ordinato di perseguire con ogni mezzo e senza pietà alcuna la tedeschizzazione, o la slavizzazione, di Trentino, Alto-Adige, Istria e Dalmazia, per cancellare la popolazione autoctona italiana? La popolazione italiana, parte del multietnico impero austro-ungarico, dopo tre guerre di indipendenza e a causa dell’ascesa del Regno d’Italia e del crescente sentimento irredentista, che vedeva nell’unione alla Madrepatria naturale l’affermazione della propria identità, non venne più considerata affidabile dagli austriaci, che favorirono dunque la componente slava. Fu così che con ogni tipo di violenze, omicidi, vessazioni, devastazioni di negozi, sassaiole e incendi delle sedi dei circoli italiani, assalti, pestaggi, chiusura delle scuole, divieto dell’italiano, massiccia immigrazione slava, venne attuato un vero e proprio progetto di snazionalizzazione di terre naturalmente e secolarmente parte del mondo latino, veneto, italico.

Appare quindi chiaro come ripetere a pappagallo l’assurdità che le violenze delle foibe furono una semplice reazione slava alle persecuzioni fasciste, sia un errore madornale. L’odio slavo anti-italiano ha radici molto più profonde e lontane, così come le mire espansionistiche che gli slavi, protetti dagli austriaci, perseguiranno sin dai primi anni successivi al famigerato decreto imperiale.

Con l’ascesa del fascismo, in Venezia Giulia la componente slava entrata a far parte d’Italia dopo il 1918 subì a sua volta una situazione di intolleranza: chiusura di scuole, imposizione dell’italiano, licenziamenti e vessazioni per chi si proclamava di nazionalità slava. Questa prassi era tipica dell’epoca e attuata da tutti i Paesi, ad esempio dagli inglesi a Malta, o dai francesi a Nizza; non fu di certo una peculiarità tutta italiana. Tuttavia dai censimenti di quegli anni, si evince come tra il 1922 ed il 1939 la popolazione slava residente in Italia non diminuì di numero, non ci fu nessun massacro, nessun esodo, contrariamente a quanto affermato da fantasiose tesi di sedicenti storici di parte. Al contrario le violenze da parte slava non si fermarono, e vari gruppi terroristici imperversarono in tutta la regione provocando gravi danni e lutti agli italiani.

L’odio ancestrale anti-italiano, pilastro alla base del concetto di nazionalità slava, riesploderà violentemente nel momento di sbandamento dell’esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, ma soprattutto a guerra terminata. Nelle foibe istriane e triestine finiranno alcuni personaggi compromessi con il regime, ma soprattutto civili, medici, segretari comunali, farmacisti, avvocati, prelati, proprietari terrieri, carabinieri, artigiani, finanzieri, a cui vanno aggiunti anche partigiani, noti antifascisti e comunisti, tutti colpevoli di essere italiani e di non piegarsi supinamente alle mire annessionistiche slave e al nuovo regime, colpa quest’ultima per la quale saranno giustiziati anche migliaia di slavi non comunisti. L’obiettivo dei titini era chiaro: decapitare i vertici della vecchia società italiana, e i probabili protagonisti di quella futura, che avrebbero potuto coalizzare consensi ed opporsi all’annessione della Venezia Giulia alla nascente Jugoslavia. Un terrore scatenato ad arte per eliminare fisicamente i probabili oppositori, ed indurre l’intera popolazione italiana ad andarsene dalla propria terra natale. Una pulizia politica, ma di fatto etnica.

Ma perché 60 anni di oblio? Nel complesso le motivazioni alla base della congiura del silenzio sono tre:

1 – Silenzio internazionale: nel 1948 Tito rompe con Stalin, e per gli Stati Uniti diventa un interlocutore da attirare verso il blocco europeo ad influenza americana. Verranno così accantonate le liste con tutti i nominativi delle persone scomparse durante i 40 giorni di occupazione a Trieste e Gorizia, di cui gli americani, per conto dell’Italia, chiedevano notizie agli slavi insieme alle motivazioni della sparizione.

2 – Silenzio di partito: il PCI ambiva a guidare la nazione e doveva proporsi in chiave nazionale, nascondendo il proprio internazionalismo. Era necessario quindi coprire tutte le contraddizioni della resistenza nella Venezia Giulia, dove il PCI aveva attivamente collaborato con gli slavi alla pulizia etnico-politica degli italiani (la strage di Porzus rappresenta solamente uno dei fatti più tristemente noti).

3 – Silenzio di Stato: nel dopoguerra è stato propagandato il mito di un’Italia che si libera dal nazi-fascismo e vince il conflitto. In realtà l’Italia venne sconfitta e fu severamente punita con occupazione militare, gravi mutilazioni territoriali e riparazioni di guerra. Bisognava perciò nascondere tutto ciò che ricordava la verità della sconfitta, perché la leggenda di un Paese che si autoproclamava vincitore, non era compatibile con la realtà della perdita di intere regioni e di migliaia di esuli in fuga.

Ancora oggi nonostante la legge sul Giorno del Ricordo, proprio a causa di questa travagliata memoria, è molto difficile, se non impossibile, realizzare un’analisi oggettiva e tentare di ristabilire la verità storica. Complici di questo subdolo negazionismo, che si annida nelle scuole, nelle istituzioni, ma spesso anche tra coloro che dovrebbero essere i difensori della memoria giuliano-dalmata, sono tutte quelle fazioni politiche ancora prigioniere della “versione di partito”, che non accettano l’inconfutabile verità e che tentano ancora adesso di nasconderla arrampicandosi sugli specchi, dimostrando in tal modo solamente la propria correità morale. Il continuo clima di odio verso chi perse la vita nelle foibe e chi scelse la via dell’esilio per mantenere la propria identità, è figlia di questo indottrinamento decennale, e trova ripetutamente sfogo nei ricorrenti vilipendi a monumenti, lapidi, statue ad essi dedicati, l’ultimo appena 2 giorni fa a Torino, dove è stata nuovamente distrutta a martellate una lapide in memoria degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Nessuno spazio per la pietà umana, nessun riconoscimento del dramma subito da propri connazionali, che nella quasi totalità dei casi ebbero il solo torto di essere italiani e di non accettare di diventare stranieri in Patria.

Non si può assolutamente parlare di ricordo condiviso, né con l’estero né all’interno d’Italia. Non potrà mai esserci pacificazione senza l’accettazione della verità e il riconoscimento di quello che davvero rappresentarono le foibe e l’esodo. Pertanto, indifferenti al ridicolo circo istituzionale fatto di vane parole e riti di circostanza, profondamente avversi ai criminali negazionisti e ai loro barbari vilipendi, riaffermiamo ancora una volta quello che è il nostro ricordo: la secolare italianità della Venezia Giulia e della Dalmazia, dalle quali venne sradicato con la violenza un intero popolo, privato della propria terra ed umiliato da quell’Italia che avrebbe dovuto invece accogliere a braccia aperte come una madre benevola, quei suoi figli più sfortunati che pagarono per tutti, una sconfitta bellica che pesava sull’intero popolo italiano.

E.P.

 

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6 risposte a IL RICORDO MAI CONDIVISO

  1. Valter Melchiorri ha detto:

    Dozzine di vie e piazze italiane sono ancora incredibilmente intitolate a Tito il “BOIA”,nel 2011 il sindaco di Belluno ed alcuni assessori hanno inviato una lettera per richiedere la rimozione a Napolitano e contestualmente disponendo la rimozione in tutto il Paese dei toponimi ad esso intitolati. Nessuna risposta è mai arrivata dal Quirinale.Josep Broz Tito venne decorato nel 1969, dall’allora presidente Giuseppe Saragat, come «Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana» con l’aggiunta del Gran cordone, il più alto riconoscimento. Nessuno ha mai pensato di levargli questa onorificenza per «indegnità», come è previsto dalla legge. L’Italia l’ha fatto lo scorso anno, per la stessa onorificenza di Tito, che Napolitano aveva appuntato sul petto di Bashar al Assad nel 2010, nonostante il Presidente siriano, non abbia torto un capello ad un solo italiano.Sembra assurdo, ma nel silenzio tombale del Quirinale e di tanti comuni viviamo in un paese che celebra le vittime delle foibe e allo stesso tempo continua a onorare il loro carnefice. Povera Italia. Porci Comunisti.

  2. Stelvio Dal Piaz ha detto:

    Non dimenticare che quando morì il boia Tito Pertini andò ai funerali e baciò la bandiera Jugoslava. Questo è stato poi definito il “presidente più amato dagli italiani”. Che volete sperare da una repubblichetta vile e pezzente !

  3. Egeo Francois ha detto:

    L’Italia che avrebbe dovuto accogliere i propri figli esuli dalle terre occupate dal nemico (il nemico jugoslavo è stato sconfitto dalle potenze del tripartito e le terre italiane gli sono state regalate dai veri vincitori e non liberatori ,gli americani)non esiste .
    esiste una misera italietta demoplutocratica che chiama liberatore l’invasore.
    Come potrebbe questa misera gente che ci governa ricordare ed onorare i martiri delle terre regalate dai maledetti americani agli slavi?
    Concludo augurandomi che il nostro popolo si svegli e si liberi dei”liberatori” e dei loro laidi servi

  4. Anonimo ha detto:

    Tito boia!

  5. wids72 ha detto:

    La vergogna e l’ipocrisia di chi ci ha governato nei decenni scorsi e di chi attualmente è chiamato a farlo è proverbiale; infatti il Paese, diviso in tutte le componenti sociali, è figlio di un assetto istituzionale perverso e ambiguo paravento di quella governace oscura che muove le fila del sistema masso-giudeo-capitalista, il quale altro non impone che una democrazia assembleare manipolata e prona ai loro diktat usocratico-schiavistici. Chi crede nella verità e di libertà nutre il suo spirito rifugge da queste logiche infami che saccentemente pervertono il senso reale degli eventi storico-sociali della Patria. In alto i cuori!!!

  6. Daniela Roccella Usn ha detto:

    Poesia: GIORNI DI SANGUE (autore ignoto)
    “ERAN GIORNI DI SANGUE
    ERAN GIORNI SENZA FINE
    PER LE ORDE SLAVE L’ULTIMO CONFINE
    ERAN GLI ULTIMI FUOCHI DI UNA INFINITA GUERRA
    E QUEI BARBARI FEROCI VOLEVAN QUELLA TERRA
    UOMINI E DONNE VENIVAN MASSACRATI
    LORO SOLA COLPA ITALIANI ESSER NATI
    VECCHI E BAMBINI GETTATI NEGLI ABISSI
    SPINTI GIU’ NEL VUOTO DAI GENDARMI ROSSI
    FOIBE NELLA ROCCIA E DI ROCCIA ERA ANCHE IL CUORE
    DI UN MARESCIALLO BOIA DI TANTA GENTE SENZA NOME
    VENIVANO SOSPINTI CON FURORE E ODIO
    VITTIME PRESCELTE PER UN VERO GENOCIDIO
    E DOPO 50 ANNI HAN FINTO DI SCOPRIRE
    CIO’ CHE SEMPRE SI E’ SAPUTO
    E CONTINUANO A MENTIRE
    MA NON AVRA’ MAI PACE QUELLA NUDE OSSA
    FINCHE’ ESISTERA’ L’IMMONDA BESTIA ROSSA
    E’ PASSATO TANTO TEMPO MA IL MIO CUORE GIOISCE ANCORA
    QUANDO SIGNORA MORTE SUONO’ LA SUA ULTIMA ORA
    PER QUEL MARESCIALLO ASSASSINO D’INNOCENTI
    PER QUEL BOIA IMMONDO AGUZZINO DI TANTI
    E NON POSSO PIU’ SCORDARE CHE IL MIO CUORE PIANGE ANCORA
    AL RICORDO DI UN PRESIDENTE CHE HA BACIATO LA SUA BARA
    PRESIDENTE DI QUELL’ITALIA CHE HA VOLUTO DIMENTICARE
    CHI FU MASSACRATO PERCHE’ ITALIANO VOLEVA RESTARE”.

    (autore ignoto)

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