SOVRANITA’ NAZIONALE COME RISPOSTA ALLA POVERTA’

sn ogmL’argomento per noi Socialisti Nazionali riveste PRIMARIA IMPORTANZA. Alcuni dati prima di affrontare la questione della povertà nel mondo. Nel 1900 la popolazione mondiale era di un miliardo e seicentocinquanta milioni, mentre oggi abbiamo superato i sette miliardi. L’Europa nel 1900 aveva 408 milioni di abitanti pari al 24,7% del totale, l’Asia 947 milioni pari al 57,4%, l’Africa 133 milioni pari all’8,1% il nord America 82 milioni pari al 5%, l’America latina 74 milioni pari al 4,5%, infine l’Oceania 6 milioni pari allo 0,4%. Secondo le stime dell’ONU nel 2015 la popolazione mondiale dovrebbe essere di sette miliardi centonovantasette milioni. L’Europa avrà circa settecentotredici milioni di abitanti, passando dal 24,7% del 1900 al 9,9%. L’Africa un miliardo e ottantaquattro milioni, passando dall’8,1% al 15,1%. L’Asia quattro miliardi e trecentosettanta milioni, passando dal 57,4% al 60,7%. Il Nord America trecentosessantaquattro milioni, passando dal 5% al 5,1%. L’America latina seicentoventotto milioni passando dal 4,5% all’8,7%. L’Oceania 36 milioni passando dallo 0,4% allo 0,5%. L’Oceania ha una superficie di 7.687.000 km²; l’Europa di 10.832.312 km²; l’Africa di 30.221.000 km²; il Nord America di 24.256.000 km²; l’America Latina di 20.086.398 km². Il maggior tasso di crescita demografica è previsto per l’Africa.

Secondo il rapporto “prospettive agricole 2013-2022”, elaborato dall’OCSE e dalla FAO, il fabbisogno di prodotti alimentari dovrebbe crescere del 2,1%, mentre la capacità di crescita agricola mondiale si attesterebbe sull’1,5%. Ciò vuol dire che già oggi si consuma lo 0,6% in più di quanto viene prodotto, andando, così, ad intaccare le scorte alimentari. Nonostante che nel mondo non vi sia mai stato così tanto cibo, oggi quasi un miliardo di persone patisce la fame. Nonostante il cibo sarebbe sufficiente a sfamare gli oltre sette miliardi di individui che formano la popolazione mondiale, ben una persona su otto soffre la fame e nei paesi in via di sviluppo un bambino su sei è sottopeso.

Quali, le cause di questo squilibrio?

In primo luogo le cause naturali come siccità inondazioni, tempeste tropicali, etc. In molti casi, però, la causa sono i conflitti armati. Dal 1992 le crisi alimentari causate dall’uomo sono passate da 15% al 35%. Le guerre obbligano le persone a dover abbandonare le loro case. Per esempio, a causa del conflitto nel Darfur (Sudan), dal 2004, oltre un milione di persone ha dovuto lasciare i propri villaggi e città. Ciò ha provocato una gravissima crisi alimentare in zone in cui si otteneva un buon raccolto. Spesso la fame diventa un’arma con la quale le fazioni portano alla fame gli avversari distruggendo cibo e bestiame, colpendo i mercati, minando i campi o contaminando i pozzi. Inoltre in molti Paesi in via di sviluppo mancano le infrastrutture adeguate a sostenere l’agricoltura. (fonte: http://it.wfp.org/la-fame/le-cause-della-fame).

Ad aggravare la situazione vi è il problema chiamato “food versus feed” cioè “cibo per uomini contro mangime per gli animali”. Infatti, sta aumentando la percentuale di terreni fertili che invece di essere coltivati per produrre derrate alimentari destinate al fabbisogno umano vengono coltivati per realizzare mangimi per animali (in particolare soia e mais) e quindi per produrre carne, latte e formaggio, che non sono destinati ai mercati dei paesi poveri e affamati, ma destinati a soddisfare il regime alimentare del cosiddetto occidente. Uno spreco inaccettabile, soprattutto se si pensa che per produrre un kg di carne servono in media 15 chili di vegetali. Solo per fare alcuni esempi, la Colombia su 45 milioni di ettari di terreno coltivabili ne utilizza solo 5 per produrre cibo per la popolazione, mentre 40 milioni sono latifondi utilizzati a pascolo per l’allevamento animale. In Messico, dove sono milioni le persone denutrite, nel 2003 il bestiame consumava il 45% dei cereali prodotti, mentre nel 1960 era solo il 5%. In Egitto si è passati dal 3% al 31% e in Cina dall’8% al 28%. Secondo la FAO e l’USA Agency for International Development, I due terzi delle terre fertili sono utilizzate per produrre mangimi per animali o per allevare bestiame invece che per produrre cibo per gli esseri umani. Secondo “Database FAO, Food Balance Sheet, 2001”, la metà dei cereali (in Europa il 77% e in USA l’87%) e il 90% della soia coltivati sulla terra non serve per nutrire le persone ma gli animali. Se tutti gli abitanti del mondo si nutrissero come gli occidentali servirebbero, per nutrire gli animali di allevamento, almeno due volte e mezza le terre emerse esistenti sul nostro pianeta. (http://www.saicosamangi.info/sociale/cibo-contro-mangime.html)

Inoltre, c’è da considerare lo svantaggioso indice di conversione alimentare, alla base del sistema zootecnico che determina l’inefficacia ecologica di una dieta basata sulle proteine animali. Frances Moore Lappè ci dice che negli USA, nel 1979, al bestiame sono state somministrate 145 milioni di tonnellate di cereali e soia, ma di queste solo 21 milioni sono tornate ad essere disponibili per l’alimentazione umana sotto forma di carne e uova. Il rimanente, equivalente a circa 124 milioni di tonnellate di cereali e soia, è stato sottratto al consumo umano. Lappè ha calcolato che se queste 124 milioni di tonnellate di cereali e soia fossero state convertite per l’alimentazione umana, avrebbero fornito: “l’equivalente di una ciotola di cibo per ogni essere umano del pianeta per un intero anno”. È stato stimato che un ettaro coltivato a patate e un ettaro coltivato a riso sono in grado di provvedere al nutrimento annuo rispettivamente di 22 e 19 persone, mentre un ettaro destinato alla produzione di manzo è sufficiente per il nutrimento annuo di una sola persona.

Oltre allo spreco di risorse alimentari, l’allevamento è causa di un eccessivo dispendio di risorse idriche. Una parte dell’acqua richiesta dal sistema zootecnico moderno è impiegata per abbeverare gli animali: un manzo può consumare fino a oltre 80 litri di acqua al giorno, un maiale oltre 20 litri, una pecora circa 10 litri e una mucca da latte, durante la stagione estiva, può arrivare addirittura fino a 200 litri di acqua consumata in un solo giorno. Altra acqua è usata anche per la pulizia delle strutture di allevamento e degli animali, per i sistemi di raffreddamento e per lo smaltimento dei rifiuti. In alcuni Paesi i consumi per l’abbeveraggio degli animali e la manutenzione delle strutture è significativa. Ad esempio, in Botswana l’uso dell’acqua per l’allevamento è pari al 23% dell’uso totale delle risorse idriche nazionali e rappresenta il secondo principale fattore di consumo di acqua del Paese. Altra acqua viene utilizzata nel processo di macellazione degli animali e per la pulizia degli impianti di macellazione. Per ogni pollo macellato occorrono 1590 litri di acqua. La gran parte dell’acqua (il 98%) necessaria alla produzione dei cibi animali è usata, però, per la coltivazione del foraggio: a tale scopo, su scala globale, vengono impiegati oltre 2300 miliardi di metri cubi d’acqua l’anno.

Inoltre, come informa la FAO, il settore dell’allevamento è la più importante fonte di inquinanti delle acque: principalmente deiezioni animali, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci usati per le colture foraggere e sedimenti dai pascoli erosi. I mangimi, infatti, possono contenere metalli pesanti, quali rame, zinco, selenio, cobalto, arsenico, ferro e manganese (somministrate al bestiame per ragioni di salute o come promotori della crescita), che vengono assorbiti dagli animali solo dal 5 al 15%, la maggior parte viene espulsa con le feci depositandosi nell’ambiente. Ad esempio, il 37% dello zinco e il 40% del rame distribuito sulle terre agricole in Inghilterra e nel Galles proviene dal settore zootecnico.

Sempre secondo la FAO, per di più, l’allevamento costituisce il maggior fattore d’uso antropico delle terre, giacché direttamente o indirettamente, la zootecnia utilizza il 30% dell’intera superficie terrestre non ricoperta dai ghiacci e il 70% di tutte le terre agricole.

Tra l’altro, l’aumento della zootecnia è uno dei principali fattori di deforestazione, soprattutto in America latina e, in particolar modo, della distruzione della foresta amazzonica, dove l’allevamento di bovini è la causa primaria di deforestazione almeno fin dagli anni ’70. Nel 2006 la FAO ha stimato che, complessivamente, il 70% delle terre deforestate dell’Amazzonia è stato trasformato in pascoli bovini e la produzione di mangime occupa gran parte del restante 30%.

Infine, l’allevamento è anche una delle principali cause della produzione di gas serra responsabili dell’aumento delle temperature medie terrestri; cioè del riscaldamento globale. Sempre nel 2006 la FAO ha stimato che i processi coinvolti nell’allevamento di animali generano una produzione di gas serra equivalente al 18% delle emissioni globali prodotte dalle attività umane, cioè una quota superiore a quella relativa all’intero settore dei trasporti (stradali, aerei, navali e ferroviari), responsabile del 13,5% di gas nocivi. Nel 2009, un’analisi critica del rapporto della FAO tramite la riclassificazione di alcune voci, la correzione di stime e il conteggio di elementi inediti, pubblicata dal Worldwatch Institute, ha concluso che il totale delle emissioni di gas serra, attribuibili al settore zootecnico, sarebbe maggiore del 18% e rappresenterebbe una quota pari o superiore al 51% delle emissioni totali.

La zootecnia contribuisce per il 9% alla produzione di anidride carbonica (CO2), ma è responsabile di altissime emissioni di gas serra ancor più nocivi: il 35-40% delle emissioni di metano (che ha un effetto 23 volte superiore a quello dell’anidride carbonica come fattore di riscaldamento del globo), il 65% delle emissioni di ossido di azoto (un gas che è 296 volte più dannoso della CO2) e il 64% delle emissioni di ammoniaca (un gas che contribuisce significativamente alle piogge acide e all’acidificazione degli ecosistemi (fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Impatto_ambientale_dell’industria_dei_cibi_animali)
Nell’Africa orientale e meridionale, inoltre, estese piantagioni e tenute agricole, spesso di proprietà di società straniere, sono sfruttate per la coltivazione di agrumi, tabacco, tè e altri prodotti destinati all’esportazione e non al consumo locale.
Due nemici della produzione agricola finalizzata alla nutrizione delle popolazioni locali sono il “land grabbing” e il “dumping”. Il “land grabbing” – che si riscontra soprattutto nell’Africa sub sahariana – consiste negli investimenti e nelle espropriazioni di estesi territori, da riconvertire alla produzione di cibo e di agrocarburanti destinati all’esportazione. Ciò procura notevoli effetti distruttivi sulle comunità rurali che da queste terre traggono il proprio sostentamento e che subiscono gli espropri per l’impossibilità di far riconoscere i propri diritti. Tali interventi vengono incentivati anche dalle politiche energetiche dei Paesi del nord del mondo, come nel caso delle Direttive dell’Unione Europea sulla sostituzione dei consumi energetici provenienti da fonti fossili con fonti rinnovabili. Il “dumping” è l’importazione di beni che vengono collocati sui mercati locali a prezzi inferiori a quelli della produzione interna, con effetti distruttivi sulle capacità produttive locali. (fonte: http://agriregionieuropa.univpm.it/content/article/31/33/strategie-e-pratiche-di-sovranita-alimentare-africa)

Per di più si stanno sempre più introducendo nei Paesi del sud, in particolar modo nelle comunità contadine che ancora auto producono le proprie sementi, le multinazionali degli OGM, soprattutto la MONSANTO. Le multinazionali dei semi hanno intensificato l’acquisto e le alleanze con imprese del settore, principalmente in Africa e India. La Monsanto, come affermato dalla sua principale rivale DuPont Pioneer, è l’“unica guardia” del mercato dei semi. Infatti, controlla, ad esempio, il 98% della commercializzazione della soia transgenica, tollerante erbicidi, e del 79% del mais. Questo le garantisce un grande potere nella determinazione del prezzo dei semi, indipendentemente dai suoi concorrenti.

Le multinazionali hanno brevettato dei semi che sono anche sterili, per cui i contadini sono costretti, se vogliono produrre, ad riacquistarli di continuo. Come si legge in http://znetitaly.altervista.org/art/10341: “I brevetti sui semi sono illegittimi perché inserire un gene tossico nella cellula di una pianta non è “creare” o “inventare” una pianta. Questi semi sono un inganno; l’inganno che la Monsanto sia la creatrice dei semi e della vita; l’inganno che mentre la Monsanto cita in giudizio i contadini e li intrappola nei debiti, pretende di lavorare per il benessere dei contadini, e l’inganno che gli OGM alimentino il mondo. Gli OGM non riescono a controllare i parassiti e le infestanti e hanno invece portato all’emergere di super-parassiti e super-infestanti”.

Come se non bastasse la MONSANTO cerca anche di dominare il settore dei pesticidi. La MONSANTO, infatti, è la quinta impresa agrochimica al mondo e controlla il 7% del mercato degli insetticidi, erbicidi, fungicidi, ecc.; dietro ad altre imprese, a loro volta, leader nel mercato dei semi, come la Syngenta, che domina il 23% del mercato degli agrofarmaci, Bayer il 17%, BASF il 12% e Dow Agrosciences quasi il 10%. Dunque, cinque imprese controllano il 69% dei pesticidi chimici sintetici che sono utilizzati nelle piantagioni su scala mondiale. Gli stessi soggetti che impongono ai contadini le sementi ibride e transgeniche, forniscono anche i pesticidi da utilizzare. Un affare a tutto tondo (fonte: http://agriregionieuropa.univpm.it/content/article/31/33/strategie-e-pratiche-di-sovranita-alimentare-africa).

Un altro grave problema che colpisce i Paesi poveri è quello relativo all’accesso all’acqua. Sono trentasei le Nazioni al mondo che soffrono di questa situazione e si trovano in Africa, Asia e Medio Oriente. Tra queste ci sono Messico, Bolivia, Mauritania, Ghana, Marocco, Algeria, Tunisia, Libano, Libia, Somalia, Kenya, Madagascar, Israele-Palestina, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Giordania, Azerbajian, Iraq, Iran, Siria, India, Yemen, Pakistan e Corea del Sud
Si parla di 1.800.000.000 persone che non hanno un adeguato rifornimento d’acqua. Un bambino di un Paese sottosviluppato consuma acqua da trenta a cinquanta volte in meno di quanto ne consuma un bambino dei paesi industrializzati. Dai cinque ai dieci milioni di uomini e bambini muoiono a causa di malattie dovute all’inquinamento dell’acqua: colera, tifo, epatite, dissenteria, gastroenterite ed altre malattie. A un quinto dei bambini del mondo manca l’acqua. Nell’Africa Orientale, un bambino ogni 15 secondi muore per il mancato accesso all’acqua potabile, soprattutto nei primi 5 anni di vita. In Somalia, in cui il 71% della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, un bambino su sette muore prima di aver compiuto un anno. Ogni giorno le bambine africane percorrono circa 6 km per approvvigionarsi d’acqua, trasportandola poi in contenitori del peso di circa 20 chili. Ciò con conseguenti danni alla spina dorsale e al bacino. In periodi di particolare siccità, in Kenya, aumentano anche i matrimoni di bambine, che spesso non hanno più di 10 anni, e che vengono date in moglie in cambio di cibo e acqua.

La regione del Medio Oriente e Nord Africa, è senza dubbio una delle più aride al mondo, dove, in oltre 5000 anni di storia, l’acqua è stata spesso oggetto di guerre e conflitti più o meno localizzati. In nessuna parte del mondo la mancanza di accesso all’acqua è evidente quanto nei Territori palestinesi occupati.  La popolazione palestinese è la metà di quella israeliana, ma consuma soltanto il 10-15 per cento dell’acqua che viene consumata in Israele. In Cisgiordania, i coloni israeliani usano una quantità di acqua pro capite quasi nove volte maggiore di quella che usano i palestinesi. (fonte: http://www.griffini.lo.it/laScuola/prodotti/risorsaacqua/moriresenzacqua.htm)

Trecento milioni di africani, dunque, non hanno accesso all’acqua, ma il sottosuolo del “Continente nero” è ricchissimo del prezioso elemento. Secondo uno studio del “British Geological Survey” e dell’”University College London” sotto la superficie del continente ci sarebbero riserve idriche 100 volte superiori al volume di acqua presente esternamente. Cioè un tesoro di oltre mezzo milione di chilometri quadrati di acqua potabile; in pratica venti volte la quantità di acqua dolce presente nei laghi africani. Le maggiori riserve di “oro blu” si trovano in grandi bacini sedimentari in Libia, Egitto, Algeria, Niger, Chad e Sudan occidentale, dove si troverebbe un bacino idrico di settantacinque metri di spessore che non viene ricaricato attraverso le precipitazioni ma che fu riempito per l’ultima volta circa cinquemila anni fa, quando il clima della zona era molto più umido di oggi. Il problema, però è come raggiungere questo mare sotterraneo di acqua potabile. Non trivellando all’impazzata, ma, innanzitutto, sviluppando studi che accertino la natura del suolo, le caratteristiche strutturali e i ritmi di rinnovo delle falde. Naturalmente, ciò sarebbe possibile solo da governi realmente sovrani che collaborino tra loro (fonte: http://www.focus.it/ambiente/natura/il-sottosuolo-africano-e-ricchissimo-d-acqua-il-problema-e-l-estrazione).

Un altro fattore di povertà è il saccheggio imperialista e liberista delle ricchezze del sottosuolo. L’Africa è ricca di petrolio e altri minerali preziosi, gran parte di questa ricchezza mineraria è stata, ed è tuttora, gestita da grandi gruppi multinazionali. Uno dei paesi più ricchi in tal senso è il Sudafrica dove si trova la maggior concentrazione di miniere d’oro, di diamanti, cromo, amianto, carbone e rame. Altri Paesi ricchi di tali materie prime sono la Libia (petrolio), la Nigeria (petrolio, gas naturale, carbone e stagno), Namibia (diamanti, uranio), l’Algeria (petrolio, gas naturale, minerali di ferro), lo Zambia e la Repubblica Democratica del Congo (rame, cobalto, piombo e zinco oro, diamanti, coltan, cobalto), lo Zimbabwe (oro, amianto, carbone, cromo, minerali di ferro e nichel) e il Ghana (oro, bauxite e diamanti).

È particolarmente emblematico il caso del Congo, vittima di un duplice saccheggio: il primo da parte delle multinazionali con l’appoggio del governo di Kinshasa, il secondo di frodo, ad opera di migliaia di persone, minatori e contrabbandieri. Ma a guadagnare in questa guerra allo sfruttamento sono sempre le multinazionali occidentali. In pratica, in Congo la spoliazione delle risorse è dovuta ad un governo debole e corrotto che non riesce nemmeno a controllare gran parte del suo territorio. La parte orientale del Paese è dominata dall’anarchia ed è in mano a bande di ribelli che si finanziano con i minerali rubati. Per capire i motivi di tale situazione dobbiamo a risalire a oltre cent’anni fa, quando Leopoldo re del Belgio fece di questo paese una propria colonia personale dando l’assalto alle sue risorse (Leopoldo s’interessò soprattutto a gomma e avorio). In seguito all’indipendenza concessagli dal Belgio nel 1960 in Congo scoppiarono una serie di insurrezioni che portarono al potere un militare: Mobutu Sese Seko. Dopo trentadue anni di governo incontrastato anche Mobutu crollò. Nel 1994 nel vicino Ruanda si compì un genocidio che provocò un milione di morti. Molti dei responsabili fuggirono nel Congo orientale che divenne una base per la destabilizzazione del Ruanda stesso. Ruanda che, dopo essersi alleato con l’Uganda, invase il Congo. Mobutu fu spodestato e sostituito da Kabila, gradito a Ruanda e Uganda. Ben presto questi Paesi, però, mollarono Kabila e invasero nuovamente il Congo. In questa seconda fase furono coinvolti anche Ciad, Namibia, Angola, Burundi, Sudan e Zimbabwe, in un conflitto che fu definito “prima guerra mondiale d’Africa”. Nel caos che seguì, truppe straniere e ribelli s’impossessarono di centinaia di miniere finanziandosi con diamanti, oro, stagno e tantalio (un metallo duro, grigio e resistente alla corrosione che viene utilizzato nei dispositivi elettronici). Per quanto riguarda l’estrazione dell’oro in Congo, le multinazionali in tutto il Paese sono decine, ma nella provincia del Sud Kivu la concessione per quasi tutta la sua estrazione è stata data alla canadese Banro.

A tal proposito, l’ex parlamentare congolese Mathilde Muhindo Mawimi dichiara: ”Ho visto la mappa delle concessioni di Banro e sono rimasta sconvolta. Hanno preso la concessione per montagne intere di oro, tutte per loro. E in cambio cosa ci danno? Lo sanno che non abbiamo scuole, strade, ospedali, acqua potabile e luce elettrica…” (fonte: http://espresso.repubblica.it/internazionale/2012/01/02/news/chi-ruba-i-tesori-del-congo-1.38923)

Come socialisti nazionali a tutto ciò rispondiamo con: sovranità, sovranità, mille volte sovranità.

L’Italia dovrebbe appoggiare quei governi che nel loro programma abbiano la nazionalizzazione delle risorse minerarie, energetiche e idriche; che vogliano espellere dai loro territori le multinazionali dei semi transgenici e sterili; che vogliano riappropriasi dei loro terreni coltivabili per sviluppare un’agricoltura finalizzata al sostentamento umano, con una produzione più possibile a chilometro zero; che rifiutino il ricatto delle grandi multinazionali farmaceutiche nazionalizzando tale settore e producendo in proprio i farmaci. L’Italia dovrebbe farsi promotrice a livello delle Nazioni Unite di iniziative che portino al divieto di brevetto per gli esseri viventi (vegetali o animali che siano), anche se modificati geneticamente, come pure portino al divieto di brevetto per i farmaci salvavita. La sanità in ogni suo aspetto, quindi anche in quello della ricerca farmaceutica, deve appartenere alla sfera pubblica e statale.

Eriprando Della Torre Valsàssina

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5 risposte a SOVRANITA’ NAZIONALE COME RISPOSTA ALLA POVERTA’

  1. Anonimo ha detto:

    Ecco bravi andateglielo a dire a draghi e ai suoi pupari ebrei!

  2. a ha detto:

    La cupola mondialista sta attuando una politica folle; tutte le statistiche dimostrano che stiamo andando vberso il disastro collettivo; quest’anno già ad agosto l’interro pianeta viaggia in riserva sia energetica che alimentare. Voglio ricordare che noi ancora in tempi non sospetti dimostrammo che il capitalismo senza regole porta inevitabilmente al “PAUPERISMO”

  3. Alter ha detto:

    Le Cose sono fuggite oltre il limite.
    La scimmia depilata (che si fà pomposamente chiamare Uomo), non è piu’ in equilibrio con la Natura.
    Per mettere le mani sulla banana distrugge l’albero; per produrre uno, distrugge cento.
    Per combattere la scimmia nemica, distrugge sistematicamente l’Ambiente comune.

    In particolare, la scimmia depilata dalla pelle chiara ama coprire i propri misfatti, le sistematiche distruzioni ai danni della Natura, sotto una rinsecchita foglia di fico di volta in volta battezzata col nome di “Progresso”, “Sviluppo”, “Benessere”, “Civiltà”, “Pace” e (dulcis in fundo) “Democrazia”…

    Occorre un urgente, totale cambio di mentalità.
    Ma non avverrà.
    Occorre sostituire ai demenziali paradigmi biblici del “Andate e Moltiplicatevi”, del “Dio lo vuole, noi siamo i suoi fedeli, e guai chi si oppone”, de “Il Creato è a disposizione dell’uomo”, de “La ricchezza è un segno della Benevolenza divina” una nuova (Nuova?), una antichissima Concezione del ruolo, del posto, del destino che spetta all’Umanità all’interno dell’Ambiente Naturale.
    Ambiente Naturale, Flora e Fauna, che hanno la sventura di subire quella che oramai è una insostenibile infestazione virale bipede.

    La scimmia cretina che un tempo fu’ Presidente del Consiglio di un’altrettanto cretina popolazione di deficenti dediti all’ignoranza, alla coaina ed all’alcol, un giorno proclamò di voler vivere oltre cent’anni.
    Fortunatamente Madre Natura ha i sui correttivi, e quel cretino (tutti i cretini che sognano l’immortalità), verrà spazzato via prima.

    Sette messianiche, a vario titolo fanaticamente religiose, attendono la fine del Mondo.
    Stiano sereni; La Natura, non il loro ipotetico dio, si occuperà di rimettere Le Cose a posto.
    E’ già successo; accadrà di nuovo.

  4. Igienismo ha detto:

    L’alimentazione, la salute, la medicina (e tante altre cose…) vanno assolutamente tolte dalle mani delle multinazionali, ovvero dalle grinfie dell’Usura Internazionale.
    Ma prima che ciò accada, e magari anche dopo, bisogna procedere con una propaganda sfrenata che vada totalmente contro corrente.
    La Cultura è Una Spada e bisogna impugnarla per colpire la Menzogna che si annida in ogni settore di questa società capitalista e nel frattempo bisogna difendere la Veirtà, unica Luce che farà da guida verso il Socialismo.
    Lasciamo parlare la Scienza Attuale e vediamo cosa ha scoperto (o forse cosa ha riscoperto, ripercorrendo quella linea retta tracciata dai Grandi Sapienti del Passato) riguarda Alimentazione e Medicina:

  5. Igienismo ha detto:

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