RENZISMO E BERLUSCONISMO. PER LA SINISTRA ITALIANA FINE DELLA CORSA

sn bricompagniRiceviamo e pubblichiamo questa approfondita analisi politica, che, in questi giorni di Job’s Act e Legge di Stabilità, trova il suo pieno riscontro nella sparizione definitiva della Sinistra Italiana, annacquata dal Renzismo e dal Berlusconismo.

Introduzione

Prima di qualunque proposta riguardante l’attuale situazione politica  occorre rileggere la crisi che ha investito il nostro sistema. Non si tratta, infatti, di una crisi solo  economica, che comunque esiste e genera non pochi problemi, ma di una serie di mutamenti che hanno contrassegnato gli ultimi decenni e hanno creato un clima di tensione e di latente pericolosità.   

L’analisi che segue analizza innanzitutto la crisi e la fine della sinistra italiana. Perché partire dalla sinistra? La scelta di analizzare la crisi politica partendo dalla sinistra risponde a tre fondamentali  elementi:

  • La sinistra italiana fino agli anni 80/90 non rappresentava solamente una forza politica o una coalizione di forza politiche, ma rappresentava un’ alternativa di sistema ispirata dal modello comunista sovietico. Il crollo del sistema socialista, che raggiunge l’apice nel simbolico crollo del muro del 89, sbanda totalmente dal punto di vista ideologico la sinistra italiana che si trova frazionata e confusa in una dimensione priva di punti di riferimento. Va sottolineato il fatto che la fine della sinistra italiana coincide con la fine di un sistema mondiale, che ha ripercussioni su tutto il territorio europeo. La nuova sinistra, dai DS in poi, è figlia di un nuovo mondo senza più blocchi contrapposti e senza più guerra fredda, un mondo dove termina la paura del comunismo ma rende anche il liberismo “troppo sicuro di se” al tal punto che diventa frenetico e ingordo fino a sancire la propria autodistruzione.
  • La sinistra italiana contemporanea trova ragione d’essere nella battaglia contro Berlusconi, e non comprende come in realtà acquista lentamente tutto quello che va male nel modello Berlusconi facendolo proprio. Nel nostro scenario politico la contrapposizione politica finisce;  e inizia invece, una inutile caccia all’uomo – Berlusconi – che azzera ogni dibattito.
  • La sinistra italiana, per l’incapacità che ha mostrato nel gestire l’esistente e riscoprire la propria identità, ha maturato gravissime responsabilità in merito all’attuale crisi che stiamo vivendo.

Crisi politica

Il sogno del  comunismo, come esperienza reale, è finito insieme al crollo simbolico del Muro di Berlino. Considerando cosa ha rappresentato in Russia e negli altri Paesi in cui ha trovato applicazione non possiamo sicuramente rattristarci. Il Marxismo in sé custodiva degli errori di valutazione gravi che hanno trasformato il sogno dell’emancipazione del proletariato in una dittatura.

La statalizzazione dei mezzi di produzione, ad esempio, si scontra radicalmente con l’idea di dare potere ai lavoratori; statalizzarli infatti  vuol dire solo annullare i padroni preesistenti per concentrare il potere in un unico nuovo padrone che è lo Stato. Non è un caso  che uno dei motivi che ha segnato il crollo economico del sistema socialista è stato rappresentato “dalla caduta tendenziale del tasso del profitto”, malattia che Marx aveva diagnosticato al sistema liberale; riflettendo su questo punto occorre dare ragione a Mario Capanna  quando, nel suo libro “Coscienza Globale”, definisce il comunismo come capitalismo di Stato.

Altro grave errore, contenuto nel pensiero marxista, è stato l’energia che la dottrina indirizza verso il raggiungimento del potere e non verso il ridimensionamento  dello stesso. La dittatura del proletariato sulla borghesia è stata una follia: visto che non tutta la massa proletaria poteva governare, questa veniva rappresentata dal partito che gestiva la dittatura per nome e per conto del popolo; così facendo finiva la dittatura del proletariato e rimaneva la dittatura del Partito.

Questi sono solo alcuni esempi utili a spiegare come il Marxismo non era poi quella scienza esatta decantata dai militanti.

La fine del comunismo come realtà storica ha favorito la presa di coscienza, mostrando gli innumerevoli scheletri custoditi negli armadi delle stanze del potere.

Cosa è successo  dopo il crollo del famoso muro? I partiti comunisti europei hanno pensato bene di gettare via l’acqua sporca con tutti i panni dentro. Anziché riscrivere nuove pagine sulla storia delle lotte contadine e operaie, sdoganando i valori di libertà, di pace e di uguaglianza dalla dottrina di Marx, si sono  adeguati  al modello vincente, accettando l’idea di libero mercato e tutto quello che ne consegue. La trasformazione del P.C. in  P.D.S. e poi ancora in D.S.  non è solo un cambio di sigle, ma  una vera e propria corsa verso il pensiero liberale: staccarsi “giustamente” da quella che è stata la dittatura russa e contemporaneamente  allontanarsi sempre più dalla storia scritta dalle lotte della gente.

Quando Enrico Berlinguer e Aldo Moro volevano sancire il Compromesso Storico hanno  suscitato non poco malcontento nelle masse politicizzate appartenenti alla Democrazia Cristiana e al Partito Comunista. Oggi gli eredi di tali partiti hanno fatto molto di più rispetto a quello che speravano i loro padri, fondendosi in un unico partito che non rappresenta più né l’uno né l’altro, ma scimmiotta la realtà politica americana: il Partito Democratico. Questa fusione non ha generato nessun malcontento anzi è stata benaccetta al popolo di sinistra, prova che sia le forze politiche che gli elettori hanno smarrito qualunque ideale; nell’immaginario collettivo i partiti politici sono ormai percepiti come involucri vuoti, che chiedono i voti solo per entrare nella stanza dei bottoni, senza progetti e senza voglia di cambiare il mondo circostante; occorre domandarsi se è solo una percezione diffusa o se non sia l’effettiva  realtà.

Penso sia opportuno soffermarsi ancora sul compromesso storico, su quello che poteva essere e non è stato.

Comincio  chiamando  in causa Palmiro Togliatti: lo storico segretario del Partito Comunista si è caratterizzato, durante il suo mandato, per il suo apparire come un leader politico sobrio e razionale, legato al presente e capace di leggere i segni del suo tempo, flessibile ai compromessi che le circostanze richiedevano  (basti ricordare il voto favorevole dato all’articolo 7 della nostra Costituzione), abile nel leggere il proprio tempo e spesso, invece, incapace di proiettarsi nel futuro. Raramente si lasciava sfuggire pronostici è quando ciò avveniva, le sue previsioni  risultavano essere sbagliate; in particolare mi riferisco ad un aneddoto specifico, un’intervista durante la quale il segretario del P.C. disse che il futuro italiano sarebbe stato caratterizzato dalla convivenza politica dei cattolici e dei comunisti, che il potere politico sarebbe stato gestito dai cattolici e dai comunisti. Tale riflessione, per alcuni veritiera, mi appare discutibile in quanto non mi sembra possibile parlare di compromesso storico pensando all’esperienza del P.D.,  troppo lontana dal progetto politico desiderato da Berlinguer e Aldo Moro. Questa affermazione scaturisce da due convinzioni:

  1. quella che si è delineata all’interno del  P.D. è stata l’alleanza fra due poteri per motivi strategici e non l’incontro e la sintesi fra due culture;
  2. all’interno del P.D. non esistono più né i Popolari di Don Sturzo, né i Comunisti di Antonio Gramsci; per queste ragioni affermo che le previsioni di Togliatti non corrispondono con la realtà politica di oggi  e non siamo davanti a nessun evento storico significativo.

Oggi i partiti appaiono come strutture di potere utili solo ai propri candidati.

Tutto questo produce un altro effetto dirompente nel nostro sistema,  non esiste un pensiero di massa antagonista al pensiero liberale. Credo che  non abbiamo idea di quanto pagheremo questo percorso a senso unico che abbiamo imboccato: la scomparsa della classe media, le privatizzazioni, lo strapotere del regime americano e la guerra come nuovo ordine mondiale, i diritti dei lavoratori ridotti all’osso, sono solo l’inizio dello sfacelo, segni di una sconvolgente  rivoluzione globale che sta cambiando il mondo.

Bauman, uno dei filosofi più significativi dei nostri tempi, ha asserito che l’individuo moderno ha rinunciato ai valori rivoluzionari del secolo scorso: “Libertà, Uguaglianza e Fratellanza” sostituendoli con “Sicurezza, Pari Opportunità e Rete Internet”.

La crisi della sinistra va di pari passo con la crisi del sistema, questo non vuol dire che le due realtà sono collegate, ma è evidente come la Sinistra, intesa come corrente politica e culturale, abbia rappresentato la prima vittima del nuovo processo sociale, di quello che è il pensiero unico dominante. Una nuova cultura infatti ha invaso il mondo occidentale, cultura dettata dall’enorme rivoluzione conservatrice che sta segnando il nostro tempo.

Molte sono oggi le voci che parlano di crisi politica, se questa affermazione la si legge dal punto di vista istituzionale è in buona parte vera, ma se la si legge dal punto di vista ideologico invece la crisi riguarda prevalentemente la Sinistra.

La fine della Sinistra non va letta solo dal punto di vista istituzionale ma, soprattutto, dal punto di vista culturale; la cultura di sinistra è stata sradicata totalmente dalla società. Questo non vale solo per l’Italia, poiché anche in Francia, così come in altri paesi europei, la Sinistra sta vivendo la propria fine.

In Italia, in particolare nell’ultimo periodo, abbiamo conosciuto tre diverse sinistre: la cosiddetta sinistra ufficiale, cioè i partiti di maggioranza, la Margherita e i D.S. oggi uniti nel P.D.; la sinistra alternativa, composta dai partiti di minoranza come Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi; infine,  tutto un complesso mondo di movimenti extraparlamentari e partiti radicali  che si rifanno al marxismo classico o al pensiero anarchico.

La sinistra ufficiale ha snaturato la propria origine abbracciando sempre più il pensiero liberale moderno, abolendo dal proprio vocabolario la parola uguaglianza e sostituendola con pari opportunità, rinunciando a qualunque cambiamento sostanziale e accettando il libero mercato come unica realtà possibile.

La sinistra d’alternativa si è frantumata sugli scogli della rivoluzione conservatrice scomparendo dalle istituzioni.

La sinistra radicale e il movimento anarchico vivono ancorati al passato, sentono il peso di un mondo che non offre più spazio alla loro politica, la paura di sparire nel nulla porta i militanti di queste realtà a fortificarsi dietro il passato, spesso a utilizzare chiavi di lettura obsolete e sventolare miti e simboli ottocenteschi, a rispolverare nomi storici poco utilizzabili ai nostri giorni ma che rappresentano tutta la loro voglia di continuare ad esistere e la paura di scomparire sotto i cingoli della modernità.

Soprattutto, sotto i colpi della rivoluzione conservatrice, è finita l’anima della sinistra, il sentire di sinistra, il legame con determinati valori sociali.

Con molte probabilità ciò è avvenuto perché i valori storici della sinistra cozzano totalmente con i valori condivisi della società odierna.

La nostra società è sempre più fredda e violenta, i rapporti umani tendono a disintegrarsi, la diffidenza e la paura sembrano i binari paralleli sui quali scorre l’intera nostra esistenza.

Non voglio asserire che la fine della sinistra abbia determinato un peggioramento della società, una tale affermazione non avrebbe senso; ciò che invece voglio sottolineare è il fatto che i valori che hanno caratterizzato la sinistra del secolo scorso, libertà, fratellanza e uguaglianza, non possono trovare spazio nella dimensione contemporanea. Oggi tutti sono nemici di tutti, il profitto e la carriera sembrano rappresentare  le basi fondamentali del successo,  il diverso viene emarginato, l’arrivismo sembra essere diventato il sale del nostro tempo, la televisione è la nuova chiesa che guida le masse verso un paradiso artificiale.

La violenza, soprattutto, sembra essere l’asse sul quale ruotano i rapporti quotidiani. La violenza nelle sue tante forme sembra essere dilagante: si pensi agli episodi di cronaca caratterizzati dal razzismo, bullismo, vandalismo, la dissacrazione continua della vita. Il tutto inoltre è stato peggiorato dalla crisi economica che ha investito l’occidente, il carico di ansia che ogni individuo sviluppa deve in qualche maniera trovare una valvola di sfogo; questa affermazione diventa ancora più vera se si considera la crisi delle istituzioni e il crollo dei valori. Oggi non ci si fida più dello Stato e l’individuo è da solo contro il mondo intero.

In questo contesto la sinistra si frantuma perdendo ogni senso d’esistere.

Occorre riflette sulle caratteristiche della società contemporanea, che si chiede che  cosa è cambiato? Perché l’individuo è sempre più solo e sempre più arido? Perché il rapporto fra gli individui e la collettività è in crisi? Solo rispondendo a queste domande è possibile comprendere in profondità la scomparsa  della sinistra moderna.

Abbiamo già visto che gli individui hanno perso fiducia nei confronti delle istituzioni; tale sfiducia senza dubbio tende a disorientare la comunità esistente.

Il disorientamento generale spesso è seguito da particolari dinamiche che rappresentano risposte inconsce alla paura quotidiana. È legittimo chiedersi: la violenza può essere causata dalla crisi istituzionale?

Soffermiamoci a riflettere sulla collettività e l’organizzazione sociale;  è opportuno domandarsi   se una crisi pubblica, economica, politica, può riflettersi anche sugli umori della gente fino a poter scatenare ondate di inconsapevole violenza.

Il filosofo britannico Thomas Hobbes asseriva che la nascita dello Stato e del potere sono il frutto inconscio dell’uomo che cerca di frenare la violenza. Hobbes ha cercato di comprendere il mistero che si cela dietro l’accettazione del tiranno da parte della massa e arriva a questo risultato: gli individui per loro natura hanno bisogno di comprendere il momento circostante e fanno questo attraverso il linguaggio simbolico, ma esiste una realtà in natura che l’uomo non può e non riesce a simboleggiare: questa realtà è la morte; l’uomo teme la morte e ancora di più teme la morte violenta. Da questa paura insuperabile nasce il tiranno, cioè l’istituzione che assorbe il diritto e il dovere di giustiziare e tutelare i propri sudditi, il potere costituito possiede il controllo  del territorio, impone la legge, domina i propri sudditi; gli individui così si sentono al sicuro, hanno barattato la loro libertà con la sicurezza, la probabilità di morire di morte violenta per mano di un proprio simile diminuisce a dismisura, ora è il tiranno che ha potere di vita e di morte.

Certamente questa teoria permette lo sviluppo di una ulteriore riflessione che si traduce in una   domanda: cosa succede se il tiranno traballa? Il tiranno in termini moderni è lo Stato, se questa realtà non risulta essere solida, se si incrinano i rapporti fra i poteri e salta l’equilibrio, se lo Stato non è più in grado di garantire la sicurezza, l’assistenza e il lavoro, cosa succede?

Se lo Stato è in crisi non funge più da forza frenante, ovvero da “katekon” come lo definiva Carl Schmitt, e la violenza degli individui può scatenarsi nuovamente.

Finché esiste il “tiranno” l’individuo trasferisce in esso la propria paura di morire di morte violenta e tale paura viene sublimata e incanalata dentro un sentimento di devozione. Il potere è sopra le parti, domina dall’alto, custodisce il bene e il male. Gli uomini non sono più liberi sotto l’ombra del tiranno, ma sono al sicuro.

Allontanandoci dalla teoria di Hobbes, passiamo ad un’altra considerazione: lo Stato, come qualunque altra forma di organizzazione sociale,  impone delle regole, segna degli spazi fisici, crea una dimensione fatta di individui e rapporti umani. Qualunque società crea dei simboli e questi devono essere interiorizzati dalla gente; interiorizzare i simboli vuole dire riuscire a codificarli, saperli leggere, sentirli propri. Quando si perde la capacità di interiorizzare e codificare i simboli la società è destinata a crollare.

Indirizzando lo sguardo sulla realtà attuale  si può scorgere facilmente una società gravemente malata, in cui tutto viene messo in discussione, tutto diventa motivo di dibattito. Analisi superficiali, distaccate dalla nostra storia, riempiono i dibattiti di ogni giorno, si prendono posizioni su argomenti e istituzioni che fino a qualche anno fa rappresentavano le nostre ancore sicure: dal Presidente della Repubblica alla Magistratura, dalla partecipazione attiva dei cittadini al rispetto delle istituzioni, dalla resistenza partigiana alla resistenza dei givoani di Salò, fino  al senso stesso dello Stato. Tutto quello che ha rappresentato la nostra cultura oggi è in discussione, i vecchi simboli si sono già sbiaditi e ancora non ne abbiamo di nuovi  da utilizzare per codificare il presente. Ci siamo smarriti al confine fra un passato ormai passato e un futuro ancora difficile da inquadrare perché tarda ad albeggiare.

Ritornando ad Hobbes il tiranno sta morendo, la paura della morte violenta non è più sublimata e ritorna con forza dentro l’individuo, così tutti diventano nemici di tutti. Se prima esisteva uno Stato che forniva sicurezza e certezza e alleviava così le nostre ansie, ora che lo Stato è in crisi, le ansie sono esplose. L’individuo è sempre più solo e sempre più lontano dalle istituzioni, lo Stato è qualcosa di distaccato che non riguarda, nel simbolismo, la vita degli individui.

Siamo ormai troppo lontani dalla cultura classica greca che si incentrava totalmente sulla polis, fenomeno che raccoglieva molte e diverse dimensioni e le intrecciava insieme dentro un unico coro: politica, società, etica e religione. La polis per i Greci rappresentava il connubio perfetto fra lo Stato e i singoli cittadini, l’individuo e lo Stato non erano considerati fini a se stessi ed elementi separati, ma l’uno aveva senso se era visto in funzione dell’altro; la polis per il singolo cittadino rappresentava la vita stessa.

Occorre dire che non sempre il cambiamento determina il crollo di una società. L’uomo è un essere dinamico destinato al continuo divenire, di conseguenza le società umane sono dinamiche. Una realtà sociale crolla a causa di un forte cambiamento quando la sua struttura è già danneggiata. Il malessere sociale non può essere ricercato solo nell’attualità, ma affonda le proprie radici in un contesto frenetico che persiste già da tempo.

L’illustre studioso di fenomeni sociali Zygmunt Bauman ha approfondito le dinamiche interne alla società moderna coniando l’aggettivo di società liquida e in questo modo cerca di spiegare la “postmodernità”. Attraverso i suoi studi e le sue analisi, Bauman sostiene che l’incertezza e il malessere moderno derivano dalla trasformazione dei protagonisti sociali che da produttori sono diventati consumatori. Nell’immaginario simbolico collettivo consumare prodotti è segno di fare parte della modernità, colui che non è nelle condizioni di consumare diventa un rifiuto umano. La società liquida è caratterizzata dalla frenesia, tutti sono obbligati ad adeguarsi alla massa per non sentirsi esclusi. L’esclusione sociale non si basa più sul sistema produttivo inteso in senso materiale ed economico, è l’acquistare beni di consumo che oggi serve per sentirsi parte integrante della modernità. Il povero ad esempio, cerca di adeguarsi agli standard, agli schemi comuni e si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri; se un individuo non riesce a possedere l’oggetto desiderato soffre non tanto per la privazione, ma per l’incapacità di essere moderno. L’uomo non ha bisogno di consumare il prodotto desiderato ma ha bisogno di desiderare un prodotto e averlo per essere parte integrante del contesto.

Il malessere aumenta in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo dove tutti rischiano di ritrovarsi ai margini non potendo più consumare e la stessa esistenza della massa viene così messa in discussione.

Hobbes, essendo nato nel 1588, non poteva analizzare il sovrano nell’era della globalizzazione, il sovrano che entra in crisi e crolla assassinato da flussi economici che non riesce più a gestire e controllare. È opportuno tuttavia rileggere in chiave moderna parte del pensiero di Hobbes per cercare di trovare risposte al degenerare della violenza che sta sotto i nostri occhi.

A prescindere dalle diverse e interessanti  teorie stilate in merito alla violenza (filosofica, biologica, mimetica, etc.), l’unica cosa certa è che oggi in Italia e in tutto l’occidente la violenza sta dilagando a macchia d’olio.

Iniziamo da un presupposto: l’individuo è il risultato di un processo sociale;  quando ci si confronta con un soggetto occorre comprendere che dietro ad esso si cela tutta la sua storia personale. Se un soggetto sperimenta su di sé violenza per un lungo periodo, con il passare del tempo riuscirà ad offrire solo violenza, la violenza diventerà il suo canale privilegiato per comunicare e imporre la propria personalità, per identificare e imporre in altre parole il proprio sé sociale.

La realtà che ci circonda è una realtà violenta e noi tutti sperimentiamo violenza sulla nostra pelle;

violento è il lavoro: i contratti atipici hanno privato i lavoratori della possibilità di pensare al futuro, i giovani soprattutto vivono nel terrore di perdere il lavoro e questa paura  stabile e permanente  scava la coscienza degli individui con tutta la propria violenza psicologica; violenti sono i ritmi di vita ai quali siamo sottoposti, le lunghe e interminabili file agli sportelli o ai semafori, l’agenda piena di impegni, le corse continue che dobbiamo fare; violente sono le tante paure che oggi fanno parte del nostro vivere quotidiano; paura del terrorismo, paura dell’inquinamento, paura delle malattie, insicurezza e ansia sembrano i binari sui quali scorre la vita moderna; violenti sono i programmi televisivi e la musica ascoltata dai giovani in discoteca; violenti sono i rapporti fra i partiti e violenti sono tornati ad essere  i rapporti fra le religioni.

La violenza oggi fa parte del nostro vivere quotidiano e questa enorme mole di violenza che assorbiamo in qualche modo dobbiamo scaricarla.

In questo scenario devastante entra in scena la nuova ondata xenofoba.

Evitiamo facili sentenze che non portano a nulla e cerchiamo invece di scoprire passo per passo  l’individuo che vive l’era contemporanea.

Immaginiamo  che l’intera società possa essere metaforizzata da un singolo individuo: chiamiamolo “l’individuo moderno”.

L’individuo moderno vive diviso fra due realtà.

La prima realtà è virtuale, la si intravede solo attraverso lo schermo del televisore, non è concreta né tangibile, ma da un punto di vista psicologico esiste, fa parte del vissuto quotidiano perché quotidianamente entra a contatto con l’individuo moderno. Questa realtà virtuale è fatta di bellezza e ricchezza, il potere economico sventolato dai Vip, le belle donne e le bellissime ville con piscina. La realtà virtuale crea i valori che l’individuo moderno acquisisce lentamente, forse senza neppure rendersene conto. Nel suo inconscio si fa lentamente spazio un angolino in cui comincia a sognare una vita diversa, simile a quella dei Vip proposti dalla televisione.

L’altra realtà invece è concreta, riguarda la vita vera, quotidiana. Ed è radicalmente opposta a quella sognata. La vita reale è fatta di precariato, paura per un futuro drammaticamente incerto, salari e stipendi troppo bassi e prezzi dei prodotti troppo alti; diventa così difficile pagare l’affitto o il mutuo, diventa un privilegio andare a cenare in una pizzeria, diventa difficile e duro vivere il quotidiano.

In questo contesto, in cui il desiderio si scontra violentemente con il concreto, il diverso diventa una valvola di sfogo dal duplice significato simbolico: il diverso è il debole, colui che può essere aggredito e sconfitto facilmente; davanti al diverso, in modo particolare davanti al povero e allo straniero, l’individuo moderno si sente forte: “così come tanto piccolo si sente  davanti ai Vip decantati in televisione altrettanto si sente forte davanti alla miseria e alla paura del diverso”. Il diverso permette all’individuo moderno di rivalutarsi, sentirsi forte, soddisfacendo  così in minima parte il desiderio indotto che porta dentro.

Ma c’è ancora un altro aspetto da chiarire: il diverso, lo straniero, con il loro  carico di miseria, rappresentano l’antitesi dei nostri miti, cioè noi sogniamo la villa con piscina mentre il diverso vive nei campi nomadi, noi desideriamo abiti  firmati mentre il diverso si veste con  stracci. Potrei continuare all’infinito ma quello che voglio sottolineare è l’impatto che questo fenomeno (dell’esatto contrario) ha nella psicologia dell’individuo moderno.

L’individuo moderno sa bene di trovarsi in una posizione socio economica che lo fa assomigliare più al diverso che non ai Vip proposti dalla televisione, la sua situazione precaria e insicura non è una buona garanzia per il futuro, è più facile che si ritrovi un giorno nelle stesse condizioni d’un immigrato clandestino che non in quelle  di un “Briatore”.

Da questo punto di vista il diverso funge da specchio, da grillo parlante, riporta alla triste realtà;  per questo l’individuo moderno sente il bisogno di cacciarlo via: disprezzando il diverso, l’individuo moderno  disprezza quello che lui stesso potrebbe un giorno diventare.

Così mentre i potenti continuano a condurre il mondo verso la catastrofe e ci spogliano d’ogni diritto, noi perdiamo il nostro tempo impegnati in una guerra fra poveri che non porterà a nulla.

In questo contesto possiamo comprendere il perché la sinistra non abbia più spazio.

Il movimento operaio non esiste più così come non esistono le strutture che rappresentavano gli operai dentro le istituzioni; fino a dieci anni fa era impensabile che uno operaio salisse su un tetto per salvaguardare i propri diritti, oggi, nella solitudine in cui i lavoratori si trovano, questi gesti estremi sono l’unico modo per attirare l’attenzione sui problemi; d’altronde, non esiste una forza politica che rappresenti i lavoratori  dentro il parlamento, non esiste una forza sindacale organizzata capace di rispondere ai nuovi problemi dettati dal precariato, di conseguenza non esistono più orizzonti da inseguire.

“Berlusconi ha rappresentato in Italia il carro trainante dell’intera politica, è stato l’uomo che ha permesso alle destre di rimanere unite ed è stato lui l’uomo che ha permesso alla sinistra di esistere”. Il Presidente Berlusconi, infatti, è funzionale ad una Sinistra che non ha più punti di riferimento, non ha categorie sociali da rappresentare in modo chiaro e forte, non ha miti, né utopie da realizzare. La sinistra è unita per combattere Berlusconi, questo è il suo unico scopo in Italia. Con una precisazione: la sinistra combatte il personaggio Berlusconi, non combatte la politica di Berlusconi, anzi la storia ci insegna che spesso la politica del centrodestra e la politica del centrosinistra sono state un continuo temporale: il pacchetto Treu e la legge 30 ad esempio; le missioni di pace della destra e le missioni di pace della sinistra; le privatizzazioni della destra e le privatizzazioni della sinistra. Nemmeno la sinistra cerca di combattere il berlusconismo, cioè la tendenza ad utilizzare la politica come un prodotto da vendere e considerare gli elettori al pari dei consumatori: la smania, ad esempio, di presentare personaggi dello spettacolo alle elezioni è di entrambi gli schieramenti, voglio ricordare che qui in Sicilia c’era stata la proposta da parte dell’Ulivo di presentare come presidente della Regione Pippo Baudo, poi lo stesso ha rifiutato l’offerta.

Se oggi all’improvviso il Presidente Berlusconi decidesse di abbandonare la scena politica, la sinistra subirebbe un danno enorme: innanzitutto,  non è detto che l’alleanza fra ex margherita ed ex D.S. reggerebbe ancora, in quanto questa sinistra non possiede ancora alcuna struttura ideologico – culturale  che permetterebbe alla stessa di governare e incidere sul tessuto sociale nazionale.

Poi, un’ ipotetico nuovo governo di sinistra dovrebbe non solo avere la capacità di governare per tutto un mandato ma, soprattutto, dovrebbe rispondere in maniera seria e decisa ai problemi dei precari, degli studenti, degli immigrati, delle minoranze etniche e delle minoranze culturali, rispondere a questi problemi attraverso una politica sociale innovativa e ad una rivoluzione culturale da imporre per fronteggiare il pensiero unico dominante. Se il nuovo ipotetico governo di sinistra non riuscisse a vincere queste battaglie, questo sancirebbe sicuramente la fine di un’epoca e di un pensiero politico. La fine della sinistra non determinerebbe un danno solo ad una parte politica ma a tutta la struttura democratica, una democrazia infatti per essere tale deve reggere almeno su due forze contrapposte. Io credo che la sinistra non sia ancora nelle condizioni di governare il paese,  probabilmente una forzatura in tal senso sarebbe controproducente: né la sinistra sarebbe pronta a reggere la sfida, né gli individui sarebbero pronti a cambiare stile di vita e partecipare al cambiamento.

Fabio Conti

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11 risposte a RENZISMO E BERLUSCONISMO. PER LA SINISTRA ITALIANA FINE DELLA CORSA

  1. Anonimo ha detto:

    La massoneria mondialista è sempre più potente, a tal punto da renderci partecipi di alcuni aspetti dei loro piani!

  2. Anonimo ha detto:

    CE la faranno i nostri eroi?

  3. Anonimo ha detto:

    Non ci credo, ma almeno non ci possono togliere la possibilità di sognare.

  4. Alter ha detto:

    Dc e Pci: le due Chiese che hanno cogovernato questa repubblichetta del menga, fin dai suoi primi animaleschi vagiti.

    La Chiesa bianca della Dc, finanziata dai Dollari yankees.
    La Chiesa rossa del Pci, finanziata dai Dollari sovietici; ripeto Dollari, non rubli.
    Ogni ipotetica diversità, nella realtà non fu’ mai.
    Insieme, anche nei momenti piu’ confusi e caotici, gestirono gli equilibri, le spinte, le rivolte della società italiana, affinche’ Nulla realmente cambiasse.

    Dc e Pci cogovernarono ogni aspetto della vita politica, sociale, culturale ed economica nazionale; a ben bilanciare e difendere gli equilibri e gli interessi di Yalta ed i propri; strettamente collegati con essa.

    La Fiat degli Agnelli, (dei feroci capitalisti familisti con le mani nelle Casse Statali) fece affari anche con Mosca, ed il Pci ne ebbe le sue belle soddisfazioni economiche.
    Tra Dc ePci, vi fu’ sempre totale permeabilità di Interessi, spartizione di ricchezze nazionali, controllo dei gangli vitali, nel segno di un progressivo, ma sempre piu’ pesante soffocamento partitocratico nei confronti della Nazione.

    Poi crolla il Muro, l’Urss, il Patto di Varsavia, Yalta; il Comunismo stesso.
    Crollano le fondamenta stesse della Dottrina Comunista, sconfitta dallo sviluppo delle economie occidentali e dalla congenità fragilità dell’Utopia marxista.

    Ed inizia la Grande Migrazione degli Sfrattati di Botteghe Oscure, verso l’unico Padrone, l’unico Protettore rimasto; gli Usa.

    Ed i determinatissimi marxisti leninisti di un tempo, si riscoprono “Democratici”, ed iniziano a scimmiottare i riti statunitensi: Primarie, slogan; persino il modo di vestire, segnano la completa identificazione mediatica degli ex rivoluzionari alla puttanesca, con i Leader democratici statunitensi.

    Quel che Carter, Clinton (i coniugi Clinton), Al Gore ed Obama dicono, diventa la Bibbia cui si appiattiscono gli ex Rossi: i dalema, i fassini, i veltroni, e dopo di loro i “Margheriti” confluiti; i letta, i bindi, i marini, i rutelli etc. etc. etc.

    E siamo a renzi, alla fotocopia ringiovanita del cavaliere rimbecillito, politicamente oramai defunto.
    Siamo al renzismo: al “Nuovocheavanza” all’ennesima versione partitocratica, del “Vecchiocherimane”.
    Siamo al renzismo: all’ennesimo demagogico trucchetto dell’inquilino del Quirinale.
    All’ennesimo fetido brodino riscaldato, che prolungherà ancora per un po’ gli effetti nocivi del solito vecchio, confusionario, velleitario, corruttivo modo di essere, di pensare, di agire della Partitocrazia peninsulare.
    Quella Partitocrazia Mafiosa, che attraverso le “Istituzioni” della venefica repubblichetta nata dalla partigianeria, opprime la Nazione Italia.

  5. luiginox ha detto:

    purtroppo è così,come descritta,la situazione della nostra patria.siamo avviati a concretizzare ed attuare un sistema politico/sociale che sarà un mixage tra quelli descritti nei romanzi di fantascienza “1984” di orwell e”brave new world” di huxley. non vorrei citarlo ma lenin scrisse “che fare?problemi scottanti del ns movimento”,e noi che si fa?

  6. Alter ha detto:

    Noi, giorno dopo giorno, come piccole api operose, recuperiamo, sviluppiamo, consolidiamo e liberiamo Il Pensiero Identitario Italiano.
    NOI facciamo riemergere Il Pensiero Identitario Italiano, dal fango dell’ultimo settantennio.

    In attesa che da Pensiero di pochi Uomini Liberi, ridiventi consapevolezza della Moltitudine.
    Come già realizzato dal Fascismo e dal Nazionalsocialismo.

    NOI sviluppiamo Il Pensiero Forte, assoluto; implacabilmente Identitario.
    Come già realizzato dal Fascismo e dal Nazionalsocialismo.

    Come fece prima di loro il Sionismo.
    Perchè una delle principali concause dell’attuale decadenza, và studiata attentamente, ed i suoi lati potenti svelati, analizzati, sfruttati a favore.

  7. Onore ha detto:

    Oggi un minuto di silenzio in ricordo dell’eccidio della scuola di Gorla.

  8. Alter ha detto:

    Furono 60.000.
    Furono 60.000 i Civili; bambini, donne e uomini, gli Italiani massacrati dai terroristi angloamericani.

    Un Minuto di Silenzio per TUTTI loro.
    TUTTI dimenticati dalle “Istituzioni” dalla repubblichetta vampira, cresciuta sul sangue delle Vittime di quei bombardamenti genocidi.

    Bombardamenti indiscriminati, in taluni casi persino suggeriti da “Grandi Politici” itaglioti; come dimostrato dalla coraggiosa, ma ovviamente vana, denuncia di Guareschi.

    Ed un Minuto di Silenzio per gli Uomini e le Donne che, in armi, si opposero alle mille incursioni genocide alleate sui cieli d’Italia:
    I Piloti di ANR; l’Aviazione dell’Onore.
    1° e 2° Gruppo Caccia
    Gli Artiglieri di Ar.Co.
    Le Ausilarie della Guida Caccia.

    I piloti dell’Aviazione dell’Onore, i piu’ fortunati tra loro, ebbero la fortuna di morire in combattimento.
    I piu’ sfortunati: come Visconti, Stefanini ed altri, la sfortuna di venire colpiti a tradimento dal piombo di comuni banditi, trasformatisi poi in “Onorevoli” della malsana repubblichetta collaborazionista.

  9. wids72 ha detto:

    Un ricordo struggente in silenzioso rispetto ai bimbi di Gorla di fronte alla continua infamia di questi tempi degeneri….!!!!!

  10. STELVIO DAL PIAZ ha detto:

    Ma che ce ne frega a NOI della fine della sinistra ? Destra e sinistra lavorano a specchio da sempre su ordine della plutocrazia internazionale. Qualcuno deve capire che NOI siamo altro !

  11. Anonimo ha detto:

    Il re è nudo, ma il popolo è bue e loro questo lo sanno da sempre.

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