SOVRANITA’, PATRIA, INDIPENDENZA. IL PUNTO DI VISTA SOCIALISTA NAZIONALE

Non so quanti di voi si saranno chiesti cosa c’entra e se c’entra il contenuto del filmato che abbiamo appena visto con l’argomento che siamo chiamati ad approfondire in questa giornata. Probabilmente, almeno un briciolo di perplessità vi sarà sorta; perplessità che legittimamente vi concedo, ma che credo di poter fugare abbastanza rapidamente. Sono fermamente convinto che se si vogliono condensare i termini Socialismo, Patria e Indipendenza in un unico esempio istituzionale concretamente realizzatosi in questi ultimi decenni di sfacciato e prepotente turboliberismo non si può non fare riferimento alla Rivoluzione Bolivariana del Venezuela di Hugo Chavez. Del resto, in Italia e nella vecchia Europa, dove nel supermercato della politica nascono come funghi i movimenti sovranisti, a chi potremmo guardare? A Renzi, Grillo, Meloni, Salvini, Tsipras, Merkel, Hollande? Il paragone sarebbe un’offesa alla memoria e all’opera del compianto Hugo Chavez.

Sono partito dall’esempio di una nazione lontana da noi perchè bisogna riconoscere che quel paese e quel capo carismatico hanno rappresentato ciò che in altri tempi, in Europa, talune rivoluzioni nazionali riuscirono ad essere in qualità di argini all’espansione del capitalismo finanziario transnazionale, anche allora, come oggi, controllato dai medesimi signori del denaro (CHE SONO SEMPRE GLI STESSI!). Facciamo mente locale e guardiamo indietro: dal secondo dopo guerra ad oggi, chi in un occidente che ipocritamente continua ad ergersi a paladino dei diritti dell’uomo, ha veramente difeso i popoli e le nazioni sovrane dall’attacco del turbocapitalismo economico e finanziario o dai diktat imposti da organismi sovranazionali che rispondono solo a chi li gestisce? Praticamente nessuno! Se invece guardiamo in giro per il terzo ed il quarto mondo, di esempi ne troviamo quanti ne vogliamo: l’Egitto di Nasser, l’Argentina di Peron, il Vietnam di Ho Chi Min, l’India di Gandhi, la Cuba di Castro. E potrei continuare arrivando a tempi più vicini a noi con la Libia della Grande Giamahiria, l’esempio di Thomas Sankara, la rivoluzione dei Pasdaran in Iran e, appunto, la Rivoluzione Bolivariana di Hugo Chavez. Vedete dunque, dall’Africa, all’Asia, all’America ci sono stati movimenti che realmente hanno coniugato ed istituzionalizzato i principi cui ci richiamiamo oggi in questo nostro incontro. E nel farlo o hanno migliorato sensibilmente le condizioni di vita di quei popoli che hanno avuto il coraggio di farsene portatori o, comunque, hanno permesso a quelle nazioni di svincolarsi dalle logiche del neo imperialismo finanziario che – vorrei sempre ricordarlo – corre lungo la direttrice che va dalla City a Wall Street. Per talune nazioni è stata un’esperienza durevole ma di grande difficoltà, come ad esempio a Cuba, che per decenni ha sopportato un embargo economico ed un isolamento senza pari. Per altre la situazione è stata migliore per lungo tempo ma si è risolta con una tragedia epocale, come in Libia, dove la nazione più ricca e progredita d’Africa è stata ridotta in pochi mesi ad un covo di prezzolati delinquenti e capibanda. Altre ancora, come il Venezuela o l’Iran, cercano di resistere in tutti i modi e di ritagliarsi legittimamente un ruolo nel consesso internazionale, pur essendo praticamente accerchiate, sotto embargo economico e continuamente minacciate militarmente.

Ma torniamo al Venezuela. Perchè uno stato straniero come il Venezuela di Hugo Chavez è secondo me la chiave di lettura migliore per approcciare l’edificazione di un sistema istituzionale che coniughi socialismo, patria ed indipendenza nell’edificazione di uno Stato Nazionale del Lavoro? Lo è per svariate ragioni che passo ad analizzare. Innanzi tutto il socialismo di Chavez non ha niente a che fare con le fumisterie del socialismo scientifico marxista e con la teoria della lotta di classe che anticipa la dittatura del proletariato, su cui la storia ha steso un pesante e defintivo velo. Niente di tutto ciò: il socialismo di Chavez è una forma di socialismo che potremmo benissimo declinare come solidarismo comunitaristico, grazie al quale si creano, con mezzi e modalità previsti dallo Stato, opportunità di lavoro e di crescita economica in un tessuto sociale fortemente svantaggiato. Cosa che non potrebbe avvenire se si lasciasse fare alla libera mano del mercato per la ben nota rapacità ed ingordigia dell’essere umano. E che dire di quella rivoluzione politica ed economica di cui Chavez è stato interprete che ha portato il Venezuela a nazionalizzare l’intero suo comparto energetico? Un atto potente e coraggioso di indipendenza dai vincoli posti dalla pervasiva presenza delle principali multinazionali energetiche mondiali, che più di una volta hanno convinto i rispettivi governi di riferimento a muovere guerre contro perfidi dittatori di stati canaglia. La caparbietà con cui Chavez riuscì a vincere quella battaglia di indipendenza, esperienza costata ben cara ad altri suoi colleghi e ad altre nazioni, non solo andrebbe scritta nei libri di storia e fatta studiare alle nuove generazioni, ma ha sancito un principio sacro secondo cui le ricchezze naturali di una nazione devono essere controllate dallo stato in quanto risorse strategiche utili e necessarie al benessere ed alla crescita interna dell’intera comunità nazionale. Solo in questo modo si innesca quel meccanismo virtuoso che consente ad una comunità nazionale di essere veramente indipendente da ricatti e condizionamenti altrui. Veniamo ora all’idea di patria. Per la verità il concetto di patria, tanto nobile quanto ormai desueto, è stato affossato da decenni di internazionalismo, sia comunista che liberalcapitalista. Per il primo non dovevano esistere le patrie perchè esisteva solo la fede nelle magnifiche sorti progressive, per il secondo le patrie erano – e restano – ostacoli che si frappongono alla ricetta perfetta del libero mercato e dei suoi profeti. Ebbene, la rivoluzione bolivariana di Chavez è riuscita a scardinare anche quest’ultimo pernicioso virus o, per lo meno, è riuscita a contenerne gli infausti effetti, ricostruendo il senso di un’appartenenza che sembrava disgregata da anni di egoismo individualistico. Se poi guardiamo con maggior attenzione all’esempio di Chavez, gran parte del Sud America ha beneficiato della sua visione proprio nell’ottica più ampia della rinascita di una patria latino-americana. A parte Cuba, nel segno di Chavez si sono susseguite in Sud America tutta una serie di risorgenze patriottiche e nazionali che nell’ultimo ventennio hanno portato al potere politici come Morales, Ortega, la Kirchner, Correa e alla nascita di quell’area di libero scambio e mutua cooperazione tra stati del sudamerica (ALBA) in contrapposizione all’ALCA controllata dagli Stati Uniti.

Non voglio per forza di cose porre su un piedistallo una figura e magari sentirmi dire che, in fondo, siamo sempre quelli che amano l’uomo forte al comando. Non è esattamente così. Certo è che se non vi fosse un uomo forte al vertice di una nazione e che se la forza di quest’uomo non venisse direttamente dal suo essere espressione delle carni vive del popolo che lo ha voluto come guida, allora non potrebbero mai nascere esperienze come il Venezuela di Chavez. Questo semplicemente perchè ci vuole coraggio e fede a percorrere certe strade; bisogna sposare principi che oggi hanno troppi detrattori; si deve avere la forza e la risolutezza di individuare i nemici e denunciarne gli intrighi; si può correre il rischio di rimanere isolati e di divenire il bersaglio di un meccanismo dalla potenza inaudita; si rischia di diventare dei Rasputin fautori di idee feticcio come socialismo o sovranità, che incutono paure subliminali perchè media ben oliati li ricollegano ad arte a periodi della storia su cui si deve ancora gettare tanto fango. Insomma, detto senza mezzi termini, non è facile essere al vertice di nazioni che chiedono maggiore rispetto ed un ordine internazionale fondato su principi di parità. Per chi da sempre è avvezzo a chinare il capo è più facile andare con il cappello in mano dai soliti noti e ascoltare cosa hanno da dire e quali progetti hanno in serbo per la colonia di turno, piuttosto che mettere a repentaglio la propria carriera politica o qualcosa di ancora più caro ed ergersi ad ostacolo di una volontà extranazionale che muove le pedine come al gioco degli scacchi. Ci si acconcia ad essere pedine e a lucrarne i benefici individuali che se ne possono trarre: questo è ciò che fanno da decenni le classi politiche del nostro paese e dell’ Europa. L’ultimo lampante e disarmante esempio ce lo ha dato il capo del governo italiano Gentiloni che, facendo visita al neo eletto presidente USA Trump, ha annuito molto, sorriso fin troppo e accettato di pagare ancora di più per la NATO, ovvero per un organismo storicamente superato che funge solo ed esclusivamente da potente strumento di pressione per la nazione che lo ha inventato e che da sempre lo gestisce.

In un convegno sulla sovranità nazionale che tenemmo alcuni anni fa a Firenze ricordo di aver analizzato taluni degli aspetti che relegano l’Italia in una condizione di limitata sovranità, se non di vera e propria sudditanza e tra i tanti ricordai quello ben noto della presenza delle 113 basi militari USA-NATO sul territorio nazionale, soffermandomi solo parzialmente sul ruolo, tanto nocivo quanto sempre più pervasivo, di taluni organismi sovranazionali, meno noti ai più, ma altrettanto deleteri. Oggi vorrei soffermarmi su uno in particolare di questi, che molto spesso viene poco consdeiderato ma che in realtà, secondo il mio modesto pusto di vista, rappresenta uno strumento subdolo di distruzione delle identità e delle sovranità. Mi riferisco all’Organizzazione Mondiale per il Commercio, il WTO, di cui è direttore generale il brasiliano Roberto Azevedo e di cui fu direttore generale anche l’italiano Roberto Ruggiero. Il WTO è un organismo che per funzionare richiede e pretende cessioni di sovranità da parte degli stati che vi aderiscono in un ottica di miglioramento delle transazioni commerciali di beni e servizi su scala mondiale. Un po’ come l’ONU che istituzionalmente fa la stessa cosa nell’ottica del mantenimento della pace e della distensione. Nulla di più inverosimile! Se si entra sul sito ufficiale del WTO troviamo una scheda dal titolo il WTO in breve: in essa è scritto quanto segue: << Il risultato è la sicurezza. Il risultato è anche un mondo più prospero, pacifico ed economicamente responsabile>>. Queste parole appaiono dei veri e propri slogan commerciali, visto che la prosperità di cui parla il WTO si scontra con una realtà ben diversa, quella dell’ impoverimento progressivo di molte aree del pianeta che vedono da alcuni anni diminuire il loro già compromesso livello di sopravvivenza. Peraltro a smentire il WTO è proprio un altro organismo internazionale, la FAO. Vogliamo poi parlare di pace? Qualcuno tempo fa fece un conto e venne fuori che dalla caduta del muro di Berlino ci sono state e ci sono più guerre, anche in seno all’Europa, di quante ve ne siano state nel secolo precedente. E la stragrande maggioranza di questi conflitti sono patrocinati direttamente o indirettamente dalle nazioni più potenti del pianeta.

Veniamo ora all’idea secondo cui il WTO garantirebbe un mondo economicamente più responsabile. Intanto una simile affermazione, sbandierata proprio sul sito ufficiale dell’organismo, è una vera e propria boutade e i primi a saperlo sono gli stessi che l’hanno scritta. Il WTO comincia infatti ad assumere connotati ben precisi verso la fine degli anni ’90 quando, sull’onda dello sfacelo istituzionale dell’ex blocco sovietico e con l’apertura ai mercati della Cina e della stessa Russia, il pianeta viene colpito da una febbre liberista che sembrava promettere una crescita infinita a costi irrisori. La corsa per fare affari qua e la’ per il mondo sembrava la ricetta giusta per tutti i settori, con prospettive estremamente rosee visto che i vincoli ideologici erano ormai saltati ovunque. Tutto ciò è così vero che già allora tra noi parlavamo di magnifiche sorti progressive, questa volta in salsa capitalistica. Come siano andate e come stiano andando le cose, per la verità, lo abbiamo visto e lo tocchiamo con mano anche oggi. Ma, ciò nonostante, il WTO, che di quella febbre turboliberista è stato il promotore più indefesso, continua ancor oggi a pressare sull’acceleratore per spingere i governi nazionali ad uniformarsi ai suoi principi o, meglio, ad un suo principio fondamentale: quello secondo cui non devono esistere vincoli di nessun genere alla libera circolazione di qualsiasi tipo di merce e servizi. Questa, di fatto, è la filosofia del WTO: a tutto pensa la mano invisibile del mercato e gli interventi esterni che ne possano correggere o deviare il libero corso sono dannosi per tutti, in primis per i consumatori finali. Si deve dunque dedurre che per i tecnocrati del WTO un mondo economicamente più equo e responsabile può solo emergere dalla fine di ogni forma di protezionismo e dal disinteresse (dicasi non intervento) degli stati sovrani nei confronti delle dinamiche macroeconomiche. La sola parola nazionalizzazione (vedasi caso Alitalia) è un tabù che nessuno può permettersi di pronunciare.

Sappiamo bene che la realtà è tutt’altra cosa e non c’è bisogno di lectio magistralis per capirlo. Chi non si è reso conto che il prezzo da pagare per avere ortaggi e frutta a qualche centesimo in meno sulla tavola è costato a paesi come l’Italia la crisi infinita di un intero comparto, quello agroalimentare, che era al vertice qualitativo mondiale e dava sostegno a migliaia di aziende? Ed è legittimo chiedersi se è una economia responsabile quella che in pieno inverno europeo permette alle ciliege del Cile di fare migliaia di km. e giungere qui da noi a prezzi da paura? Quanto ha inquinato quel chilo di ciliege immangiabili prima di arrivare sul nostro piatto? Dove sta l’economia responsabile?

Più o meno lo stesso discorso vale per molti altri prodotti: ultimo è stato il caso dell’olio tunisino che ha invaso il mercato europeo a scapito di quello italiano in cambio di un miglior atteggiamento della Tunisia verso i nostri pescatori siciliani.

Fortuna ha voluto che, al momento, si sia bloccato il famigerato TTIP. Se mai quel trattato dovesse andare a buon fine avremo la standardizzazione delle produzioni di massa destinate al grande consumo con risvolti inimmaginabili anche per la salute e la qualità della vita. Basti pensare che le carni di animali allevati con il metodo della crescita forzata, dunque con gli ormoni della crescita, per ora vietati in Europa ma legali negli USA e in Canada, diventeranno un prodotto sul quale non si potrà più fare alcuna battaglia protezionistica in nome del principio di precauzione. Su tutti questi aspetti il ruolo del WTO è pregnante e pervasivo, ragion per cui l’organismo in questione è di estrema pericolosità per le specificità produttive regionali che sono sinonimo di maggior qualità e di filiera corta. Ecco dunque che un aspetto importante nel prossimo futuro sarà anche l’indipendenza alimentare di intere nazioni, che non potrà però essere barattata con l’accettazione supina di schemi produttivi e commerciali iperliberisti, soprattutto se questi dovessero mettere a serio rischio la sicurezza alimentare con metodologie produttive poco salubri. E’ questo un argomento che sta particolarmente a cuore a noi socialisti nazionali poichè riteniamo che, se svincolati dai lacci e dalle pastoie degli obblighi comunitari e del libero commercio del WTO, l’Italia potrebbe tornare ad avere un ruolo importantissimo ed economicamente interessante nel settore dell’agroalimentare, con ricadute occupazionali e di PIL di tutto riguardo.

Ho cercato di dare degli spunti sui quali riflettere, spunti che sono ormai da anni nostro patrimonio ideale di riferimento e sui quali abbiamo scritto fiumi di inchiostro. Del resto, chi ci segue sa benissimo dove, per noi socialisti nazionali, sta il virus che avvelena il pianeta e chi è che lo inocula. Inutile nascondere che davanti a noi c’è un orizzonte a tinte fosche e la piega che stanno prendendo le vicende internazionali confermano questa valutazione. Come avrete potuto constatare non ho praticamente parlato di Italia e di Europa: mi pare perfettamente inutile poichè possiamo considerare queste due entità come non pervenute, figure inesistenti ed incapaci di un moto d’orgoglio che ci possa permettere di tornare ad essere qualcosa di più di una sigla per le agenzie di rating. C’è la possibilità di vedere l’alba di un nuovo giorno, di sperare in una risorgenza delle genti europee? Francamente non lo so, ma ho fondati dubbi che sia a breve scadenza. Anche perchè questa rivoluzione epocale dovrebbe passare attraverso la nascita dello Stato Nazionale del Lavoro, la nazionalizzazione della Banca Centrale, la nazionalizzazione delle aziende strategiche, il controllo dello Stato sull’emissione della moneta, la revisione completa dello status e della natura delle banche private, l’uscita dalla UE e dalla NATO.

Sono due le opzioni possibili: l’Eresia politica di un nuovo movimento di Popolo che si prende sulle spalle la missione di tornare a sfidare il mondo intero, oppure l’Armageddon, la fine dei tempi, l’impietosa natura livellatrice che riporta tutti all’età della pietra.

L’unica cosa che noi possiamo fare e che vogliamo continuare a fare è quella di proseguire nella messa a dimora dei semi dell’Eresia politica ed ideale che si incarna nel nostro progetto. Con poche speranze nel breve periodo – certo – ma con la consapevolezza che questa è la buona battaglia, la giusta battaglia di chi è chiamato a rimanere in piedi sopra le rovine.

Fernando Volpi, 29 Aprile 2017

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2 risposte a SOVRANITA’, PATRIA, INDIPENDENZA. IL PUNTO DI VISTA SOCIALISTA NAZIONALE

  1. Alter ha detto:

    Eccoci quà; siamo all’inizio della tragicommedia multirazziale già in scena in Inghilterra, Francia, Olanda, Belgio e Germania.
    Alla faccia delle animelle belle che affermavano che “da noi” certe cose non potevano accadere.

    I figli di migranti in Italia, fanno i “guerrieri di Allah”, esattamente come quelli nati in Francia o Belgio.

    Ismaele “Due Coltelli” faceva sul serio.
    I tre militari della Repubblica delle Banane sono vivi per miracolo, specie quello ferito dalla rasoiata al collo; un centimetro in piu’ e finiva scannato, come visto fare migliaia di volte dai fanatici dell’Isis in Siria, Libia e Iraq.

    Domani i populisti glo-ballisti immigrazionisti si riuniranno a Milano per suonare il solito disco rotto accoglientista; buona passeggiata ai demagoghi kalergisti.

    “Alla richiesta da parte degli operatori di esibire un documento di identificazione, il ragazzo, che al momento del controllo aveva le mani nelle tasche della felpa, con mossa fulminea estraeva due coltelli e cominciava a sferrare fendenti nei confronti degli operanti colpendo l’agente della Polizia di Stato al braccio destro, all’altezza del bicipite, per poi sferrare ulteriori due coltellate nei confronti dei due militari – è scritto in una nota -. Uno di loro, militare semplice di anni 21, veniva accoltellato al collo, all’avambraccio destro e ad entrambi i fianchi, mentre il caporale maggiore scelto di anni 34 veniva ferito all’altezza della spalla destra. Gli operanti, con non poca difficoltà a causa delle ferite riportate e della violenza dell’aggressore, riuscivano ad immobilizzarlo e a consegnarlo a un’altra pattuglia della Polfer, intervenuta prontamente in ausilio, che provvedeva a condurlo presso i propri uffici in Stazione e a trarlo in arresto per tentato omicidio”.
    (Ansa)

  2. Giovanni ha detto:

    Hugo Chavez era assieme a Castro ed Evo Morales il sole della terra del Sudamerica contro l’oppressione yankee. Oggi Chavez non c’è più e gli sciacalli pagati dagli USA stanno destabilizzando il paese con la complicità del Compagno Ciccio Bergoglio. Con la differenza che il popolo venezuelano combatte questa oppressione e questi prezzolati scendendo in piazza noi invece accettiamo tutto pedissequamente.

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