La fluidità come presupposto del nuovo Multipolarismo

L’abbiamo scritto varie volte che lo scenario politico internazionale da un po’ di tempo appariva piuttosto liquido e che non sarebbe cambiato nel breve giro di poco tempo. Le ultime fibrillazioni, sulle quali focalizzeremo la nostra attenzione, paiono darci ragione nel ritenere che non solo è ormai un vecchio sogno la stabilità del terrore della guerra fredda, ma che sarà sempre più un ricordo degli anni ’90 anche l’unipolarismo che ha permesso a Washington di fare il bello e brutto tempo per più di due decenni. Per scenario liquido intendiamo l’emergere di tutta una serie di situazioni di politica internazionale che, ormai da un po’ di tempo, stanno generando una condizione di perdita di riferimenti orientativi che erano stati fino a poco tempo fa una sorta di bussola per gli analisti.

Uno di questi fattori è stata ed è la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca: inutile dire che il magnate che ha sconfitto la Clinton ha sparigliato abbastanza bene le carte e continuerà a farlo ancora. Ora, non si sa bene se e quanto egli giochi al tavolo verde, ma è certo che ha un’attitudine marcata a tentare di scompaginare il banco e, siccome il suo peso sulle questioni internazionali è di quelli che contano molto, va da se’ che di turbolenza ne sta creando non poca.

Innanzi tutto va stigmatizzata la sua insistenza nel giocare al rialzo con i partner europei la posta per la NATO ed è di queste ore la sua aperta diatriba con Angela Merkel per la faccenda del contributo degli alleati europei all’alleanza nordatlantica. La pretesa che gli alleati/soci di minoranza paghino l’equivalente del 4% del loro pil in termini di armamenti e tecnologia militare in luogo di quel 2% che già appare ai più ben sostanzioso, viene probabilmente interpretata (e di fatto lo è!) come una tecnica per aumentare le entrate dei colossi dell’industria militare a stelle e strisce, ai quali Trump è indissolubilmente legato, a scapito delle economie gravitanti in ambito UE.

A parte l’Italia, solitamente USA addicted in ogni sua espressione politica governativa, e a parte il cane da guardia anglosassone, la richiesta di Trump non avrà molte orecchie pronte ad ascoltare, ma la minaccia di rivedere globalmente lo strumento strategico militare della NATO non si è fatta attendere e dallo studio ovale è partito il primo avvertimento: gli USA inizieranno a prendere in considerazione la fuoriuscita dalla NATO o una forte limitazione del loro impegno all’interno dell’alleanza se gli europei non pagheranno di più. Quanto ciò sia frutto di una istrionica volontà di provocare la reazione altrui o quanto tutto questo rappresenti il normale decorso della politica estera statunitense imperniata sull’idea del “first America” è cosa non facile da comprendere e proprio tale difficoltà contribuisce ad avvalorare le nostre tesi sulla liquidità degli scenari futuri. Le mosse di Trump, essendo sempre poco prevedibili, possono tranquillamente far propendere un giorno per l’idea del “first America” ed il giorno dopo per l’ “America the first”, sebbene l’impronta della politica di potenza wasp sia sempre quella che lascia una traccia ben marcata.

Ma a rendere gli scenari attuali e futuri privi di punti di orientamento certi concorrono anche altri fattori. Uno su tutti, ovviamente, è stata la rottura dell’accerchiamento strategico da parte della Russia, con il felice e riuscito intervento in Siria a supporto di Assad. Ciò ha permesso a Putin di diventare senza alcun dubbio l’uomo più forte dell’intero panorama politico internazionale, dove per forte intendiamo quello con il maggior consenso all’interno del proprio paese. Lo spessore politico che Putin si è conquistato con la crisi siriana ha dimostrato a tutti quanto egli racchiuda in sè le migliori doti del buon principe machiavellico; quanto egli sappia dosare con lucidità e capacità il pragmatismo della politica diplomatica ed il peso della soluzione militare. Di certo Putin in questi ultimi mesi ha ottenuto un successo dietro l’altro: l’economia russa cammina nonostante le sanzioni (che in molti in occidente vogliono rivedere); il peso strategico della Russia in Medio Oriente è tornato a livelli importanti tanto che anche Israele si è convinto che l’avventura occidentale in Siria è naufragata nel peggiore dei modi che si potesse pensare ed è dovuto correre a chiedere a Mosca di arginare l’Iran, quando solo pochi mesi or sono chiedeva a Trump la “soluzione finale” contro Teheran; le relazioni con il terzo colosso mondiale, la Cina, non sono mai state così strette; la questione Ucraina è in posizione neutra ma con la Germania sempre più convinta che il perpetuarsi di una situazione di attrito con Mosca per la faccenda del Donbass non sia una soluzione da portare avanti ancora per molto tempo.

C’è poi il nodo europeo che costituisce un importante ingrediente per la fluidità del sistema degli equilibri. Ci pare di osservare che il peso dei tecnocrati di Bruxelles (non quelli di Francoforte per i quali vale ben altro discorso) sia in ribasso, vuoi per la poca credibilità umana e politica di alcuni suoi rappresentanti, vuoi soprattutto perchè i quattro principali stati europei stanno attraversando un momento storico in cui le azioni europeiste non è che abbiano gran salute. In Italia c’è un governo le cui forze di maggioranza sono da sempre poco ben disposte verso il sistema UE e l’unico solido contraltare di fedele osservanza europeista è rimasto il Presidente della Repubblica Mattarella. In Gran Bretagna, dopo la Brexit, due ministri si sono dimessi perchè non condividevano l’approccio troppo morbido del governo May sulle procedure di uscita ed i tanti timori sulle conseguenza nefaste della Brexit si sono dissolti come neve al sole. In Francia Macron eredita due cose difficili da gestire: le conseguenze pesantissime di una politica di potenza che non può essere sostenuta da un paese di media statura economica e politica che crede di poter giocare ancora il ruolo di dominus coloniale e sul piano interno una situazione etnica e sociale esplosiva che egli non può affrontare con strumenti non convenzionali perchè altrimenti il blocco allargato che lo ha appoggiato contro Le Pen gli si frantumerebbe sotto i piedi. Infine la Germania dove Merkel è minata sia dall’interno sulla questione della politica migratoria che dall’esterno dove, sembra, Trump stia muovendosi per scalzare una figura non più gradita a Washington in ragione delle aperture fatte alla Russia, che fanno pensare oltreoceano ad un futuro da scongiurare assolutamente quale quello rappresentato da un asse Berlino-Mosca.

C’è insomma tanta carne al fuoco e dall’evoluzione di queste condizioni possono crearsi scenari che mai avremmo immaginato. Intendiamoci, i tempi non saranno rapidissimi, ma è sicuro che sotto l’Europa e sotto l’ambito NATO c’è una caldera magmatica abbastanza in movimento e l’ambiente è sufficientemente pronto a partorire cambiamenti nel medio periodo.

Di assolutamente certo c’è quanto andiamo favorevolmente sostenendo da tempo, ovvero che il multipolarismo sta tornando in auge e difficilmente torneremo a vedere frangenti storici stile Guerra Fredda o da Fine dei Tempi come ebbe a pronosticare Francis Fukuyama all’indomani del crollo del Muro di Berlino.

Fernando Volpi

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3 risposte a La fluidità come presupposto del nuovo Multipolarismo

  1. Giovanni Garotti ha detto:

    Avrei da ridire sul ruolo della prostituta mogherina in UE…..88

  2. Alter ha detto:

    Tra Europa e Russia non vi è alcuna soluzione di continuità naturale, culturale e storica.
    La Russia è Europa.

    E’ invece un ben vasto Oceano di disicontinuità naturale, culturale, storica, quello che divide Europa e Ammerika.
    Ed è bene che riprendano Vite separate.

  3. PieroValleregia ha detto:

    salve
    io spero solo, per figli e nipoti, che UE/nato/onu sparsicano presto ( e per sempre) dalle nostre vite e che ogni popolo sia sovrano e padrone in casa propria
    un saluto
    Piero e famiglia

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