Una falsa fede

C’è una religione fatta di riti e solennità che puntualmente, ormai con scadenze annuali, chiede al popolo italiano una devota professione di fede. E’ una religione che non contempla l’esistenza di un dio o un approccio fideistico a qualcosa di ultraterreno, ma è atea, volatile ed infervora per poco tempo i suoi adepti, per poi venir dimenticata fino alla successiva omelia. Stiamo parlando dell’elettoralismo, che da qualche giorno è entrato di nuovo in stato febbrile con un profluvio esasperante di sondaggi, dichiarazioni, ipotesi sul dopo e tutto quanto costituisce il corredo teatrale che l’evento si porta dietro.
Insomma, una gioia per televisioni, giornali e per quella classe politica parassitaria che alle spalle di un popolo ebbro e belante rinnova le proprie sudicie prerogative ricevendo la consacrazione da chi alla fine esce sempre “cornuto e mazziato”. Del resto, sta proprio in questo la potenza magica della democrazia di matrice liberale: permettere ad una stretta manica di parassiti, in gran parte obbedienti a regole non scritte da loro, di decidere come carpire la buona fede della stragrande maggioranza dei propri consimili, addirittura con il loro stesso consenso spacciato per sommo esercizio di libertà. In poche ma stringate parole una truffa.

Nel corso dei decenni ne abbiamo viste così tante da poter almeno fare due considerazioni: la prima è che l’assuefazione alla ritualità democratica ha raggiunto livelli davvero paranoici, tanto che se a scadenze ormai brevissime non vi fosse un appuntamento con le urne per il sacro esercizio del diritto di voto così come richiesto dall’ecumenismo democratico, non sarebbero pochi quelli che sentiremmo gridare al pericolo della dittatura. Sono gli stessi che si lanciano in sentenze di infimo livello sul diritto/dovere di voto, sulla sofferta conquista della preziosa scheda elettorale e sulla necessità di poter dire la propria opinione; quegli stessi che poi fanno finta di non conoscere certe oligarchie transnazionali che con perizia e precisione regolano l’esistenza di tutti i comuni mortali.

La seconda considerazione ci porta a riconoscere che l’assuefazione alla religio elettorale sta venendo meno già da alcuni decenni in Europa e da un po’ di anni anche in Italia. Ce lo testimoniano dati oggettivi sulle percentuali di affluenza alle urne in giro per l’Europa in occasione delle consultazioni per il rinnovo di quell’organo tanto inutile quanto incapacitante che risponde al nome di Parlamento dell’Unione Europea. Fin troppi, ma sempre troppo pochi, hanno compreso che inviare a Strasburgo a spese delle comunità nazionali degli emeriti burattini sempre pronti a genuflettersi non è poi gran cosa e, soprattutto, non risponde a quei principi di legittima rappresentanza che dovrebbero essere alla base di un’ idea di democrazia organica.

Ciò nonostante il grande apparato liturgico dell’elettoralismo continentale si è messo in moto e tra qualche settimana vedrà compiuto il suo rito con l’insediamento di un nuovo consesso di cui non sentiremo mai parlare, giacchè a decidere sulle carni vive della gente resteranno sempre un paio di soggetti (il più delle volte nemmeno sobri) e il vertice di una banca privata, la cui esistenza è di per sé l’assurda giustificazione dell’esistenza in vita della stessa UE. In pochi hanno compreso ciò che andiamo dicendo da decenni e che nemmeno i sovranisti della venticinquesima ora, in fibrillazione per riempire le proprie liste con star o generali in pensione pronti ad andare in Europa per uscire dall’Europa, si premurano di dire: le elezioni sono la liturgia da dare in pasto alle masse per mettergli il paraocchi necessario a non vedere dove realmente si fanno le scelte che condizionano tutti quanti.

Scordatevi di vedere uno dei sacerdoti di questa falsa liturgia alzarsi in piedi e spiegare che la grande truffa targata UE serve solamente alle oligarchie del denaro ad usura per incrementare il loro già enorme potere. Anche quelli che andranno a Strasburgo con il marchio di populisti, sovranisti o euroscettici che dir si voglia, faranno come i loro predecessori: parassiteranno con appannaggi da favola, voteranno quello che dovranno votare (sottolineiamo il dovranno) e con qualche scaramuccia di retroguardia di nessun conto si salveranno la faccia. Niente di più, niente di meno.

Siamo dunque consapevolmente convinti che di parassiti inutili ce ne sono già abbastanza in giro e che è giunta l’ora di chiudere sul serio questa Europa, ma non andandoci a poggiare le chiappe a 15 mila euro al mese, bensì rifiutandosi di riconoscere l’utilità di queste elezioni e di darle quella legittimazione che essa richiede quasi fosse una professione di fede.

Fernando Volpi  

10/05/2019

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4 risposte a Una falsa fede

  1. Giovanni Garotti ha detto:

    Fermo restando che se non ci si va, vincono i xxxxx del PD…

  2. Francesco ha detto:

    Mai ai ludi cartacei! Presto avremo Draghi al governo, alla faccia dei “sovranisti” da circo.

  3. PieroValleregia ha detto:

    … la mia è una questione di coerenza: non avendo MAI avuto in simpatia la CEE prima e la UE adesso, troverei ridicolo e patetico, partecipare a qualcosa in cui NON ho mai creduto e nè mai crederò
    un saluto
    Piero e famiglia

  4. Astensione Attiva ha detto:

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