ISTRIA ROSSA

Il colore ROSSO indicato nel titolo non si riferisce ad una identificazione di carattere politico. Si riferisce invece al colore del terreno in una certa parte della penisola istriana ed era stato scelto da NORMA COSSETTO, per l’intestazione della sua tesi che stava per presentare all’Università di Padova. Norma stava per laurearsi in Lettere e aveva preparato la tesi girando per il territorio istriano con la sua bicicletta per raccogliere materiale per il suo lavoro.  Ad Arezzo abbiamo conosciuto fin nei particolari il MARTIRIO a cui venne sottoposta la giovane ragazza  dai partigiani comunisti slavi e italiani, solo perché Ella non volle rinnegare la sua ITALIANITA’ e il suo amore per la PATRIA, per la presenza al LICEO CLASSICO <PETRARCA> della professoressa ANDREINA BRESCIANI, che era stata l’amica più intima di Norma, sua compagna di liceo a Gorizia e di camera e di Ideali negli studi universitari patavini.

La professoressa Bresciani dovette in più occasioni testimoniare e riferire le circostanze che portarono a morte l’amica Norma. Perché questa premessa: la visita di Mattarella a Trieste per l’atto di trasferimento agli sloveni del “Balkan”, mi ha fatto incazzare perché il caso Balkan, come è stato raccontato e descritto, non appartiene alla realtà dei fatti, ma al mito costruito a posteriori  dagli sloveni. Partiamo da una data: 12 novembre 1866 quando Francesco Giuseppe, nella sua ottusità ormai fuori dalla Storia, ordinò in modo deciso di agire contro la numerosa e storica presenza italiana in alcune regioni sotto <corona asburgica>, operando in Dalmazia e nel litorale (Trieste e Istria) per la slavizzazione  di detti territori, con energia, cinismo e senza alcun riguardo. Nella circostanza si trattò di un vero genocidio al quale gli italiani resistettero, reagirono e ne pagarono le conseguenze e fu l’IRRIDENTISMO  e quindi il motivo della nostra entrata in guerra schierati con Francia e Gran Bretagna, nonostante trattati che prevedevano altra alleanza. Inoltre la scelta di <cecco beppe> di cancellare la presenza italiana e sostituirla con quella slovena, creò i presupposti di far nascere un conflitto fra la comunità italiana e la minoranza slava. Tornando al <Balkan> prendo la descrizione dal numero 60 del periodico della LEGA NAZIONALE, organo di informazione di Trieste diretto da Paolo Sardos Albertini:  “Parliamo di quell’edificio che, a Trieste, in via Fabio Filzi n. 14, ospita attualmente la facoltà di lingue dell’Università tergestina.  Molti, di una certa età, lo ricordano come “Hotel Regina”, per la sua precedente destinazione alberghiera. Ma, sulle pagine dei giornali e nell’agone della politica, è ormai ridiventato <Balkan>. Ridiventato perché tale era ai tempi asburgici e tale era rimasto solo fino al 1920. Ospitava al suo interno un ristorante, un albergo, un paio di locali occupati da associazioni  slovene ed altri locali da associazioni jugoslaviste (vale a dire serbe). Luglio 1920: a Spalato manifestanti serbi pro Jugoslavia assassinano due marnai italiani, il comandante Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi. Nella manifestazione di protesta che ha luogo a Trieste, il 13 luglio, viene pugnalato in piazza Unità il giovane italiano Giovanni Nini, sempre ad opera di terroristi jugoslavisti i quali scappano in direzione del Balkan. La folla li insegue (italiani e non <le squadracce fasciste ! ndr) e trova l’edificio presidiato da forze dell’ordine (in particolare Guardia di Finanza) che impediscono l’accesso allo stabile. Dall’interno del Balkan vengono sparati diversi colpi. Nel Balkan scoppia un incendio: non dal piano terra (come logico se provocato dall’esterno), ma dal terzo piano. E ci sono le foto a testimoniarlo. Le fiamme distruggono lo stabile del Balkan. Ci sono delle vittime: un ufficiale italiano (ten. Luigi Casciana) verosimilmente dai colpi provenienti dal Balkan ed un farmacista sloveno (dr. Hugo Roblek) che si trovava ospite con la moglie nell’albergo. Allo scoppiare dell’incendio è saltato dalla finestra ed è deceduto, la moglie è saltata anch’essa, ma dopo l’arrivo de pompieri e si è così salvata. Questi i fatti. Più e più volte proposti dall’amico Renzo de Vidovich, con idoneo corredo fotografico; come in passato vi avevamo già proposto l’accurata analisi storica della vicenda Balkan ad  opera dello storico Carlo Cesare Montani, pubblicata sull’autorevole <Rivista della cooperazione Giuridica Internazionale> diretta dal prof. Augusto Sinagra.  “ Fin qui la storia del Balkan.

Il 6 maggio 2018, ci lascia, ultranovantenne, la professoressa ANDREINA BRESCIANI. Non posso non lasciare un pensiero intenso ed affettuoso nel ricordo di Lei, anche perché – oltre all’amicizia – Le devo riconoscenza essendo stata l’insegnante di mio figlio Bruno e devo a Lei se, sul suo esempio, ha trovato amore per lo studio e interesse per la ricerca storica. Riporto alcune parti significative della commemorazione che è stata fatta nel Consiglio Comunale di Arezzo dall’Assessore Merelli, anche lui suo alunno al Liceo, essendo Lei stata anche Consigliere comunale per il Movimento Sociale Italiano prima versione. “ Il secolo breve intorno ad ANDREINA BRESCIANI, tragico e contradditorio. Il padre e l’amica carissima di Andreina: una parte di Lei nella voragine dell’orrore delle foibe Perit pars maxima nostri. Dalle tenebre delle foibe e dal novecento veniva ad ANDREINA BRESCIANI la capacità di intuire subito senza esitazioni, con un lume morale (mai moralistico ) e politico infallibile, dove si annidassero ambiguità, compromessi al ribasso, vizi privati contrabbandati per pubbliche virtù, slogan che mascherano l’assenza di pensiero, false modestie che nascondono autentiche arroganze, cascami culturali che imbellettano abissi di ignoranza. Il Padre di Andreina, l’ing. CARLO BRESCIANI, sparito nelle foibe nel 1945. L’amica più intima di Andreina, NORMA COSSETTO, sua compagna di Liceo a Gorizia, di camera e di Ideali negli studi all’Università patavina.  Due cicli di esecuzioni sommarie e di violenze inaudite subite dagli Italiani ad opera delle bande slavo-comuniste titine, e Norma, finita con altri nella foiba di Villa Surani   nel 1943. –  ( il capo, Josy Broz, in arte TITO).    ………  ANDREINA BRESCIANI, non una professoressa ma LA PROFESSORESSA, Maestra di vita, sì, ma non perché dicesse cosa dovesse essere la vita e come e cosa dovessero essere e pensare i suoi alunni, ma perché lasciava ESSERE “.

A cura di Stelvio Dal Piaz

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Una risposta a ISTRIA ROSSA

  1. Giovanni Garotti ha detto:

    La GdiF, tanto per cambiare, traditrice.

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