PATRIA E RIVOLUZIONE

La retorica patriottarda non farà mai parte del nostro corredo genetico essendo figlia di quel pensiero conformista e perbenista cui opponiamo una necessità sovvertitrice dei costumi e delle idee. L’assunto appena citato è in linea generale lo schema mentale e concettuale cui dobbiamo far riferimento, consapevoli però che l’epoca di cui siamo obbligati testimoni non può non essere attentamente soppesata, per la forza disgregante che esercita sulle strutture fondanti l’esistenza stessa del genere umano. Ci ritroviamo a dover fare i conti con una destrutturazione potente ed un vuoto pervasivo di tutto ciò che per un essere umano rappresenta i pilastri stessi della sua capacità (e possibilità) di orientamento. E allora, da qui in avanti, avrà un senso parlare di Patria? E, a cascata, cosa saranno e quali compiti avranno lo Stato, la famiglia e la scuola? Se poi ci si avventura sul terreno del metafisico tirando in ballo la Fede, entriamo davvero nelle sabbie mobili. Quanti individui, dal ricco uomo d’affari all’operaio, nelle moderne società post industriali iperindividualiste ed ultramaterialiste sono già in grado di cogliere l’esatta portata distruttiva della nichilistica e narcotizzante marea che ci sta soffocando, causando la perdita di riferimenti certi?
E’ partendo da questi interrogativi, dall’eterno scontro-incontro tra rivoluzione e reazione, tra giacobinismo e Vandea, così come dall’onnipresente dubbio su quale sia il confine tra buona e cattiva ribellione, che da tempo rifletto su cosa possa definirsi, oggi, un momento autenticamente e positivamente rivoluzionario. Di questi tempi non è facile avere certezze: non siamo nel 1919 quando un poeta-soldato marciò su una città che stava per essere sottratta ad una Patria legittima e lo è ancor di meno rispetto al 1920/1921, quando due concezioni del mondo si scontravano violentemente nelle piazze di mezza Europa. Su cosa ci scontriamo oggi? Se sia giusto o meno chiudere i ristoranti perché una pandemia più virtuale che reale attenta alla nostra salute? O se ha più ragione il virologo governativo rispetto a quello antigovernativo?
La triste realtà della narcosi incalzante non ci permette più di focalizzare la carreggiata entro cui procedere e, in mezzo ad una fitta cortina di nebbia, si vaga senza più riferimenti, sprovvisti anche di quelli che fino a ieri erano pressochè certi ed acquisiti. Se oggi chiedi a qualcuno cosa sia la Patria e quali sensazioni evochi questo termine, con ogni probabilità ti ritrovi davanti delle facce inebetite, incapaci di dire anche solo due parole, figurarsi un concetto. E non può essere altrimenti perché, in tutta sincerità, quando io stesso mi pongo quel quesito, per darmi una risposta devo tornare con il pensiero ad altri momenti della storia ed alle parole illuminanti di uomini che da tempo sono all’indice del pensiero politicamente corretto. Devo farmi tornare in mente un asciutto, secco, lapidario Drieu La Rochelle: <<La Patria vale solo per l’ideale che incarna>>.
Sono solo otto parole, scritte pensando alla comune patria europea quando era ancora lontano il mostro burocratico e caricaturale di oggi e si stagliava all’orizzonte ben altra idea d’Europa. Esse contengono ciò che ormai è merce rarissima: la piena ed orgogliosa consapevolezza di essere parte di un disegno più alto di noi stessi, di una condizione immateriale, financo di uno stato indisponibile dell’animo, ma con una forza evocatrice di suggestioni ed emozioni assolutamente tangibili e potenti. Ecco dunque che le parole di Drieu La Rochelle ci cadono addosso come macigni proprio per l’incapacità che abbiamo di coglierne il più profondo, autentico, vero significato. Se non fosse per il fatto che nel corso della mia esistenza ho scelto di appartenere ad un mondo e ad un’Idea che hanno coltivato davvero il valore della Patria e se non fosse di aver avuto la fortuna di conoscere persone che l’idea di Patria l’hanno avuta cucita sulle carni e calata fin dentro le viscere, probabilmente sarei uno dei tanti inebetiti senza risposta. Per coloro che non hanno fatto il mio percorso, che non possono spaziare con il pensiero e con il cuore a momenti in cui la Patria fu veramente un’idea potente e quasi sacra, quella parola cosa è se non una vuota scatola dentro la quale non si è in grado di riporre alcunchè? Per mia figlia e per chi, come lei, va formandosi all’interno di un teatro sociale minusvaloriale o sui banchi di una scuola tanto burocratizzata quanto incapace del proprio ruolo, fucina di nozioni e regole conformistiche spendibili solo per diventare un ingranaggio di un alienante sistema consumistico/produttivistico, l’idea di Patria non può che essere un’astrattezza. Una semplice parola del dizionario. E non può essere diversamente, giacchè se un’idea non viene plasmata con un significato e non le si dà sostanza nel vissuto quotidiano, quel che si genera non è altro che una formula vuota, da evocare superficialmente in eventi da calendario, buoni solo per la facciata.
Del resto appare evidente – ed è un fatto ormai assodato – che da tempo sia all’opera un rullo compressore, di cui sono attori le istituzioni politiche, il sistema mediatico, come pure la grande produzione e distribuzione, che hanno fideisticamente sposato la causa dell’omologazione, di cui l’Uomo Indifferenziato, privo di patria, radici, tradizioni, idee, è il prototipo del perfetto essere vivente: colui che non ha un passato da ricordare o una bandiera da issare, ma solo oggetti da consumare. L’Uomo Indifferenziato è l’icona del mercato, del PIL, degli indicatori finanziari e dei fondi d’investimento. Con le sue inutili e spesso futili necessità egli è divenuto il primo ingranaggio di un sistema che, per continuare a crescere, ha dovuto necessariamente allargarsi oltre i confini geografici del vecchio mondo occidentale, andando ad infettare tutto quello che trova sulla sua strada. In alternativa c’è lo spostamento forzato di milioni di sradicati con la promessa di una vita migliore nei paradisi artificiali del Nuovo Ordine Mondiale, cosa che si traduce in ben note dinamiche perverse di cui siamo quotidianamente testimoni.
Torniamo dunque all’inizio di queste riflessioni: se l’orizzonte che abbiamo davanti è quello sommariamente ma efficacemente ricordato, ha ancora un senso parlare di Patria? E ci può essere spazio per una spinta rivoluzionaria che inverta la rotta? Se a questi interrogativi si vuol rispondere affermativamente, non ci si può però esimere dal tentare di individuare una strada praticabile che porti a degli sbocchi concreti, altrimenti si rischia di fare dell’accademia e di limitarci a vuote enunciazioni. E allora proviamo a darci delle risposte lasciando da parte elucubrazioni impraticabili, bensì cercando di fissare in ognuno di noi cosa oggi può essere veramente rivoluzionario nel senso più efficace del termine.
Potrà sembrare strano, ma la prima cosa che mi viene in mente da associare alla parola rivoluzione è normalità. Proprio così! Di questi tempi, cosa c’è di più rivoluzionario se non la ricerca e la riproposizione di uno stile di vita che sia normale? Attenzione, non voglio che si scambi il concetto di normalità cui faccio riferimento con il conformismo che infarcisce il presente delle nostre esistenze. Per focalizzare l’idea di normalità è necessario ricondursi ad un ben preciso quadro di riferimento, ovvero quello in cui gli eventi “normali” sono regolati dai tempi e dai modi che l’ordine naturale delle cose ha previsto, tollerando solo una minima intrusione dell’Uomo, peraltro da esplicarsi in tempi significativamente lunghi.
Se, dunque, si parte dall’idea di normalità (non conformistica), un balzo autenticamente rivoluzionario ci porta a rimettere la famiglia al centro dell’architettura della Patria e dello Stato, posto che tale istituzioni si trovano ormai sotto attacco da parte di un potente corpus destrutturante con vari protagonisti attivi. Da una parte il capo di una religione rivelata, ormai in cerca di nuovi sbocchi di mercato per una chiesa agli sgoccioli, dall’altra una pericolosa intellighenzia neoilluminista votata alla creazione di nuovi schemi transumanistici e poi l’onnipresente ed onnivoro mercato, alla perenne ricerca di modalità di standardizzazione dei consumi e dei costumi. Di fronte a questa triade che lavora incessantemente esercitando una pressione mediatica mai vista per promuovere la nascita di una nuova umanità snaturata, priva di legami etnoculturali e orfana della propria storia, esiste solo la Rivoluzione del Padre di famiglia, di colui che, rigettando il conformismo predicato dai guru del politicamente corretto e avendo come riferimento le leggi di natura, si oppone con un NO virile e consapevole alla deriva. Non ha senso immaginarsi chissà quale figura di guerrigliero con il mitra in mano e nemmeno il “ribelle” del caro vecchio Junger, ma padri e madri di famiglie sempre più in difficoltà, che non possono e non intendono accettare surrogati di famiglia, pur correndo il rischio di essere bollati come “fascisti” se dallo Stato (o da quel che ne resta) invocano sostegno e si oppongono alla smisurata attenzione data ad idee come la legalizzazione delle coppie di fatto, al matrimonio omossessuale ed al diritto all’adozione ed alla procreazione per le coppie fuori dal matrimonio ordinario.
Ecco allora che una rivoluzione può essere innescata e coltivata anche semplicemente con testimonianze e comportamenti capaci di erigere una muraglia contro quelle tendenze che, forzando a dismisura l’essenza delle cose, riescono a piegare il corso degli eventi verso lidi innaturali. Diventare dei rivoluzionari nel senso più sano e vero del termine può dunque essere molto più semplice di quello che si crede: basta avere un po’ di coraggio e abbandonare il pigro conformismo di comodo che ci pone come passivi assuntori di messaggi e principi che in fondo non possono essere nelle nostre corde. Così, ad un capo religioso di una fede millenaria che da sempre predica la tutela della famiglia, bisognerebbe far trovare le chiese vuote, ora che è arrivato al punto di appoggiare il diritto ad una famiglia anche per le coppie omosessuali o che non riesce (o non vuole) porre la parola fine alla vergogna della pedofilia o degli scandali finanziari del clero. Ad un sistema scolastico sempre più deficitario, fatto di conformismo allo stato puro dove non si va oltre programmi ministeriali infarciti di un qualunquismo di facciata, bisognerebbe opporre la volontà organizzata dei genitori che chiedono una scuola di qualità per le giovani generazioni. Al “dio mercato” antropofago e alienante che scandisce i tempi della vita degli esseri umani all’interno di una dimensione spaziotemporale in cui esistono solo gli obblighi della iperproduttività ed i riti della bulimia consumistica, va opposta la strenua lotta per un nuovo umanesimo, che porti uomini e donne a rendersi consapevoli della gabbia senza uscita in cui siamo finiti, ormai sull’orlo di un vortice dal quale non si è in grado di uscire. Un vortice che ci spinge a produrre sempre di più per guadagnare sempre di più, per consumare ancor di più, a scapito dell’unica vera ricchezza che abbiamo: il nostro tempo, limitato naturalmente, che non riusciamo a valorizzare per lasciare qualcosa di noi a chi verrà dopo di noi.
Un gesto rivoluzionario, realizzabile all’interno di ogni famiglia, potrebbe essere quello di attenuare l’assunzione del prodotto televisivo, che con la sua subdola quanto dirompente forza è divenuto uno dei principali artefici e strumenti della dipendenza psicologica al moloch consumistico. Riuscire ad imporci un vero e proprio silenzio televisivo quotidiano per un certo numero di ore, a favore di attività che ci riportino ad apprezzare un contatto diretto con la natura o con noi stessi, sarebbe un’esperienza da coltivare e da insegnare ai propri figli. Leggere un libro, piuttosto che limitarsi ad un semplice cruciverba, farsi una passeggiata all’aria aperta o una mezz’ora di ginnastica a corpo libero, dedicarsi ad un’attività che ci faccia sporcare le mani di terra e la fronte di sudore, in luogo dell’assuefazione al bombardamento televisivo sono gesti rivoluzionari da perseguire con profonda convinzione. Lo stesso vale per il concetto di consumo intelligente, peraltro da tempo noto, ma mai praticato con fermezza ed assiduità per la mancanza di forza di volontà e di strumenti alternativi che si dovrebbero favorire. Tra le tante idee praticabili in questo senso viene da pensare alla conduzione di un regime alimentare che prediliga prodotti a filiera corta, espressione della nostra tradizione e del lavoro dei nostri produttori, relegando dove meritano i surrogati del cibo industriale da spazzatura, che stanno inondando le nostre tavole e ai quali ci stiamo abituando grazie alla solita pressione pubblicitaria. Si pensi a quale grande favore faremmo ai nostri figli se in luogo di una merenda a base di hamburger e patatine fritte da McDonald li portassimo in una osteria di campagna a mangiare un bel panino con il prosciutto crudo, prodotto con sapienza antica da un norcino locale. E che grande utilità per il pianeta sarebbe il consumo di frutta fresca di stagione al posto delle primizie a “stagione invertita, che arrivano sulle nostre tavole dopo aver fatto migliaia di chilometri solo perché si vogliono consumare le pesche o le ciliegie in inverno.
Pensiamoci bene: di questi tempi, quelli appena ricordati, cosa sono se non gesti veramente rivoluzionari ? Lo sono eccome, anche se nessuno spara un colpo o si dà alla macchia! Anche se a compierli è l’impiegato del catasto in giacca e cravatta. Fare una rivoluzione significa prima di tutto cambiare la nostra forma mentis, passare da una condizione di passiva accettazione di stili di vita conformi alle regole “mercatiste” ad altre, in linea con la nostra essenza più vera e con i ritmi della natura. A chi non è mai capitato di ascoltare tanti buontemponi che, in periodi di difficoltà e disagio evidente, invocano la piazza e la rivoluzione, ma poi non sono nemmeno capaci di piegare la loro più banale abitudine antirivoluzionaria, ovvero la pedissequa attenzione verso gli strumenti di rincoglionimento di massa? Da chi invoca la piazza mi aspetterei una consapevolezza ed una presa di coscienza che vada oltre lo slogan urlato per qualche settimana, anche perché le pance vuote non possono essere il giusto stimolo per un momento rivoluzionario, visto che in giro dalle nostre parti sono merce piuttosto rara. Potrà sembrare paradossale ma chi oggi invoca la piazza ha l’obbligo di comprendere due cose fondamentali: la prima è che sono proprio le pance troppo piene il nostro peggior nemico e la seconda che il modello sociale da combattere è quello del gregge, da sostituire con quello di comunità. Per vincere il primo e costruire il secondo dobbiamo prima di tutto guardare dentro noi stessi, capire quanta parte del nostro ego e dei nostri interessi di bottega siamo disposti a sacrificare per creare qualcosa che sia in grado di dare sostanza e continuità al percorso alternativo ed antagonista che avremo individuato. Chi pensa alla piazza, alla ribellione e alla rivoluzione avendo in mente solo il proprio tornaconto di bottega o di categoria (di questi tempi quella di poter tenere aperta la propria attività contro le serrate imposte dalle misure sanitarie) dovrebbe cospargersi il capo di cenere e proferire quel termine al bar quando sta smaltendo il pesante pranzo domenicale.
L’idea di Rivoluzione è troppo complessa e fin troppo nobile da poter essere banalizzata a seconda degli umori e dei mal di pancia di chi ha problemi con i libri mastri. Rivoluzione significa sovvertimento di un ordine costituito, non un “casino” di piazza dove si esercita lo sfogo rituale di una schiera di persone o la pur giustificata doglianza di una categoria economica alle prese con una grave crisi. La Rivoluzione per definizione deve andare alla radice delle cose, cogliere la necessità di una cesura netta; non può chiedere il permesso o il diritto di fare qualcosa contro l’ordine costituito agli stessi tutori del sistema che intende debellare: semplicemente vi si pone contro innalzando un nuovo vessillo. Il confronto delle idee, la condivisione dei valori, l’alternanza democratica sono strumenti buonisti di propaganda dialettica per anime pie, che servono solo a gettare fumo negli occhi e a perpetuare, magari con qualche belletto o camuffamento, lo stesso ordine costituito. Quando Federico II comprese che non era possibile concordare con il Papa un modus vivendi che riconoscesse ad ognuno il proprio legittimo ruolo di capo temporale e di guida spirituale, non chiese alcun permesso e fece ciò che doveva essere fatto, assumendosene responsabilità e conseguenze. Lo stesso discorso vale per coloro i quali, nel corso dei secoli e nei più disparati ambiti dello scibile umano, hanno avuto la forza ed il coraggio di ribaltare concetti e principi radicati da tempo immemore, aprendo nuove strade e prospettando nuove soluzioni.
Se dunque un rivoluzionario non è necessariamente un violento o una “testa calda”, di sicuro deve essere un visionario, uno che guarda oltre la punta del proprio naso e pensa più a chi verrà dopo di lui che a sé stesso. E’ appunto nel votarsi ad una prospettiva futura tesa a ribaltare un ordine costituito, che si individua un’autentica e reale spinta rivoluzionaria. Chi pensa all’oggi, al contingente, al momentaneo non può dirsi rivoluzionario e nemmeno patriota: non lo è semplicemente perchè non ha compreso ne’ i meccansimi di una rivoluzione, ne’ i valori della Patria.
Al termine di questa digressione abbiamo l’obbligo di sgombrare il campo da un eventuale equivoco sul quale taluni, magari poco attenti o forse troppo pigri mentalmente, potrebbero malamente inciampare. Chi individuasse nelle parole e nei concetti espressi in questo scritto una sorta di riproposizione di quelle idee lanciate alcuni decenni fa dai guru della Rivoluzione Conservatrice, ha evidentemente voglia di tirare a semplificare o a far finta di non capire. In realtà, tra chi ha scritto questo modesto contributo ed i titolati teorici della Rivoluzione Conservatrice, c’è una differenza abissale che si sostanzia in due concezioni del mondo pressochè agli antipodi. Mentre loro restano convinti assertori che il mondo venuto fuori dalle ceneri del Muro di Berlino sia alfine il meglio che potesse emergere dalla lotta contro il male assoluto rappresentato dal comunismo sovietico, per noi quel meglio è stato solo l’inizio della peggior catastrofe che ha colpito l’Uomo. Una catastrofe che sta già trasformando l’Uomo in unità di consumo e che a breve lo farà diventare un automa (solo) biologicamente attivo. Per questa nostra convinzione – e per tanto altro ancora – la Rivoluzione Conservatrice è stata piuttosto restaurazione potente ed indiscutibile, verso la quale resta ineludibile l’obiettivo ultimo di ogni autentico ribelle o rivoluzionario che dir si voglia: la fine del modello capitalista.

Fernando Volpi

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10 risposte a PATRIA E RIVOLUZIONE

  1. Vincenzo ha detto:

    Credo che i sostenitori dei “titolati teorici” della rivoluzione conservatrice ritenessero che il meglio che si poteva ottenere dal crollo del muro era il capitalismo perché significa, per quanto si continuasse a vivere in un mondo aberrante, comunque poter continuare, in regime democratico, a far politica e cercare di manifestare le proprie idee… Probabilmente non sono stati lungimiranti perchè con mezzi subdoli furono comunque messi al bando. Nonostante evola fosse convinto che il comunismo fosse il grado di degenerazione ultimo per le società, sono convinto che gran parte dei suoi estimatori assumessero un uguale distanza sia dal comunismo che dal capitalismo

  2. PLAY BLACK ha detto:

    DUC IN ALTUM

  3. Triton ha detto:

    Nello scritto sono espresse delle buone idee. Vorrei considerare anche la distruzione delle facoltà umanistiche nelle università,sia dal punto di vista culturale sia strutturale, per quanto riguarda l’Istruzione. Il tentativo squallido boldriniano di eliminare i licei classici,cosa che non può che risaltare le disparità sociali ed economiche. Quindi,anche la predilezione del privato rispetto al pubblico. I tentativi di imporre sistemi fiscali ingiusti come la tribalistica et giudaica Flat Tax( https://socialismonazionale.wordpress.com/2018/10/08/stato-nazionale-del-lavoro-e-non-il-solito-destino/#more-11727 ). Bisogna dichiarare guerra al sistema dei privati,comprese le università, laddove si concentra l’elite e vera espressione della colonizzazione angloamericana,come l’Egitto ai tempi prima di Nasser(education for few vs education for all). Quindi attingere dalle buone idee.

  4. Triton ha detto:

    Si faccia molta attenzione ai troll del sistema,che,attraverso l’uso improprio delle parole e attività di manipolazione,hanno il fine di tutelare le caste. Io stesso sono seguito su internet ed insultato da gente squallida e senza motivo anche per le cose che scrivo su internet. Per farvi capire l’entità di questi delinquenti,è come se io me l’andassi a prendere con qualcuno,perché scrive dei commenti come quello mio precedente su internet,per ingraziarmi 10.000 venditori di alcool. Sono colpevole di essermi opposto alla lobby omosessualista,di avere difeso il diritto all’istruzione universitaria, di avere criticato i ricchi e gli evasori fiscali,per aver lasciato,in passato,cose scritte sui giudei su alcuni giornali.

  5. Alter ha detto:

    Antonio Pallante Il Patriota.
    Il Patriota che ancora oggi conferma la decisione di allora.
    Fece la cosa giusta; sfortunatamente il criminale staliniano non morì.
    https://www.adnkronos.com/lattentatore-di-togliatti-chiesi-perdono-a-dio-poi-sparai-al-migliore_6ZXgJILtVWww1kdAJR6L7Y

  6. Alter ha detto:

    Dall’agenzia “Ansia”:
    “Il Governo italiano ha attivato l’Avvocatura Generale dello Stato per valutare i diversi profili di responsabilità della casa farmaceutica Pfizer in caso di inadempienza e le possibili azioni da intraprendere a tutela degli interessi del Paese e dei cittadini”.

    Cribbio (come diceva quel tale), Pfizer non rispetta il contratto di fornitura dei vaccini stipulato con le “Massime Istituzioni” della Repubblichetta delle Banane?
    E’ il “Mercato”, bellezza!

    Capita quando le “Massime Istituzioni” di una ex Nazione (regredita alla sub posizione di “paese”), smantellano ogni struttura statale farmaceutica nazionale in grado di agire autonomamente in situazioni di assoluta emergenza, come la presente.

    Non si è grandi indovini ad immaginare che i responsabili di questo demenziale “Ventennio” euroglobalista, liberista, finanziarista, anti nazionalista, disgregazionista, rischino di finire appesi per i piedi a Piazzale Loreto.

  7. Triton ha detto:

    Lascio questo scritto semplicemente per far sapere cosa accade,anche di grave o di gravissimo. Mi trovo in un ex ghetto,zona molto partigiana. Vengo insultato nel pieno della notte da veri e propri terroristi,con il coinvolgimento di presunte o sedicenti suore. Ragazzini che calunniano. Cose incredibili da raccontare o a credersi,ma sorprendentemente reali. Poco fa,qualcuno,per coprire una donna che ha fatto qualcosa qui durante le ore precedenti ha urlato “ingleese”. Fanno propaganda all’Inghilterra o agli stranieri per coprire quelle che sono vere e proprie torture. L’ultima pochi secondi fa…una altra donna ha detto “sei un diciotto..” Sostano nelle abitazioni circostanti e usano metodi da psicoterrorismo per coprire contesti osceni e coinvolgere ambienti terzi in maniera artificiale,per coprire interessi economici o per fare indirettamente da copertura ai sionisti ed alla mafia omosessualista. Da qualche parte sono usciti. Lo scrivo per far sapere cosa sono capaci di fare. Mi seguono su internet e possono agire sottobanco.

  8. Triton ha detto:

    In un ultimo commento rispondo in questa sede alla “matriarca” che poco fa si è permessa di dire la parola “malato”. Probabilmente hanno letto il commento che ho scritto precedentemente. Hanno spinto qualche ragazzina alla calunnia e qualcuno,passando con l’auto,ha urlato “negroo”. Subito dopo è suonata una campana di una parrocchia,quella dei francescani delle ore 7.00. Qualcuno si nasconde dietro le campane della chiesa,chiesa che in realtà è immigrazioni sta con i preti che fanno propaganda ai profughi. Una cosa abominiosa sarebbe quella di far passare gli immigrati o i gey vittime di persone che difendono l’immigrazione o la pornografia tra le ragazzine minorenni. L’unica cosa che ho fatto “di male” è l’aver lasciato commenti “sugli ebrei” su internet qualche anno fa. Purtroppo è tutto vero,anche se è una cosa impensabile. Non sono neppure santo,rispondendo alla feccia,così come non sono santi i lettori di questi miei commenti. Ma queste strane dinamiche di propaganda a cui prendono parte veri e propri delinquenti e terroristi…una propaganda doppia da parte di chi sa usare gli altri,comprese le bambine,come scudo umano per fini ideologici che sono l’opposto dei valori che si possono attingere dal fascismo,facendo un vero e proprio “doppio gioco”, usando parole in maniera impropria ed ingiurie create in maniera artificiale come dei “bugiardi impenitenti”. L’abominio di chi insulta gli italiani più poveri(mio fratello è anche nell’Esercito),per coprire,parallelamente, tutte le porcherie di questo agglomerato di feccia. Qualcuno agisce,sfruttando le situazioni altrui,come la povertà(ecc…) per far passare gli immigrati ed altri come vittime,forse per fare propaganda antipopulista ed antinazionale ed usando metodi finalizzati ad assecondare la casta.Fanno propaganda alla Dc (sei un dicci’ pronunciata da una merdaccia in questo momento e con tono antipatico). Non chiedo di rispondere a questi miei scritti,ma fungono come testimonianza per far sapere fino a che punto possono arrivare questi troll ebrei antifascisti e contro i quali combatto ormai da parecchio con il rischio di procurarmi loro danni fisiologici,distruggendo il riposo notturno e l’avvento di malattie vere,come danni al cuore. Ieri notte,a causa loro,cominciavo infatti a sentire dei dolori al petto dopo una tensione continua a causa di insulti creati in maniera artificiale ed alla presenza occulta durante la notte. In altri commenti gli ho chiamati “troll”. È passata più di mezz’ora da quando,per sfogarmi contro ingiurie subite,ho deciso di aggiungere il secondo scritto a quello precedente. Usano la pornografia come arma di propaganda. Saluti.

  9. Alter ha detto:

    Il “Conte 2” è caduto…
    Arriva il “Conte 3” o il “Draghi 1” ?

    In ogni caso, mentre i cialtroni della partitocrazia itagliotide parassitaria riunita rimescolano le carte per l’ennesima volta, la “Mafia” (che è il complice storico della Repubblichetta delle Banane sin dallo sbarco americano in Sicilia del 1943) grazie alla crisi economica scatenata dal Covid, si pappa le stremate aziende italiane in crisi di liquidità.

    La “Mafia” compra, a saldo, le aziende italiane in crisi e si ripulisce.
    A furia di ripulirsi, finirà per governare direttamente “Ilpaese”, eliminando questa ingombrante partitocrazia inetta, quanto inutile?
    Al punto in cui siamo, sarebbe un gran bel progresso.

  10. Alter ha detto:

    In questi giorni di ennesimo marasma, “Kostituzionale”, sono tutti a parlare del libercolo di Palamara; come se fosse il libro sacro scritto da un nuovo, purissimo “Sanfrancesco”.

    Ma il gerarca partitocratico Napolitano è INTOCCABILE.
    E pure il gerarca partitocratico Mattarella è INTOCCABILE.
    Anche il prossimo PdR, lo sarà ugualmente.

    Facciamo quindi finta che non sia successo nulla, anche stavolta; OVVIAMENTE.
    Il criminale Palamara si beccherà i guadagni della vendita del libercolo, e buonanotte al secchio.

    Perchè mai dovrebbe cambiare qualcosa, stavolta?
    Sono settantaquattro anni che la ignobile, criminale Repubblichetta delle Banane, fa finta di nulla.

    Ed il “Popolo Italiano”?
    Il “Popolo Italiano” semplicemente NON ESISTE.

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